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Marco Guerzoni
La partecipazione come fine
17 Marzo 2005
Scritti ricevuti
Le recenti delusioni bolognesi (Cofferati non è come entusiasticamente si sperava) provocano riflessioni anche amare e rivelano crisi nascoste. Ieri Guermandi sulla crisi della politica, oggi (16 marzo 2005) Guerzoni su quella della partecipazione

Paradossi moderni

Mi sembra paradossale che nella fase di maturità sociale ed economica, di multiculturalità e in generale di complessità relazionale nella quale molte delle nostre città si trovano, i processi decisionali considerati più democratici e spinti, definiti altrimenti anche “innovativi”, chiamino come soggetto agente la decisione il cittadino singolo o eterogeneamente mescolato ad altri (per dar vita a comitati, associazioni, ecc.), in attività variamente nominate (forum, focus, assemblee, parlamentini, ecc.), ma ugualmente finalizzate a costruire un’espressione di principi e di obiettivi tramite elaborazioni personali, maturazioni di coscienza, elevazione culturale, “visioni” allargate ecc.; pratiche cioè di eccezionale difficoltà, per il singolo, e tanto più per una collettività.

Pare cioè che in presenza di complessità sociale, di grave crisi del sistema della vivibilità urbana (qualsiasi cosa essa voglia significare), di costante compresenza di conflitto tra livelli e competenze di governo differenti, di poteri privati potenti e sempre meno diffusi, nel porsi l’obiettivo del governo efficace (e consensuale) del sistema urbano, gli organi tecnico-amministrativi della città vedano utile e innovativo il richiamo alla partecipazione diretta dei soggetti cui le politiche di governo del territorio sono indirizzate e che subiscono pienamente il lato più drammatico dell’attuale globalizzazione (qualsiasi cosa essa voglia significare).

Questo “buon viso” ai processi partecipativi - che ho l'impressione sia passeggero come la moda dei pantaloni a zampa d'elefante - è l'esito certamente anche dell'attività culturale e di ricerca operata in questi anni da autorevoli esponenti delle accademie, anche per il fascino che produce l'utopia della partecipazione: essa tende ad avvicinare le nostre città alle "comunità", alla culla cioè della modernità occidentale; una sorta di ritorno al passato per esorcizzare i mali della modernità. Piccolo è bello! Dal villaggio al municipo medievale, l'uomo partecipativo può costruirsi continuamente un immaginario bucolico, antidoto ai fallimenti morali prodotti dall'asfalto e dal cemento, dai conflitti e dai delitti, delle nostre città.

Perché partecipare?

Conosco bene il gusto acido della sconfitta, quando l'impegno nel "cambiare lo stato delle cose" - qualunque esse siano - non produce gli esiti attesi. So che cosa sia la frustrazione e lo smarrimento quando "tutto torna come prima", dopo che si è lavorato sodo per costruire alternative diverse - che si ritengono migliori - allo scivolante andazzo delle cose. Ho perfino imparato ad apprezzare certi muri, quelli di gomma, perché adesso so di quale polimero sia fatta la sfera del potere: sapere, in ogni caso, è sempre bene.

Ho imparato anche ad apprezzare i "malati della sindrome di NIMBY". Mi è chiaro, e lo condivido, il loro diritto di difendere sé stessi, e i propri cari, da ciò che ritengono "soprusi". Poco importa che si tratti di autostrade, di insediamenti industriali, o ponti, o di tralicci dell'alta tensione.

Chi è "affetto" da questa sindrome ha un nobile obiettivo, privo di sovrastrutture. Essi non chiedono di partecipare: vogliono semplicemente impedire, contrastare, combattere, raramente proporre. Costoro hanno spesso una vita felice e serena, piena di cose da fare; hanno tempo libero dal lavoro da dedicare alla "riproduzione". Non chiedono altro che il mantenimento di questa loro condizione. La loro protesta è tutt'affatto richiesta di partecipazione: si decida con qualsiasi metodo, procedura, tecnica, ma si decida, in fretta, di sospendere quell'opera! La si faccia eventualmente, se proprio è necessaria, altrove.

L'antropologia del popolo che chiede partecipazione è variegata e non riducibile ad uno standard. Ho molta difficoltà ad intendere "che cosa vuole" questo popolo.

Si può, banalmente, rispondere che cerca più partecipazione per….Dove nei puntini di sospensione stanno diversi temi: taluni riducibili ad oggetti, altri a processi. Qualcuno vuole partecipare per dire che vuole più piste ciclabili; altri per costruire un differente e migliore modello di democrazia. Come si vede sono due categorie con grande dignità, di certa utilità collettiva, e la cui concretezza è facilmente riconoscibile.

Si tratta tuttavia di intendersi circa il vecchio dibattito che tende a separare i "fini" dai "mezzi".

Ho cioè l'impressione netta - corroborata dalla mia modesta esperienza - che esista una civiltà della partecipazione che ritenga "mezzo e fine" la partecipazione in quanto tale. Che questa civiltà abbia abbandonato, nel rigurgito per la pessima politica che ci tocca di questi tempi, l'analisi delle cose di questo mondo: analisi anche poco più sofisticata delle considerazioni rilasciate dall'istinto. Ma senza analisi non si fa la rivoluzione.

Perché la civiltà della partecipazione, che ho inutilmente tentato di capire con il massimo della serietà che io riesca a permettermi, la vedo indaffarata a costruire e a scambiarsi notizie, idee, diritti, rivendicazioni, mal di pancia, sofferenze, ricette, saluti, auguri, maledizioni, insulti, complimenti, in una rete di persone e personalità, soggetti e soggettività, moltitudini; e nel pullulare di questa attività ogni tanto mi chiedo se ciascuno dei componenti di questo variegato popolo, abbia veramente inteso - o sia addirittura convinto - che "bisogna cambiare lo stato delle cose" (la pista ciclabile o l'apparato democratico) per vivere meglio (qualsiasi cosa ciò significhi).

Mentre scrivo mi sorge però una domanda: che per vivere meglio sia necessario partecipare?

Se così è, ammetto di non aver capito nulla della civiltà della partecipazione - qualunque cosa significhi - non avendo condiviso il "bel vivere" che dovrebbe stare nei luoghi e nelle persone che chiedono più partecipazione. Di questa civiltà ricordo più i momenti di ostilità che di armonia; le ore di sonno perse, con la persistente sensazione di averle perse inutilmente e di non aver guadagnato tempo.

In fondo a tutto mi rimane un groppo in gola, come un "ovo sodo, che non va ne su ne giù", perché oggi, dopo i tempi in cui ho "osservato partecipante" la civiltà della partecipazione, in cui ho partecipato alla richiesta e alla fornitura di partecipazione, non ho la pista ciclabile che volevo.

Quindi ho deciso. Ho deciso che mi dedicherò ai marciapiedi. Prima come esercizio spirituale in preparazione alla globalizzazione (il marciapiede è la metafora di chi è calpestato) e poi magari per professione. Mi dedicherò alla cura dei marciapiedi. Ad un modesto piano per camminare sereno tutti i giorni, e non solo in quelli di festa. Marciapiedi sui quali, i miei passi sgarbati da campagnolo veneto, possano scivolare senza inciampi.

Cambiando obiettivi, cambieranno anche i mezzi.

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