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Tito Boeri
La politica e le scalate
17 Ottobre 2008
Articoli del 2008
Ipotesi interessanti sugli effetti della crisi sull’economia italiana; ma sorge una domanda. La Repubblica, 17 ottobre 2008

Le recessioni sono periodi duri, difficili, soprattutto per un paese come il nostro che proviene da 15 anni di stagnazione, con i redditi delle famiglie italiane rimasti al palo per così tanto tempo. Ma non sempre tutti i mali vengono per nuocere.

Durante le recessioni, infatti, si assiste ad una forte accelerazione dei processi di riorganizzazione e rinnovamento della struttura produttiva. Risorse male utilizzate si spostano verso impieghi più produttivi, nascono molte nuove imprese che prendono il posto di imprese che hanno ormai esaurito la loro spinta propulsiva, contribuendo a creare le condizioni per una forte crescita domani. Questa riorganizzazione è fondamentale per ridurre i ritardi strutturali del nostro paese, quelli alla base della stagnazione degli ultimi 15 anni. Abbiamo bisogno di cambiare radicalmente la nostra specializzazione produttiva per poter crescere almeno quanto gli altri paesi europei, rispetto ai quali continuiamo a perdere inesorabilmente terreno. Abbiamo bisogno di nuovi grandi imprenditori con idee nuove e non necessariamente solo un noto pedigree. Abbiamo bisogno di cambiare il management che in molte imprese famigliari ha una funzione di esecutore, quasi testamentario, delle volontà della famiglia proprietaria piuttosto che di chi deve valorizzare l’impresa. Guai a porre freni allora ai processi di riorganizzazione che avvengono durante le recessioni. Sarebbe come condannarsi ad avere oltre ai danni (di una diminuzione del reddito complessivo di un paese) anche la beffa di non aver approfittato della recessione per rinnovarsi. In questa particolare recessione c’è poi un’altra ragione fondamentale per cercare in tutti i modi di favorire (e certamente non ostruire) gli afflussi di nuovi capitali e investitori verso il nostro sistema produttivo. Il rallentamento della nostra economia è avvenuto sin qui per ragioni largamente indipendenti dalla tempesta in atto sui mercati finanziari. Ma la crisi finanziaria globale rischia sempre di più di metterci del suo nel rendere più acuta e più lunga questa recessione. Il modo con cui la crisi finanziaria si sta trasmettendo all’economia reale avviene attraverso il restringimento dell’accesso al credito da parte delle imprese. Ci sono, purtroppo, indicazioni che sempre più imprese italiane, soprattutto di piccole dimensioni, già oggi faticano a finanziarsi. Fondamentale perciò che trovino fonti di finanziamento alternative. Come pure fonti di finanziamento alternative devono essere disponibili per chi vuole approfittare dei costi più bassi che ci sono durante le recessioni per realizzare i propri sogni. Se chi ha delle buone idee imprenditoriali non è messo in condizione di metterle in atto, trovando finanziatori per i propri investimenti iniziali o per piani industriali di rilancio di imprese già esistenti, la crisi rischia di prolungarsi, di trascinarsi molto a lungo.

Il nostro presidente del Consiglio, tuttavia, sembra convinto che sia meglio ridurre il più possibile i flussi di capitale verso il mondo delle imprese. La scorsa settimana ha proposto di chiudere i mercati finanziari. Fortunatamente nessuno lo ha ascoltato: il vertice europeo di Parigi si sarebbe, infatti, chiuso con un ennesimo nulla di fatto se non fossero arrivate le notizie dalla Borsa di Tel Aviv in caduta verticale. In questa settimana direttamente o per interposta persona (solo così si spiega la sorprendente avversione all’Opa, la vera e propria cardiopatia del Presidente della Consob, Lamberto Cardia) ha proposto di adottare misure per proteggere le imprese quotate da acquisizioni «ostili». «Molte aziende italiane - ha affermato - hanno oggi una quotazione che non corrisponde assolutamente al loro giusto valore. Quindi credo che sono delle ottime occasioni per chi, disponendo di capitali e penso a certi fondi sovrani, volesse proporre delle Opa ostili».

Di qui la proposta di sospendere la cosiddetta passivity rule, quella norma che impedisce al management di società scalate di ostacolare l’acquisto della compagnia per difendere la propria poltrona. Lo possono fare solo su preciso mandato dell’assemblea degli azionisti. Strano che nessun giornalista, presente in quella occasione, abbia posto al nostro premier una semplice domanda: ostili a chi, signor presidente del Consiglio? Quelle che lei vuole evitare sono offerte pubbliche d’acquisto ostili all’Italia o all’attuale management delle imprese? Sono ostili alla nostra economia o alle grandi famiglie che fanno oggi il capitalismo italiano? Sono ostili ai piccoli azionisti che troppe volte sono stati trattati a pesci in faccia da queste grandi famiglie o alle scatole cinesi che hanno ingessato la governance delle nostre imprese? Il dubbio è legittimo. Nei giorni scorsi ci ha invitato tutti a tenere le azioni di società italiane per almeno due anni. Oggi ci chiede di stare attenti a chi le compra queste azioni e non vuole che aumentino di valore in seguito ad offerte pubbliche di acquisto. Vuol dire dunque condannarci a vedere diminuire ulteriormente il prezzo di queste azioni. Ci perdoni dunque l’insistenza: ostili a chi, signor presidente?

Domanda

Una domanda a quanti preconizzano effetti virtuosi sul sistema produttivo (e in generale sull’economia italiana) della crisi mondiale in atto. È noto che le aziende italiane (gli imprenditori? I capitalisti? I manager? Insomma, quelli che decidono sull’uso della proprietà degli strumenti di produzione) hanno spostato, soprattutto negli ultimi decenni, una parte rilevante dei loro investimenti dalle attività suscettibili di creare profitto a quelle capaci di formare rendite, finanziarie e immobiliari. Gli effetti “virtuosi” della crisi aumenteranno o meno questa tendenza?

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