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Edmondo Berselli
La nuova politica elettorale degli uomini senza qualità
2 Giugno 2009
Articoli del 2009
Come sono cambiati i criteri di selezione degli uomini che ci rappresentano. La Repubblica, 2 giugno 2009

Il Candidato oggi è una figura imprendibile. Fino a qualche settimana fa, imboccando i vialoni di accesso a Bologna si scorgevano i cartelloni con i volti di Delbono, Cazzola e Guazzaloca, i tre principali competitor per Palazzo d´Accursio. Sembravano facce sconnesse da partiti e movimenti, figure autonominate, simboli celibi della postpolitica, in cui una personalità dovrebbe supplire a una cultura. Adesso qualche elemento di giudizio in più è venuto fuori, affiliazioni, alleanze, filiere: ma i candidati, non solo quelli bolognesi, rappresentano in modo simbolico e reale la grande trasformazione secolarizzante, laica, "weberiana" della politica.

A lungo il conflitto politico in Italia è stato uno scontro bruciante di culture: si pensi alla stagione che va dal 18 aprile 1948 alla battaglia del 1976, con i "due vincitori" designati da Aldo Moro, la Dc e il Pci, potenzialmente i pilastri di un futuro bipartitismo "meno imperfetto". In quell´arco di tempo la scelta dei candidati costituiva il culmine di un processo di formazione lunghissimo. Sul versante cattolico implicava la mobilitazione del movimento di Azione cattolica e delle sue articolazioni universitarie, ma senza trascurare la proliferante realtà delle parrocchie, dell´associazionismo professionale, della Coldiretti, della Cisl, delle Acli, del corporativismo "bianco", e infine della struttura correntizia, territoriale e clientelare democristiana.

A sua volta, il processo di formazione nel Pci costituiva un servizio al partito attraverso il quale le singole capacità politico-organizzative venivano lentamente affinate, mentre venivano verificati anche una serie di parametri (affidabilità ideologica, compostezza stilistica, razionalità delle scelte immediate, freddezza temperamentale), a cui la scuola interna delle Frattocchie conferiva il sigillo dell´ufficialità, e il gusto del partecipare a un processo di crescita che riuniva anche in modo emotivo le giovani élite del Pci.

In confronto, i processi di selezione del personale politico nel Psi e nei partiti laici minori rappresentavano alchimie caotiche, frutto di itinerari largamente casuali. Gruppi di potere locale interagivano e confliggevano nello spontaneismo socialista, così come nel Pri o nel Pli si incrociavano cattedre universitarie e cda bancari. Fuori dall´arco costituzionale, nell´Msi, circolavano autoimmagini di orgoglio e di esclusione, che si rafforzavano a vicenda, quasi sempre senza sbocchi.

Adesso non c´è regola. Ci si può conquistare la nomination per Strasburgo con venti minuti di discorso fiammeggiante, com´è riuscito a Debora Serracchiani all´assemblea del Pd; ma in linea generale oggi il Candidato riesce a ottimizzare il proprio itinerario attraverso gli strumenti della nuova politica. Vale a dire da un lato le primarie, che rappresentano una formidabile chance di rovesciamento delle strategie ufficiali (vedi il fiorentino Matteo Renzi, tipico esemplare "trasversale" della nuova specie ultracompetitiva), e dall´altro la cessione esplicita di competenze specifiche sul piano amministrativo e organizzativo. Vale a dire che il Candidato moderno, anche nelle realtà locali minori, non si propone generalmente per un ruolo di rappresentanza politica: figurarsi, con quel che conta un consiglio comunale, praticamente nulla rispetto alle deleghe del sindaco e della giunta; ma individua invece aree di interesse politico-economico a cui è vocato, e offre senza mediazioni alla classe politica locale una professionalità per gestirle.

Rimane all´esterno di questo circuito, e proiettato invece verso l´ascesi mediatica, tutto il processo che conduce alla candidatura in quanto espressione di successo comunicativo. Lilli Gruber, Michele Santoro, adesso David Sassoli. Protagonisti del divismo televisivo che trasformano in distillato politico il proprio glamour catodico. E sul lato del centrodestra, a parte le veline, il culto del corpo prestato alla politica: il look di Mara Carfagna e Michela Brambilla esibito come asset pubblico rivendicabile integralmente, perché anche la bellezza è una conquista politica (e proprio per questo non vanno trascurati, ad esempio, i sottolineatissimi vezzi di coloritura maschile offerti dal puntiglio estetico del ministro Roberto Maroni; oppure il calcolo tricologico di Massimo Cacciari; l´understatement torinese di Sergio Chiamparino).

Per vari aspetti il Candidato, nell´era televisiva, è un freak della politica. Deve imporre un´immagine, uno sgarbismo, un tratto differenziale. Ed è probabilmente per questo che fa saltare le possibilità di sintesi fra un progetto e la sua personificazione nell´individuo. Dopo i grandi candidati ideologici, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, l´ultimo uomo politico che si è candidato a sintesi anche visibile di un programma è stato Tony Blair, perfetto interprete anche estetico e generazionale del "New" Labour.

Mentre nell´alternarsi odierno delle competizioni elettorali sembra prevalere "l´uomo senza qualità", il professionista fungibile, il "tecnico dell´universale" con propensioni mediatiche. Sempre in attesa del leader weberiano, naturalmente, carico di carisma, di un Obama capace di reinventare una parola semplicissima come change. Ma a quel punto non dipende più dal Candidato: dipende dalle astuzie della Storia, dalle macchine elettorali, dalla creatività sociale. Dipende insomma dal momento in cui il Candidato non è più una funzione della

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