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Penelope Green
La Nuova Casa
6 Agosto 2007
Recensioni e segnalazioni
In che modo si è evoluta (negli USA ma non solo) la città diffusa plasmata dal mercato, contro quella immaginata dagli architetti moderni. Una interessante recensione dal New York Times, 29 luglio 2007 (f.b.)

Titolo originale: This New House – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Nel 1932, The New York Times Magazine pubblica un articolo di Le Corbusier in cui si propone la visione della città ideale del futuro: grattacieli piantati come alberi sullo sfondo verde di un parco. Sciocchezze, sbufferà Frank Lloyd Wright, in una replica pubblicata qualche mese più tardi. Wright risponde che il futuro urbano, per lo meno il nostro futuro urbano americano, sarà con tutta probabilità a crescita orizzontale, non verticale, conformato attorno a quelli che individua come gli evidenti moderni fattori del decentramento di quasi tutto: trasporti, comunicazioni e tecnologia. Chiama la sua visione “ Broadacre City”, più tardi sviluppata in un trattato da titolo “ The Disappearing City”. Scrive di “strade gigantesche” a separare e unire le “unità” di fabbrica e fattoria, con gli “ambiti residenziali” formati da lotti di circa mezzo ettaro [ 1 acro = 0,4046 ha n.d.t.] e aree coltivate, e la “città” senza margini che prosegue all’infinito.

Che si consideri questa visione attraenete, o repellente, va comunque riconosciuta la lungimiranza di Wright. Aveva visto dove ci stava portando l’automobile, e sapeva che l’ideale domestico americano non era un “soggiorno acusticamente isolato” sospeso nel cielo, impilato sopra quello del vicino, così come descritto dal molto europeo Le Corbusier, ma una casa – un castello! – per ciascuno, sul proprio pezzo di terreno, con ampio spazio per l’amata automobile. Quello che Wright non aveva comunque visto, come indica Witold Rybczynski nel suo nuovo libro, “ era che la Broadacre City del futuro non sarebbe stata definite nelle sue forme dagli architetti, come pensava, ma dalle forze del mercato”.

Sono queste forze del mercato, il soggetto al centro di “ Last Harvest”, quattordicesimo libro di Rybczynski, (molti dei quali dedicati, per un verso o per l’altro, alla storia culturale e sociale della “casa”). Il titolo si riferisce all’ultima cosa che un coltivatore può raccogliere dal proprio terreno: venderlo. Rybczynski, architetto e professore alla School of Design dell’Università della Pennsylvania, inizia il suo racconto con la vendita di un terreno di 40 ettari nella zona semirurale della Chester County, Pennsylvania. Che sia destinata all’edificazione è conclusione ovvia (con la popolazione degli Stati Uniti che cresce di due milioni di persone l’anno, nota Rybczynski, esiste un mercato vorace delle nuove abitazioni). Il modo in cui questa edificazione si verifica è oggetto di una storia abbastanza divertente e illuminante, in cui giocano molti attori. Non ci sono i cattivi, nessun costruttore rapace o amministratore locale senza scrupoli. Nessuno è predatore o preda. Ci sono molte buone intenzioni – e insieme eventi casuali in abbondanza – a dare la forma alla nuova lottizzazione di New Daleville, quartiere assai poco normalmente “normale”.

Il primo evento è un cambio di costruttore, dove a un primo, che ha acquisito i diritti su un appezzamento di 40 ettari da una famiglia di coltivatori, i Wrigley, viene negata dall’amministrazione locale l’autorizzazione per un progetto secondo la prassi abituale: grandi case su grandi lotti, con strade senza marciapiede. Il Costruttore A cede i diritti al Costruttore B, allievo Toll Brothers di nome Joe Duckworth, interessato alle lottizzazioni “tipo villaggio” modellate secondo lo schema New Urbanism, delle abitazioni raccolte su piccoli lotti, a conservare spazi aperti, con i marciapiedi. Per disegnare questi piccoli lotti, però, bisogna modificare le norme urbanistiche. Di regola, gli abitanti non amano i lotti piccoli, perché ciò significa maggiore densità, più automobili, più persone e tasse scolastiche più elevate. Però Duckworth può contare su un urbanista consulente esterno dell’amministrazione sostenitore del New Urbanism, e comunque il consiglio è orientato a votare a favore delle nuove norme perché, come spiega in assemblea un abitante della Chester County: “ Abbiamo consentito progetti convenzionali, e li detestiamo. Perché non tentare qualcosa di diverso: se non ci piace non lo faremo più”.

E così New Daleville inizia il suo periodo di gestazione, anche se a ritmi esasperatamente lenti. Quello che inizia come questione strettissimamente locale (la modifica delle norme per l’area) si gonfia poi in un problema per la circoscrizione di contea, e Rybczynski qui si allontana dal suo racconto per descrivere la storia delle amministrazioni locali rispetto al governo del territorio, dalle municipalità alla creazione delle associazioni di cittadini (la cui versione moderna, nasce nel 1978 dalla Proposition 13 della California che limita le tasse immobiliari locali. Dopo la Proposition 13, spiega Rybczynski, le municipalità a secco di introiti rifiutano di farsi carico della manutenzione di alcuni spazi pubblici, che diventano di proprietà – e responsabilità – dei proprietari delle case della circoscrizione). Passano Quattro anni dalla prima assemblea alla realizzazione del primo gruppo di case modello. Ciascuna fase della crescita di New Daleville fornisce a Rybczynski l’occasione per scrivere un capitolo su vari argomenti, che vanno dal concettuale (i valori incorporati in parole come “ sprawl” o “ esurbio” ad esempio) alla realtà, come quando si descrive l’evoluzione del progetto suburbano a partire da Levittown, il simulacro di piccola città prodotto in serie a Long Island, fino all’insediamento simbolo New Urbanist di Seaside in Florida.

Cittadine sul modello di Seaside ora sono note come Traditional Neighborhood Developments, T.N.D., e veniamo portati in visita in alcune versioni contemporanee. Quello che capiamo, è che è difficile per chi costruisce su larga scala realizzare una casa del tipo di quelle di Seaside, con le vere persiane che si muovono, portici, finiture (di legno massiccio). I cosiddetti costruttori di bacino locale, a differenza delle grandi compagnie nazionali, tendono ad adottare i T.N.D., e realizzano abitazioni più costose. Le enormi compagnie, che si sono organizzate sul modello di Levittown (con le medesime componenti progettuali che abbondano in ciascuna casa, il che consente produzione di massa e risparmi sui costi), adottano qualche particolare, ma in modo molto parziale. Un capo divisione della grossa compagnia che finisce per lavorare a New Daleville la mette in questo modo: “Il nostro lavoro funziona come un chiosco di hamburger. Offriamo hamburger oppure cheeseburger. E basta”. Una strategia che consente di realizzare una casa a 350-400 dollari al metro quadro, cifra incredibilmente contenuta (i costi di costruzione medi in un T.N.D. visitato da Rybczynski arrivano a 1.500 dollari al metro).

Alla fine, e nonostante le migliori intenzioni del costruttore e dell’amministrazione, è Levittown il vero modello di New Daleville. Per quanto deprimente possa essere riflettere sui serramenti fissi e le colonnine di plastica delle verande nelle case che iniziano a prendere forma, pensiamo a quanto scrisse il sociologo Herbert J. Gans nel suo libro del 1967, “ The Levittowners”. Notando come i principali critici di Levittown fossero intellettuali che abitavano in città, mentre accadeva il contrario con i veri abitanti (piuttosto felici), scriveva: “Levittown consente alla maggior parte dei suoi abitanti di essere ciò che desiderano, di porre al centro della propria esistenza la casa e la famiglia, di condividere le ore di tempo libero, do partecipare a gruppi che offrono socialità e la possibilità di essere utili agli altri. ... Per quanto imperfetta, Levittown è un buon posto per abitare”.

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