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Adriano Prosperi
La ragnatela occulta
5 Settembre 2010
I tempi del cavalier B.
Usi criminoso del potere, interesse privato spinto oltre ogni limite, e legge bavaglio per nascondere tutto: usciremo dalla maleodorante palude? La Repubblica, 28 luglio 2010

L’inchiesta giudiziaria sulla cosiddetta P3 infligge un altro colpo al cuore del governo Berlusconi. Da ieri è indagato anche Giacomo Caliendo. Caliendo è sottosegretario alla Giustizia e va ad allungare una lista ormai molto corposa. Gli accertamenti in corso fanno attendere altre novità. Sempre ieri Marcello Dell’Utri si è rifiutato di rispondere ai magistrati, i quali hanno precisato che il suo ruolo politico nella vicenda appare di maggior rilievo rispetto a quello di Verdini. La giustizia di questo paese sta facendo il suo lavoro. Deve farlo: è importante che lo faccia perché è proprio la giustizia come ordinamento che è stata oggetto di un tentativo lungo e non privo di successi di corromperla dall’interno.

Il giudice corrotto è la figura che ha sempre evocato il delitto imperdonabile di ogni sistema politico. Nei secoli passati della storia italiana ed europea lo si raffigurava oggetto di punizioni terrificanti nelle sale di giustizia. Quanto al gruppo dei corruttori che compone la nuova Loggia, esso è per tanti aspetti rappresentativo delle reti di «faccendieri» attivate dalla sfacciata esibizione di prepotenza e di illegalità da parte del partito di maggioranza . È dal loro caso che prende oggi forma la questione dominante nel paese: che è una nuova questione morale. La moralità della politica è l’esigenza di un paese intero che ha bisogno di respirare aria pulita, di vedere rinnegato e punito il metodo della corruzione sistematica e dell’aggiramento furbesco degli ostacoli posti dall’ordinamento pubblico ai metodi «ad personam».

Questo sistema gelatinoso ha avvolto in una sola rete membri del governo, capi del partito, responsabili di amministrazioni pubbliche e pezzi rilevanti dell’ordinamento giudiziario. La loro azione si è basata su di un principio che sempre più si rivela il vero cancro del sistema che avvolge la società italiana e ne sta dissolvendo le fondamenta: la trasformazione dell’ufficio pubblico in beneficio privato, l’uso del potere politico come strumento per sfuggire alla legge, per compiere criminali operazioni di ricatto, per determinare fortune e sfortune politiche. A tutto questo era necessario il segreto. Perciò parlavano tra di loro al telefono per allusioni tanto più caute quanto più rivestivano un ruolo importante, lasciando che fossero i membri inferiori della banda a esprimersi con oscena libertà. E qui si spiega anche l’insistenza del governo sulla "legge bavaglio", un provvedimento che serve a proteggere un sistema avvelenato e prepotente, la ragnatela della corruzione. Una legge che la democrazia deve fermare.

Per valutare la gravità dei comportamenti addebitati ai signori della P3 è utile ricordare come la legge Anselmi definisca il carattere delle associazioni segrete proibite: sono «quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale». Ora, i personaggi che tenevano le loro riunioni private e si mantenevano in costante rapporto come membri di una associazione nota solo a loro, appartenevano per l’appunto anche ad una associazione palese: quella del partito di governo. La rete che teneva insieme i nomi di Pasquale Lombardi, Flavio Carboni, Arcangelo Martino, funzionava con la decisiva partecipazione di pesci di ben altra dimensione e influenza nel partito di maggioranza e nel governo: e i loro traffici riguardavano tra l’altro i tentativi di sottrarre il capo del partito e del governo alla giustizia con leggi speciali della cui indifendibilità si era ben consapevoli: tale il caso del Lodo Alfano.

Per questo ci si incontrava nella casa romana del coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, tra uomini che ad alto e a basso livello, anzi altissimo e bassissimo livello, facevano parte di camarille di potere tutte interne allo stesso corpo politico. E lì si elaboravano reti vischiose, aggiramenti delle regole e condizionamenti di uomini e di istituzioni a favore di persone e cose del mondo berlusconiano. Ma in questa doppia appartenenza a una associazione segreta e a una notissima e dominante nel paese e nel governo si coglie una importante differenza tra P2 e P3: una differenza storica che permette di misurare quanto cammino è stato percorso da allora sulla via del disastro. La P2 di Licio Gelli operava per sovvertire gli ordinamenti del paese attraverso l’avvento al potere di un apparato di segno politico opposto. Oggi quel disegno può dirsi da tempo realizzato. Per questa ragione è facile profetizzare che nessun segnale di ritorno alla moralità della politica potrà venire da un capo di governo impegnato oggi più che mai a imbavagliare la giustizia e la stampa libera e ad accecare l’opinione pubblica.

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