loader
menu
© 2022 Eddyburg
Edoardo Salzano
La pelle del pianeta
26 Marzo 2014
Libri da leggere
Prefazione al libro Contenereil consumo di suolo in Italia. Saperi ed esperienze a confronto. Raccolta multidisciplinare di saggi a cura di Gian Franco Cartei e Luca De Lucia, Editoriale scientifica, Napoli 214

Prefazione al libro Contenereil consumo di suolo in Italia. Saperi ed esperienze a confronto. Raccolta multidisciplinare di saggi a cura di Gian Franco Cartei e Luca De Lucia, Editoriale scientifica, Napoli 214

Questo libro giunge in un momento opportuno. Quando, cioè, laprotesta per il danno subito dagli attuali e futuri abitatori del pianeta Terraa causa dell’uso irrazionale della crosta terrestre sembra trovar riscontro nellavolontà dei legislatori e dei governanti nazionali e locali di correre ai ripari.I saggi raccolti nel volume ci aiutano a comprendere molte cose: dai significatiche il termine “consumo di suolo può assumere alle fonti e ai metodi cui i può ricorrereper misurarlo, dai meriti ai difetti delle proposte legislative approvate o in corsodi discussione in Italia ai modi che si raccomandano nell’Unione europea e che sipraticano in altri paese europei per contrastarlo, ai rapporti tra il tema specificodel consumo di suolo e i punti di vista di altre discipline, quali quelle dellapianificazione urbanistica e del diritto positivo.
Nell’introdurre alla lettura vorrei accennare brevemente atre questioni. Innanzitutto vorrei riassumere le ragioni per cui si deve considerareil fenomeno del consumo di suolo uno dei segnali più preoccupanti del degrado incui alcuni secoli della storia della civiltà e della società umana hanno condottoil pianeta che ancora abitiamo, in condivisione con altre civiltà e società. Vorreisviluppare poi alcune considerazioni, altrettanto sintetiche, sul contributoche la politica urbanistica ed edilizia ha dato in Italia al consumo di suolo,per concludere infine con qualche appunto sul “che fare”.

1

Le decisioni nascono da una pluralità di motivazioni, consapevolio inconsapevoli. Credo che la decisione di contrastare il consumo di suolo debbanascere dalla consapevolezza che il suolo è un bene prezioso: un bene non meno preziosodell’intelligenza o dell’amicizia, della volontà di vivere e della capacità di sopravvivere.Una consapevolezza che vedo razionalmente basata su tre serie fondamentali di argomentirazionali: che nel loro insieme definiscono le caratteristiche essenziali del suolo.Esso è, al tempo stesso, la pelle del pianeta,quindi il substrato di tutte le comunità biologiche che animano l’universo a noinoto e l’infrastruttura materiale della sua vita. E’ il palinsesto della storia delle civiltà umane, cioè l’insieme dei codicie delle narrazioni della storia collettiva dell’umanità e dei suoi condomini. E’,infine, quello che Piero Bevilacqua definisce l’”habitat dell’uomo” cioè dei luoghi, più o meno trasformati dall’interazionetra storia e natura, essenziali alla nostra vita.
Da queste sue caratteristiche discendono le molte potenzialiutilizzazioni del suolo per la razza umana: la conservazione del ciclo della biosfera,la produzione degli alimenti, l’organizzazione più soddisfacente dell’habitat dell’uomoe l’uso parsimonioso delle altre risorse necessarie, preservazione e utilizzazionedella storia delle civiltà
Come sa chiunque è capace di guardare al di là dell’hic et nunc le trasformazioni dellaciviltà umana hanno prodotto, soprattutto negli ultimi secoli, un pesante processonell’evoluzione delle molteplici utilizzazioni del suolo: tra tutte quelle necessariee possibili è divenuta dominante quella finalizzataall’uso del suolo come habitat dell’uomo nella forma dell’urbanizzazione: lacittà, gloria e dannazione della civiltà umana. Il suolo si sta gradatamente mavelocemente trasformando in una “repellente crosta di cemento e asfalto” come dicevaAntonio Cederna.
Per conto mio sono profondamente convinto che decisivi in questomortifero processo siano stati non solo la mancanza di consapevolezza del valoredel suolo come bene (come patrimonio da gestire con parsimonia), ma il ruolo cheha via via assunto la rendita urbana. Di fatto, la potenzialità economica dellarendita nell’economia capitalistico-borghese, e soprattutto post-borghese, escludegradualmente le altre possibili utilizzazioni e condiziona pesantemente lo stessa“habitat dell’uomo”
2
Il consumo di suolo ha molte forme. Se si vuole davvero contrastarleoccorre vederle tutte, sebbene il loro peso sia diverso nei diversi contesto territorialie sociali. L’esigenza di considerarle tutte non deriva solo dalla necessità di esercitareun controllo globale del miglior uso della pelle del pianeta, ma anche perché lediverse facce del consumo di suolo costituiscono differenti aspetti dello sfruttamentodell’uomo sull’uomo, del saccheggio di patrimoni comuni, e di nascita di condizionidi disagio, precarietà, povertà.
E’ consumo di suolo il landgrabbing (l’accaparramento forzoso dei territori dei paesi poveri), come lealtre forme di asservimento della produzione agricola al ciclo energivoro dell’economiaopulenta, come è consumo di suolo la distruzione materiale della naturalità, dellabellezza e della storia mediante l’espansione immotivata della la repellente crostadi cemento e asfalto.
E’ su quest’ultimo aspetto che vorrei soffermarmi, tenendo contoche non è l’unico, e che considerarli tutti nel loro insieme è necessario ancheper costituire quel sistema di alleanze sociali che è essenziale per poter contrastarecon efficacia il fronte degli interessi vitalmente interessati alla prosecuzionedel saccheggio.
Una prima domanda bisogna porsi per comprendere come contrastareil consumo di suolo. La mia ferma opinione è che il consumo di suolo è diventatoun problema nella realtà italiana nel corso degli orribili anni 80 quando si è lasciatoche a quello che definisco “il ventennio della speranza” succedesse il “trentenniodel saccheggio” :una fase, ahimè, che non sembra ancora seppellita.
Nel quadro del sistema giuridico-amministrativo italiano L’unicostrumento idoneo a contrastare efficacemente e durevolmente il consumo di suoloè indubbiamente quello della pianificazione urbanistica e territoriale: ovviamente,ove questa sia orientata verso gli obiettivi giusti, quali quelli generalmente predicatinegli atti normativi nazionali e – come sottolinea Luca De Lucia - anche regionali.
E’ la pianificazione, a tutti i livelli, che ha la missione didefinire e prescrivere un soddisfacente equilibrio tra le diverse, e potenzialmenteconflittuali, utilizzazioni del suolo. Del resto la componente edilizia del consumodi suolo (la più rilevante, insieme a quella delle grandi infrastrutture) è “regolata”dai piani urbanistici comunali
Gli anni 80 sono stati, fin dall’inizio, caratterizzati da unaprogressiva delegittimazione della pianificazione territoriale e urbana (con l’unicaeccezione di quella paesaggistica. Ciò è avvenuto mediante una serie di teorie epratiche devastanti, tutte all’insegna degli slogan dominanti a partire da queglianni (“privato è bello”, “meno stato e più mercato”, “via i lacci e lacciuoli”).Voglio ricordare la pratica della perequazionecome spalmatura generalizzata dell’edificabilità, la connessa teorizzazione deidiritti edificatori ( inesistenti peril diritto, inventati dagli autori del PRG di Roma), lo spacciare una presunta vocazione edilizia come proprietà specifica deiterreni. E voglio ricordare infine, sul piano strutturale quella caratteristicadel capitalismo globalizzato che Walter Tocci ha definito il trionfo della rendita, e sul piano politicoe legislativo il successo che ha accoltola proposta di legge urbanistica proposta dalla legge di Maurizio Lupi, fondatasulla mutazione della pianificazione urbanistica da compito e responsabilità dell’azionepubblica a ratifica dell’imitativa della proprietà immobiliare.
Il fatto è che l’onda globale del neoliberismo si è aggravatanella sua versione italiana, a causa anche del ruolo storico che ha avuto nel nostropaese la rendita immobiliare, e della debolezza cronica della pubblica amministrazione

3

Mi sono domandato spessodella ragione per cui la gravità del fenomeno è stata avvertita così tardi. E’ unadomanda che mi pongo da quando, nel 2004, decidemmo (con Mauro Baioni, Vezio DeLucia, Maria Cristina Gibelli) di dedicare la prima edizione della Scuola di eddyburgall’analisi e alla denuncia del consumo di suolo e ci accorgemmo che il tema eradel tutto assente dal dibattito politico e culturale (se non in qualche studio accademico,spesso più elogiativo che critico della nuova forma di urbanizzazione).
Non so rispondere, ma c’è certamente una relazione tra questoritardo, e l’egemonia conquistata dall’ideologia della crescita indefinita (lo “sviluppismo”),la decadenza della politica e il suo appiattimento sul giorno per giorno, la distrazionedella gran parte dei saperi specialistici dagli aspetti propri della pianificazionedelle città e del territorio, e infine il prevalere nell’accademia della formazionedi tecnici per la gestione dei processi in atto (facilitatori) anziché di intellettualidotati di spirito critico e quindi propositori di strade alternative.

Da allora, fortunatamente, le cose sono cambiate. Oggi “No alconsumo di suolo” è diventato uno slogan di massa: il peggioramento delle condizionimateriali, i risultati del saccheggio in nome della rendita hanno suscitato reazioniestese di protesta e di puntuale proposta alternativa. Ma il “No al consumo di suolo”è diventato anche una parola passepartout (come sostenibilità, come sviluppo, comedemocrazia). Una retorica dietro la quale si nascondono spesso progetti di uso delsuolo molto simili a quelli che abbiamo conosciuto e che condanniamo.
C’è ancora una grande confusione sul “che fare”. Le commissioniparlamentari sono affollate di proposte legislative, alcune chiaramente volte aconvalidare le scelte perverse che hanno causato il saccheggio del territorio, altresemplicistiche e velleitarie, altre infine mutuate da esperienze di altri paesiil cui contesto è profondamente diverso dal nostro. I saggi raccolti in questo libroforniscono un utilissimo contributo alla comprensione di questa realtà e alla individuazionedelle vie da percorrere per uscirne.

La situazione e gravissima ed è urgente dire “stop alconsumo di territorio ”non solo nella retorica delle dichiarazioni d’intenti manella pratica tecnica, politica e amministrativa.

Molto si può già fare, a tutti i livelli. Ma occorrono almenotre elementi. Occorre disporre, e rendere condivisa, una visione strategica sull’usodella pelle del pianeta, che sia alternativa rispetto alla miopia prevalente oggi. Occorre un dispositivo che leghi tra loroi diversi livelli di governo: le istituzioni della Repubblica, stato, regioni, provincee città metropolitane, comuni.Occorre l’attivazione di procedure che consentano di dare voce informata e consapevole al “popolosovrano” coinvolgendolo responsabilmente nel processo di decisione.
ARTICOLI CORRELATI
15 Maggio 2019
6 Febbraio 2019

© 2022 Eddyburg