loader
menu
© 2022 Eddyburg
Dario Predonzan
La politica del territorio di Riccardo Illy
20 Novembre 2006
Proposte e commenti
Relazione del responsabile settore territorio del WWF Friuli Venezia Giulia al convegno: “Pianificazione per la qualità del territorio” (Udine, 17 novembre 2006)

Per inquadrare il disegno di legge sulla riforma della pianificazione territoriale in Friuli Venezia Giulia, in un contesto che ne spieghi le motivazioni e le finalità, è opportuno partire dal suo retroterra “storico”.

Fase 1: Il PRGC

Cominciamo quindi col dire che “c'era una volta un sindaco”, il quale governava una città di mare all'estremo nord est d'Italia, appoggiato da una maggioranza di partiti “progressisti”. Questo sindaco decise che una delle priorità della città, economicamente un po' assopita (al pari di molte altre in Italia) e politicamente – fino ad allora – tutt'altro che progressista, era il rilancio dell'edilizia. I costruttori, ovviamente, avevano parte rilevante in questa decisione.

Detto fatto, il sindaco prese un piano regolatore – in elaborazione da alcuni anni e affidato dai suoi predecessori all'architetto (1) di fiducia di un politico nazionale appena caduto in disgrazia per ignominiose vicende di tangenti (2) - e dopo aver sostituito di volata un assessore recalcitrante (3) ne affidò il “perfezionamento” ad un nuovo assessore assai competente (4), in quanto organico al Collegio costruttori. Costui riuscì a portarlo molto vicino all'approvazione, ma qualcuno dei consiglieri “progressisti”, malgrado tutto, recalcitrava, osando addirittura proporre modifiche al piano ispirate alle critiche che gli ambientalisti propugnavano da tempo. Critiche che prendevano di mira il dimensionamento eccessivo del piano (progettato per una città di 270 mila abitanti, che invece ne contava 220 mila, in diminuzione ulteriore), le massicce edificazioni previste nelle aree più belle e preziose sotto il profilo paesaggistico e naturalistico come sull'altopiano carsico e sulla costa (14 nuove zone di espansione residenziale – cioè villettizzazione massiccia – soltanto nella fascia costiera!), la pressochè nulla tutela per vaste aree urbane caratterizzate da edifici di pregio storico-architettonico, ecc.

Alla fine però il sindaco impose la propria volontà ed anche i consiglieri critici finirono per votare il piano. Il sindaco però rimase assai scontento di tutta la vicenda e si dimise in anticipo dalla carica, costringendo il Comune ad elezioni anticipate, alle quali stavolta si presentò con una lista di “fedelissimi” che portava il suo nome e fu rieletto.

C'era però in quel tempo anche una Regione, governata dalla stessa maggioranza progressista del sindaco, che tuttavia conservava ancora un po' di orgoglio per un'urbanistica di cui un tempo – ormai lontano - era stata faro in tutta la nazione. Ai tecnici regionali e all'assessore di allora (5) il piano regolatore del sindaco triestino non piaceva proprio e fecero quindi quel che la legge regionale consentiva ed era stato fatto in altri casi (ma non in tutti, purtroppo): imposero alcune modifiche, laddove il piano confliggeva platealmente con il paesaggio da tutelare: alcuni gruppi di ville sulla costiera, alcune sciagurate previsioni edificatorie in Carso, ecc.

Mal gliene incolse! Il sindaco si adombrò alquanto e innescò una violenta polemica con la Regione “matrigna e prevaricatrice”, irrispettosa della sacra autonomia comunale (e della sua persona), castrante di fronte alle prospettive di “sviluppo” della città, ecc. Giunse addirittura a chiede le dimissioni degli assessori originari della sua città, che sedevano nella Giunta regionale, per costringere quest'ultima a sciogliersi.

Ne sortì una battaglia legale, durata un paio d'anni e conclusa da una decisione del Consiglio di Stato (6), il quale diede torto alla Regione, perchè ribadì quanto gli ambientalisti andavano predicando – inascoltati - da oltre un decennio: occorre un piano paesaggistico (previsto da una legge dello Stato (7) fin dal 1985), che quella Regione – pur un tempo all'avanguardia - non aveva però mai voluto fare. Soltanto dotandosi di tale strumento, le modifiche ai piani regolatori comunali motivate da esigenze di tutela del paesaggio possono considerarsi legittime.

Il sindaco però la raccontò diversa – e tanti continuano a farlo tuttora – vale a dire spacciando quella decisione del CdS come una vittoria fondamentale dell'autonomia comunale contro il “centralismo” della Regione.

Intanto, l'effetto pratico fu però la reviviscenza delle previsioni devastanti che la Regione aveva modificato, come chiunque dia uno sguardo, ad esempio, alla fascia costiera triestina (perchè è ovviamente di Trieste che narra la storia) può facilmente constatare de visu. Dettaglio non privo di importanza: quasi tutti gli interventi edilizi previsti dal piano regolatore sono firmati dall'ex assessore all'urbanistica che il sindaco volle fortissimamente a gestire la fase cruciale del piano.

Assessore nel frattempo sostituito nella carica da un'attivissima ingegnere (8), poi assurta a ben maggiori incarichi anche politici (attuale assessore all'ambiente e pianificazione nella Provincia triestina, nonché consulente della Regione per la stesura del PTR), diligente nel gestire l'attuazione del piano fino alla scadenza del mandato del sindaco.

Fine della storia? No, soltanto l'antefatto, perchè la storia che più ci interessa comincia ora.

Dopo un paio d'anni alla Camera come deputato del gruppo misto, ancorchè eletto grazie all'appoggio del centro-sinistra (il che non impedì al nostro di apprezzare e votare la “legge obiettivo” di Berlusconi e Lunardi), ecco infatti l'ormai ex sindaco di Trieste diventare presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Correva l'anno 2003.

Fase 2: Infrastrutture, territorio e paesaggio in FVG

Nel programma della nuova Giunta sui temi della pianificazione territoriale e del paesaggio non c’è nulla, e assai poco anche su quelli ambientali. C’è parecchio invece per quanto concerne le politiche industriali, l’innovazione e la competitività del sistema produttivo regionale, ecc.

Un sintomo abbastanza chiaro, per chi l’avesse voluto cogliere, dell’indirizzo che il nostro intendeva dare all’attività dell’amministrazione regionale.

Gli atti successivi non facevano che confermare l’impressione di una Giunta intenta a rispondere soprattutto alle “esigenze” – spesso soltanto presunte - del sistema produttivo, così come rappresentate dalle istanze organizzate dello stesso (Confindustria in primis, ovviamente).

Ecco quindi, similmente a quanto fatto a Trieste per compiacere la lobby dei costruttori, l’enfasi estrema sulle infrastrutture di trasporto (ferrovie ad alta velocità, ma anche – e soprattutto – strade ed autostrade) e su quelle energetiche (elettrodotti, rigassificatori).

Il tutto, ben inteso, anche quando aveva ed ha ovvie e pesanti ricadute territoriali, paesaggistiche ed ambientali, al di fuori di qualsiasi quadro programmatico e pianificatorio: l’infrastruttura come postulato, come a priori. Non quindi un approccio problematico, che cerchi di capire – il più possibile oggettivamente, sulla base di studi, analisi costi-benefici, valutazioni strategiche e di impatto ambientale – quali e quante infrastrutture servano davvero al Friuli Venezia Giulia e siano compatibili con i valori irrinunciabili del suo territorio, bensì il progetto dell’opera come punto di arrivo che non si può discutere, al quale vanno subordinati piani e strumenti di tutela.

Con questa impostazione, si giunge però anche a situazioni ridicole, come quella in cui il nostro diventa addirittura “certificatore di qualità paesaggistiche”. Accade a Sistiana, febbraio 2005, quando il presidente della Regione incontra il sindaco di Duino-Aurisina (un ex collega, in fondo…) e l’imprenditore privato (un altro collega…) che in quella baia vorrebbe realizzare un ignobile mega-progetto turistico-immobiliare e “attesta” l’alto valore paesaggistico dell’intervento, proponendo addirittura. delle “migliorie” (peraltro ridicole o impossibili a realizzarsi). Di fronte ad un progetto, si badi bene, tenuto segreto a tutti (ma non a lui) allora e tuttora segreto oggi. Ma bisogna pur aiutare le iniziative imprenditoriali. Inutile dire che gli uffici regionali competenti in materia, di fronte a tanto autorevole certificazione, si sono prontamente adeguati….

Poco importa, naturalmente, che la pianificazione paesaggistica regionale sia, come detto, inesistente e che l’unico timido tentativo di costruirne una, proprio per la fascia costiera triestina, sia stato seppellito già nel 2003 dal nostro con la perentoria affermazione (recepita in delibera di Giunta) secondo cui nel PTRP con valenza di piano paesaggistico per la costa triestina “…non saranno inserite previsioni che contrastino o contraddicano gli strumenti urbanistici dei comuni interessati” (9). Non sia mai che a qualcuno venga in mente di rivedere la villettizzazione prevista dal PRGC di Trieste proprio in quell’area!

Del resto, ancor prima a Lignano, la pineta di proprietà dell’EFA, assoggettata a vincolo paesaggistico nei primi anni ’90 proprio per decisione della Regione, è stata sventrata per far posto ad alcuni edifici sportivi privati (che avrebbero potuto benissimo trovar posto altrove). In questo caso, non si è esitato ad applicare la normativa sui lavori pubblici (10), trattandosi sì di un intervento privato, ma sostenuto da un contributo regionale (11) e quindi parificato ad un’opera di pubblica utilità. Una normativa, ça va sans dire, che permette di scavalcare agevolmente piani e vincoli ed è assai sbrigativa sotto il profilo delle valutazioni ambientali e paesaggistiche.

Non che il nostro sia del tutto allergico alla pianificazione, beninteso. Basta che i piani siano costruiti a sua immagine e somiglianza e cioè contengano tutto ciò che lui vuole (infrastrutture, ecc.) e non contengano ciò che non vuole (vincoli paesaggistici o ambientali insuperabili, ad esempio). Ecco quindi che, di fronte ad alcune – grosse - difficoltà insorte nell’iter di un progetto che gli sta particolarmente caro, cioè la linea ferroviaria ad alta velocità Venezia – Trieste, spunta improvvisamente l’urgenza (neppure accennata, come detto, nel programma di Giunta) di un Piano Territoriale Regionale. O meglio, di una legge che ne indichi finalità e procedure. L’obiettivo vero è però un altro, come vedremo.

Ecco, quindi, il solerte assessore Sonego approntare di gran carriera quella che sarebbe diventata poi la legge regionale 30 del 2005. La quale legge all’art. 5 espone sinteticamente tutte le proprie “coordinate culturali”: l’economicismo di fondo, la confusione dei piani e degli obiettivi, la demagogia e l’indeterminatezza delle enunciazioni. E’ infatti questo, probabilmente, il primo caso in cui ad un Piano territoriale si impongono “equi-ordinate” finalità strategiche quali la conservazione e la valorizzazione del territorio regionale, anche valorizzando le relazioni a rete tra i profili naturalistico, ambientale, paesaggistico, culturale e storico” insieme alle “migliori condizioni per la crescita economica del Friuli Venezia Giulia e lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale” (12).

Che cosa significhi poi, anche dal mero punto di vista semantico, “lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale”, è questione troppo ardua per essere risolta dalle modeste capacità del sottoscritto e richiederebbe ben altre doti esegetiche. Ma tant’è, così si scrivono le leggi oggi in Friuli Venezia Giulia.

Naturalmente, il vero obiettivo della legge 30 era ben altro. Vale a dire le infrastrutture. Il Capo II della legge è infatti costruito con l’obiettivo dichiarato di “preservare la possibilità di realizzare infrastrutture strategiche ovvero di dotare la Regione di strumenti che ne facilitino la realizzazione”(13). Ecco quindi, sempre rigorosamente al di fuori di qualsiasi previsione pianificatoria (comprese le previsioni del futuro PTR!), strumenti come la sospensione provvisoria dell’edificabilità “sulle domande di concessione o di autorizzazione edilizia in contrasto con progetti che siano stati dichiarati di interesse regionale”. La dichiarazione spetta, ovviamente, alla Giunta regionale. Il testo originario del disegno di legge indicava esplicitamente alcuni di questi progetti strategici: le “opere ferroviarie di attuazione del Corridoio V e quelle ad esso complementari” e le “opere del nuovo collegamento stradale Cervignano-Manzano e quelle ad esso complementari” . Indicazioni poi espunte, per pudore, nel testo definitivo.

Con tali premesse, appariva abbastanza chiaro cosa ci si potesse aspettare dal PTR. Il PTR, beninteso, non c’è ancora. Esiste, per il momento, soltanto un – corposissimo – Documento preliminare al PTR(14), sul quale è stato anche avviato un pretenzioso “processo partecipativo” ispirato (si vorrebbe far credere) ai principi di Agenda 21.

Anche il commento di dettaglio del WWF su tale elaborato è compreso nella cartellina. Qui basti dire che dalle 550 (!) pagine del documento non emerge alcun indirizzo chiaro, per quanto concerne elementi imprescindibili di ogni serio strumento di pianificazione territoriale, come le questioni ambientali e del paesaggio: imprescindibili specie per un PTR che si vorrebbe abbia anche valenza di piano paesaggistico!

Invece, anche qui, emerge con assoluta evidenza l’approccio essenzialmente economicistico alle questioni territoriali e l’enfasi sulle infrastrutture strategiche, accanto a “perle” di assoluto valore umoristico – ancorché involontario – quali l’impagabile finalità del Piano consistente nell’offrire sostegno alla zootecnia ed al pascolo (con reintroduzione di cavalli, mucche, ovini che a livello di coscienza collettiva contribuiscono a ‘fare paesaggio’)”.

Men che meno, si rinvengono nel documento preliminare, indicazioni forti in merito ad una concezione moderna del paesaggio e dell’ambiente naturale, concezione che pur era presente – almeno in nuce – nel PURG del 1978,. Una concezione cioè che si incentri sulla tutela degli ecosistemi, più che di singole “isole” di pregio naturalistico, che di conseguenza punti alla tutela e al recupero delle connessioni funzionali tra gli ecosistemi stessi attraverso un sistema di reti ecologiche e di corridoi naturalistici (tenuto conto, ovviamente, della straordinaria concentrazione di biodiversità presente – malgrado tutto - nel pur limitato territorio regionale). Una concezione, va riconosciuto, ardua da accettare per chi concepisce il futuro del Friuli Venezia Giulia essenzialmente come “piattaforma logistica” e le “reti” le vede rappresentate soltanto da strade, ferrovie ed elettrodotti…

Date le premesse, si attende ovviamente con ansia la stesura effettiva del PTR, per vedere come simili “finalità” si possano poi tradurre in contenuti pianificatori.

Naturalmente, però, le infrastrutture non possono attendere i tempi, inevitabilmente lunghi, di un PTR. Ecco quindi che, a latere di tutto ciò, si percorrono anche altre strade.

Una di questa è quella che punta ad estorcere al Governo impegni – politici ed economici – per le cose che interessano. Ecco allora il Protocollo d’intesa tra la Regione Friuli Venezia Giulia e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, predisposto la scorsa estate dal presidente della Regione raccogliendo anche i contributi di vari esponenti politici di maggioranza ed opposizione e – ahinoi – sottoscritto dal Presidente del Consiglio il 4 ottobre scorso.

Il commento del WWF sul Protocollo è disponibile nella cartellina. Qui basti rimarcare che, in perfetta continuità con quanto detto prima a proposito di infrastrutture, il Protocollo contiene una nutrita “lista della spesa” relativa alle opere – viarie – che la Regione chiede di finanziarie, ovvero di sostenere nelle successive fasi progettuali, ovvero di agevolare (è il caso della Sequals-Gemona) mettendo in riga i funzionari recalcitranti che in qualche Soprintendenza si ostinano a non volersi sottomettere ai desiderata dei sindaci e delle categorie economiche. Il tutto, al solito, prescindendo da qualsiasi pianificazione o programma, come dimostra il caso eclatante del collegamento tra la A 23 e la A 27 attraverso il traforo della Mauria, opera – voluta da alcuni ambienti economici soprattutto veneti - inserita a forza nel Protocollo soltanto perché “prevista” da un’intesa estemporanea stipulata nell’aprile 2004 tra il presidente del Friuli Venezia Giulia, quello del Veneto ed il ministro delle Infrastrutture. Sono questi gli unici atti programmatici che contano e che devono prevalere, secondo il nostro, su qualsiasi piano e programma.

Il guaio è che finiscono per prevalere anche su elementari considerazioni di sostenibilità tecnico-economica delle opere (per non parlare della sostenibilità ambientale), sulle doverose esigenze di coinvolgimento ed informazione dei cittadini, scavalcando di fatto perfino procedure di valutazione pur prescritte da Direttive europee come la V.A.S. (15).

Proprio come accade con la linea ferroviaria ad alta velocità Venezia –Trieste.

Pur tuttavia, uno straccio di piano bisognerà pur produrlo, non foss’altro perché ormai l’iter del PTR è avviato e dei soldi – non pochi, si può immaginare – sono stati spesi, per consulenze e altro, ma anche perché lo prescrivono le normative nazionali, almeno per quanto concerne il paesaggio (D. Lgs. 42/2004 e s.m.i.). Che fare? Ovviamente, bisogna che il piano corrisponda, almeno nella forma, a quanto previsto dalle norme statali. Ecco allora intervenire l’Intesa interistituzionale tra la Regione, il Ministro per i beni e le attività culturali ed il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare “per l’elaborazione congiunta del piano territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici”, predisposta dal solerte Sonego (16) e inviata per la sottoscrizione a Roma.

Un sintomo di rinsavimento? Mica tanto, perché il testo dell’Intesa proposto dalla Regione prevede (art. 3) che gli “indirizzi preliminari e generali di cui tener conto nell’elaborazione del PTR” sono costituiti, ovviamente, dal “Documento preliminare al PTR”, quello delle 550 pagine di cui sopra, con mucche, cavalli e ovini che contribuiscono a fare paesaggio.

C’è quindi di che temere, a meno che… A meno che nei Ministeri competenti qualcuno non trovi il buon senso per ridiscutere il tutto e soprattutto per riappropriarsi del proprio ruolo, mettendo un freno alla deriva “sviluppista” ed infrastrutturale del Friuli Venezia Giulia. In fondo, a tutt’oggi, la competenza prevalente in merito alla tutela del paesaggio appartiene allo Stato e la Regione Friuli Venezia Giulia non ha certo ben meritato finora, in questo campo.

Fase 3: ?

Il disegno di legge “Sonego (vale a dire il n. 212, presentato l’8 novembre 2006), dal quale siamo partiti, appartiene al futuro, nel senso che il suo iter deve appena cominciare.

Per quanto detto sopra, tuttavia, motivazioni e finalità appaiono facilmente identificabili.

Da un lato, infatti, viene abrogata pressoché interamente la L.R. 30/2005, fatta eccezione – ovviamente - per i soli articoli “importanti”, vale a dire quelli finali sulle infrastrutture strategiche e sui progetti delle opere di interesse regionale. L’abrogazione è però solo apparente (17), perché i contenuti e la stessa dizione degli articoli abrogati, salvo marginali modifiche di forma, sono riprodotti invariati nel nuovo testo. Così è anche, quindi, per l’ ”equiordinazione delle finalità strategiche”, delle continuano a far parte anche le già citate “migliori condizioni per la crescita economica del Friuli Venezia Giulia e lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale”.

Si aggiunge però una completa rivisitazione degli strumenti urbanistici anche a livello comunale, solo accennata nella L.R. 30/2005 (18). Viene quindi in sostanza abrogata la L.R. 52/1991, sostituita da una disciplina che introduce una congerie di strumenti del tutto nuovi. Oltre al citato PTR, infatti, sono previsti il PSC (Piano Strutturale Comunale), il POC (Piano Operativo Comunale) ed il PAC (Piano Attuativo Comunale), ma anche il DPP (Documento Preliminare di Piano), la “Conferenza di pianificazione”, l’”Intesa di pianificazione”, senza dimenticare l’Unione Speciale di Pianificazione e conservando anche i piani regionali di settore ed i piani territoriali infraregionali, previsti dall’attuale L.R. 52/1991.

In sintesi, secondo il WWF il disegno di legge 212 è inaccettabile perché:

- non si pone esplicitamente l’obiettivo prioritario di tutelare il territorio ed il suolo (in particolare quello agricolo) arrestandone il consumo;

- favorisce anzi, anche ricorrendo agli strumenti della perequazione e della compensazione urbanistica e territoriale, pratiche perniciose di “urbanistica contrattata” funzionali esclusivamente agli interessi della speculazione immobiliare;

- non chiarisce in alcun modo la definizione del confine tra le competenze di Regione e quelle dei Comuni per quanto concerne la “pianificazione della tutela e dell’impiego delle risorse essenziali di interesse regionale”;

- complica irrazionalmente le procedure di formazione degli strumenti urbanistici di livello comunale (PSC, POC, PAC, Intese, ecc.);

- limita fortemente le possibilità di partecipazione del pubblico alla formazione degli strumenti urbanistici (19), senza precisare in alcun modo modalità e strumenti per l’implementazione delle metodologie di Agenda 21 e le procedure di VAS (richiamate solo formalmente nel ddlr) nella formazione e nella valutazione degli strumenti urbanistici;

- incentiva forme di pianificazione sovracomunale funzionali principalmente all’ulteriore cementificazione del territorio (cfr. art. 26, c. 2, lett. a).

In più, per quanto concerne la gestione delle competenze relative alla tutela del paesaggio, viene confermata – peggiorandola – l’attuale situazione, che vede la delega ai Comuni di competenze delicatissime, senza alcun indirizzo neppure per quanto concerne il funzionamento delle Commissioni consultive locali (art. 45), dalle quali scompare anche l’obbligo (previsti dalla L.R. 52/1991 per le Commissioni Edilizie Integrate) di ricorrere ad alcuni esperti designati dalle associazioni ambientaliste.

Chi ha approfondito il funzionamento delle attuali Commissioni Edilizie Integrate, ha potuto verificare agevolmente la totale arbitrarietà di quanto vi accade in molti Comuni (convocazioni ai componenti oggi per domani, ordini del giorno comunicati il giorno stesso della seduta, assenza di verbali, ecc.). Il che avrebbe dovuto indurre la Regione ad assumere per lo meno qualche funzione di indirizzo e controllo, mentre invece si va nella direzione opposta.

Da un certo punto di vista, comunque, il ddlr 212 potrebbe essere letto anche come un tentativo di recupero di competenze – almeno rispetto alla prassi attuale - da parte della Regione, per quanto concerne la pianificazione delle “risorse essenziali di interesse regionale”.

In teoria, infatti, il PTR potrebbe dare origine ad un vero piano paesaggistico “valorizzando le relazioni a rete tra i profili naturalistico, ambientale, paesaggistico, culturale e storico”(20), e potrebbero essere puntualmente definite le competenze regionali nel settore fornendo nel contempo precisi indirizzi vincolanti alla pianificazione sub-regionale per la tutela di queste risorse, assumendo come fondamento la già citata tutela e ricostruzione delle reti ecologiche.

Sarà così? Viste le premesse ricordate sopra, mi permetto di dubitarne, specie di fronte a reiterate dichiarazioni dell’ottimo assessore Sonego, secondo le quali “il territorio è dei Comuni”, mentre obiettivo della politica urbanistica regionale è “una Regione più ricca e più felice”.

C’è quindi da temere che anche in futuro il panorama, ad esempio, della pianura friulana sarà sempre più caratterizzato dalla triade “capannoni-pioppeti-antenne per cellulari”.

Il WWF, naturalmente, non intende rassegnarci a ciò auspica che, anche grazie ad occasioni di dibattito come quella odierna, chi può (e deve) si faccia sentire, affinchè nelle menti dei legislatori si facciano strada idee coerenti con la tutela del patrimonio ambientale e storico-culturale del Friuli Venezia Giulia, il quale non merita di essere abbandonato nelle mani della perversa commistione di gretti interessi economici e politici oggi prevalente a livello locale come a quello regionale.

(1) L'arch. Paolo Portoghesi

(2) Si tratta ovviamente di Bettino Craxi

(3) L'ing. Cargnello, dimessosi per non aver voluto accettare i mercanteggiamenti sulla base dei quali veniva costruendosi il PRGC

(4) L'ing. Giovanni Cervesi

(5) Mario Puiatti

(6) Decis. n. 1763/99 dell’8 giugno 1999

(7) La L. 431/1985, c.d. “Galasso”

(8) L'ing. Ondina Barduzzi

(9) Cfr. DGR 3148 del 17 ottobre 2003

(10) La L.R. 14 del 2002, fortemente voluta dalla Giunta di centro-destra

(11) Si tratta di 4 milioni di Euro!

(12) L.R. 30/2005, art. 5, c. 1

(13) L.R. 30/2005, art. 9, c. 1

(14) Nella stesura del quale ha avuto parte rilevante l’ex assessore all’urbanistica del Comune di Trieste, ing. Ondina Barduzzi

(15) Cfr. Direttiva 2001/42/CE

(16) Cfr. DGR n. 1873 del 28 luglio 2006

(17) L’abrogazione risponde essenzialmente all’esigenza di “togliere di mezzo” quella parte della L.R. 30/2005 che aveva suscitato un ricorso (fondato) alla Corte Costituzionale da parte dell’UPI.

(18) Che infatti rinviava (art. 1, c. 2) ad una futura legge il ”riordino organico della normativa regionale in materia di pianificazione territoriale e urbanistica”.

(19) “Chiunque” può formulare osservazioni soltanto sul POC (art. 21, c. 2),ma non sul PTR (art. 9, c. 5), né sul PSC (art. 16, c. 5), né sui PAC (art. 23). Su questi ultimi le osservazioni non sono proprio ammesse, mentre sugli altri strumenti di cui sopra il diritto di formularle è riservato a soggetti “selezionati” (enti ed organismi pubblici, soggetti portatori di interessi diffusi “riconosciuti in ambito regionale”, soggetti nei confronti dei quali le previsioni del piano sono destinate a produrre effetti diretti)

(20) Art. 7, c. 1, lett. a) del ddlr 212

Abbondante materiale sugli argomenti trattati nel testo è disponibile nel sito del WWF Friuli - Venezia Giulia (sezione “documenti”)

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg