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Luciana Castellina
La pace non si esilia
17 Agosto 2005
Articoli del 2004
"In queste ore di incertezza e dolore per la sorte di Yasser Arafat [...] c'è angoscia e infinita tristezza. [...] Oggi manifestiamo perché il martoriato Medio Oriente dei Grandi Territori occupati, la Palestina e l'Iraq, conosca la pace, chiediamo che gli italiani non siano complici del massacro". Da il manifesto del 30 ottobre 2004

In queste ore di incertezza e dolore per la sorte di Yasser Arafat, in terra di Palestina - che è assai più grande di quella i cui confini vengono disegnati dai piani sempre più riduttivi via via elaborati dagli americani con o senza gli europei e comprende una immensa diaspora cui ogni ritorno a casa è stato precluso - c'è angoscia e infinita tristezza. In ognuno e nonostante tutto. E per tutto si intende la progressiva involuzione istituzionale-autoritaria del vecchio combattente che non ha saputo adeguarsi alla nuova fase storica; che è rimasto incapace di fronte alla corruzione del suo stesso establishment - che si è allargata più la pace veniva cancellata dai carri armati israeliani per diventare promessa sotto ricatto e senza più interlocutori veri, dopo l'uccisione di Rabin da parte dell'ultradestra ebraica; e che non ha saputo alla fine colmare il solco fra la vecchia guardia rientrata da 27 anni di esilio e le generazioni cresciute nei territori occupati - l'alternativa vera, Marwan Barghuti, sta da due anni e mezzo nelle prigioni israeliane. Sì, angoscia e infinita tristezza. Perché Arafat non è un simbolo vuoto come vorrebbero tanti interessati denigratori del presidente palestinese, è la testimonianza di una fase decisiva della storia di questo popolo che grazie alla sua rottura, operata quasi 40 anni fa con l'ambigua tutela di regimi arabi complici e conservatori, ha saputo costruire la propria autonoma soggettività nazionale. Non so se qui da noi i più giovani avvertano in queste ore il nostro stesso turbamento. Per noi Arafat ha rappresentato la scoperta di un'ingiustizia che ignoravamo, venuta prepotentemente alla ribalta grazie a una coraggiosissima guerriglia popolare, intrecciata a una spregiudicata iniziativa diplomatica, a una politicizzazione di massa che ha consentito di evitare i gesti esemplari ed isolati (si pensi alla condanna da parte di Al Fatah del dirottamento degli aerei operato a suo tempo dal Fronte popolare) perché non rendevano partecipi la collettività. Un movimento nato da una costola del nazionalismo ma che rapidamente si era imbevuto della cultura del movimento operaio internazionale col quale si trovò subito consonante. Da quell'esordio sono passati molti anni e la tragica immagine di Arafat prigioniero da due anni e mezzo in un edificio diroccato di Ramallah, costretto a ricevere da Sharon la pelosa libertà di uscirne per entrare in un ospedale di Francia da cui non si sa se potrà mai rientrare nel suo paese, mentre case e uliveti della sua gente vengono divelti dai bulldozer israeliani e i corpi di fratelli e sorelle dilaniati dalle bombe di Sharon che passa per un «eroe» perché ha imposto il ritiro di qualche colono dalla Striscia di Gaza, tacendo su cosa vorrà fare della Cisgiordania - tutto questo rischia di farci morire la speranza nel cuore, di indurci a pensare che i feddayn, che il presidente dell'Olp aveva portato alla ribalta della storia sono stati, anch'essi, un mito del `68. Da seppellire con tutti i sogni del `900.

Ma che razza di mondo sarebbe quello che dovremmo accettare, dove si deve chinare la testa allo sterminio di un popolo che rivendica il diritto di tornare sovrano su un pezzo almeno della propria terra? Non ha nulla da dire, e da fare, quell'Europa che ieri si è «costituita»? Quelli non erano miti, ma obiettivi che restano sacrosanti. Non possiamo, non dobbiamo abbandonare le speranze anche se i tempi in cui viviamo sono così terribili. Oggi manifestiamo perché il martoriato Medio Oriente dei Grandi Territori occupati, la Palestina e l'Iraq, conosca la pace, chiediamo che gli italiani non siano complici del massacro. E piangendo i 100mila iracheni morti ammazzati dai raid Usa, richiamiamo l'attenzione del mondo sulla moltitudine di vittime palestinesi che, paradossalmente, solo la malattia di Arafat ha riportato sulle pagine di qualche giornale. Con un messaggio di solidarietà ad Arafat, un interlocutore prezioso che gli israeliani non hanno saputo cogliere, il primo e purtroppo raro artefice di una versione non religiosa e non fanatica dell'identificazione nazionale.

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