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Giorgio Todde
La parola avvelenata: ”Semplificazione”
16 Agosto 2013
Giorgio Todde
Usi civici, la storia, la proprietà, l’uso della terra. In Sardegna tutto questo è finito dentro due articoletti di una legge scarna. >>>

Usi civici, la storia, la proprietà, l’uso della terra. In Sardegna tutto questo è finito dentro due articoletti di una legge scarna. >>>

Usi civici, la storia, la proprietà, l’uso della terra. In Sardegna tutto questo è finito dentro due articoletti di una legge scarna. Un minimalismo giuridico che nasconde una minaccia.

Il Consiglio regionale ha approvato con una discussione afona una legge ritenuta urgente da tutti i gruppi. Poche righe scivolose per modificare l’uso dei suoli nei 380 Comuni sardi.

Dall’assessorato all’urbanistica dicono con sguardo sfuggente che non si tratta di provvedimenti sul paesaggio ma di chiarimenti e – parola avvelenata – semplificazioni. Eppure il titolo della legge recita: ”Norme urgenti in tema di usi civici, di pianificazione urbanistica, di beni paesaggistici”.

Nessuna discussione in aula, neppure sui singoli articoli. Nulla. Solo silenziose alzate di mano. Qualche intervento “per diritto di voto”. Contrari solo i consiglieri Lotto e Solinas del Pd e Sechi di Sel. Sorprendente l’onorevole Gian Valerio Sanna, uno degli ostetrici del nostro Piano paesaggistico, allineato con la legge che in realtà favorisce il cemento travestito da interesse pubblico.

Certo, è credibile che alcune intricate situazioni di fatto avessero urgenza di essere sanate. Ma cosa può accadere dopo questa legge? Secondo i proponenti nulla di negativo e, anzi, si scioglierebbero alcuni nodi.

Invece sarà l’ennesimo salvacondotto per fare quello che si vuole del nostro suolo, uno strumento per rendere più facile la trasformazione e cancellazione degli attuali usi civici che sono una barriera contro la frenesia edificatoria.

Gli usi civici vincolati ope legis fin dalla Legge Galasso del 1985, definiscono gli utilizzi possibili di terre pubbliche e rappresentano da millenni la complessità del nostro modo di essere, di vivere, di occupare e utilizzare i luoghi. E’ giusto liquidarli con uno scheletrico articolo di legge e senza una discussione? No, certo.

Neppure per l’onorevole Sanna conta che le terre destinate a usi civici siano considerate un bene paesaggistico dal Codice Urbani e dal nostro Piano? E non conta che Regione e Comuni non possano in solitudine, senza lo Stato, decidere cosa è o non è considerabile bene paesaggistico? E il fatto che la tutela del paesaggio prevalga su ogni altro interesse secondo la Costituzione e la Corte? Neppure una parola. Solo l’indebolimento sostanziale di un istituto ultramillenario.

Questa legge sarà impugnata e un giorno si pronunceranno i giudici. Ma intanto la subiremo.

La semplificazione consisterebbe nel dare la possibilità ai Comuni di “proporre permute, alienazioni, sclassificazioni e trasferimenti dei diritti di uso civico secondo il principio di tutela dell'interesse pubblico prevalente”.

Ma “l’interesse pubblico” è un’espressione vaga e azzardata. Abbiamo visto quale interesse prevalga e quale sia il destino dei luoghi, soprattutto quelli più belli e preziosi. Li rosicchiano sino a che non ne resta più nulla anche in nome dell’interesse pubblico. E l’onorevole Sanna lo sa.

Facile immaginare quale sarà l’uso una volta che si sclassificherà un sito. Vedremo entro l’anno come i comuni sclassificheranno i loro usi civici e se la Regione approverà.

Non è da profeti di sciagure aspettarsi un tornado di mattoni, di eolico e fotovoltaico con un Piano Paesaggistico svuotato, privi di un Piano energetico. Affoghiamo nel cemento e gli usi civici sono un argine alla speculazione. Casomai dovevamo rinforzare gli argini e non facilitarne la cancellazione un pezzo per volta.

Un’altra perla splendente inanellata da questa legge ribadisce una norma avversata un anno fa dai partiti della “sinistra” e dall’onorevole Sanna i quali, con una torsione improvvisa, hanno votato a favore.

Il Consiglio ha ribadito che si può costruire a meno di 300 metri dagli stagni e proseguire sereni il disfacimento del nostro paesaggio. Un accordo difficile da comprendere, oppure troppo facile. E anche questa, si vede, è semplificazione. Basta un’alzata di mano.

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