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Giovanni Caudo
La parola, Antigone e la Città
15 Aprile 2007
Scritti ricevuti
Sempre più spesso i lettori interpellano eddyburg su come fare per evitare la deriva di un paese che non riesce più a vedere il buono che ha e che perciò lo distrugge. Un inbtervento in proposito

Walter Le Moli ha messo in scena con il teatro stabile di Torino una nuova edizione dell’Antigone di Sofocle. Nuova perché si fonda su una traduzione del testo originario eseguita da Massimo Cacciari(1).

La tragedia nella traduzione di Cacciari è restituita con frasi brevi che riducono e mettono sullo sfondo i personaggi e fanno emergere la potenza tragica della parola che, come scrive lo stesso Cacciari, si manifesta nell’Antigone nella sua forma più pura, come archè della parola stessa. Il dialogo torna ad essere forte, appassionato, tragico e la parola, quella di Creonte come quella di Antigone, uccide. Logos é il nostro modo di essere uomini, ciò che ci distingue dal resto del creato, ma Logos é un’unità con Polemos, con il conflitto, con la molteplicità e la differenza. E Polemos ha la stessa radice di Polis. La città é quindi dialogo, conflitto. La città pacificata non vive, essa è dialogo. La città é il prodotto più complesso dell’uomo, essa é quindi artificio che si costruisce nel dialogo.

Antigone portatrice della parola umana e Creonte, invece, che incarna la parola della ragione, della città Stato e, quindi, dell’artificio sono le forme estreme di questo dialogo. L’Etica della tradizione degli antenati cui Antigone si ispira nel pretendere uguale sepoltura per i due fratelli morti, sebbene su fronti opposti, é del tutto accettabile: siamo dalla sua parte. Ma altrettanto razionale é la Parola di Creonte che, invece, pretende il rispetto della sua Legge: quella che ha origine nell’artificio della città. La legge che obbliga tutti i cittadini a punire Polinice (a lasciarlo senza umana sepoltura) perchè si é schierato sul fronte dei nemici. La condizione della città é l’inseparabilità di queste due parole, l’essere necessari l’uno all’altro. Scrive Cacciari. “Quando due figure si affrontano con l’arma più tremenda, la parola, e scoprono reciprocamente di essere destinalmente impotenti all’ascolto, lì scoppia il conflitto incomponibile – che significa tuttavia, a un tempo, la necessità della loro relazione.”

Vuol dire che la nostra unica condizione é la rassegnazione al conflitto imcomponibile, al dialogo tragico e omicida? Alla contrapposizione tra natura dell’umano e l’artificio della città stato?

Antigone, scrive Cacciari, non mira a riformare il potere di Creonte, a renderlo più ossequioso delle tradizioni, non cerca compromessi più o meno “alti” tra il diritto positivo dello Stato e la pietas domestica. Non rivendica un nuovo diritto, né un nuovo ordine politico. La parola di Antigone manifesta un’alterità radicale rispetto a tutte queste dimensioni del logos. (…) Antigone vuole esclusivamente fare ciò che deve (…) Il logos di Antigone, “semplicemente”, non ha nulla da dire a quello di Creonte se non che é nulla.”

Antigone nell’essere portatrice di una parola che ci é vicina perché umana é però esaltazione di una polis di solitari, ma appunto non può darsi una polis di individui che si sottraggono alla legge (qui é il Coro a riconoscere con dolore questa verità).

A noi che pure ci sentiamo vicini all’umana sensibilità di Antigone ci assalgono i dubbi e non possiamo che riconoscere a Creonte lo sforzo di lottare contro il pericolo di un’anarchia dannosa per tutti. Riconosciamo a Creonte, scrive ancora Cacciari, che “La sua parola decisiva suona piuttosto: che salvezza si trova soltanto nella Polis saldamente organizzata. La struttura della Polis non garantisce solo il perseguimento dell’utile di ciascuno”. La Polis e la sua legge si impongono, sebbene con tutti i limiti, che però Creonte non vede, e qui sta il suo errore tragico, solo se non si rivelano in contraddizione con ciò che si ritiene essere il “bene comune” della città.

Alla irriducibilità di queste due parole in conflitto noi contrapponiamo la città come fatto che può esso stesso contribuire al superamento di una condizione inconciliabile. Andare verso le cose ci pare il modo per andare oltre il conflitto per non incatenarsi in una distanza che è impossibile da pacificare. “Ciò che incombe, ciò che é necessario affrontare é la cura per la città, perché la città resista nei suoi confini di umana, troppo umana saggezza, di prudenza e di misura. In tali confini non é dato sapere il futuro, avere a guida l’oracolo del dio. Scrutarlo possiamo, soltanto, per deboli indizi, sulla base dell’historia, della conoscenza e della descrizione dei fatti, dell’accaduto.”

Alle cose, andare verso le cose(2) ci pare la condizione da perseguire. Andare verso le cose vuol dire articolare lo sguardo unitario nell’incontro con “le cose”. Andare verso le cose significa radicare le nostre interpretazioni nell’esperienza concreta che diventa fondamento sia delle teorie sia dell’agire.

Coltiviamo il dialogo e il potere della parola nell’incontro con le cose, l’umana dimensione dell’artificio della città stato imponiamola nella ricerca del dialogo non suddito, entusiasta, che fa della conoscenza lo strumento per la costruzione della legge degli uomini e della città da cui essa origina.

Questo ci auspichiamo e questo possiamo dire a noi stessi e forse anche ai lettori di eddyburg che interrogano, noi e loro, sul da fare.

(1) Sofocle, Antigone, traduzione di Massimo Cacciari, Einaudi, Torino, 2007.

(2) Edmund Husserl, Ricerche logiche, (vers. originale 1901), trad. italiana edizione Net, 2005.

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