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Nino Daniele
La memoria smarrita di Velia e le certezze di Taglialatela
30 Marzo 2012
Campania felix
L’abolizione della legge di tutela sul sito archeologico come ultimo sfregio al paesaggio e alla cultura. La Repubblica, ed. Napoli, 28 marzo 2012 (m.p.g.)

Elea, la città dei filosofi, è un luogo sacro (etimologicamente: appartenente agli dei) del pensiero e della cultura occidentali. Nota la definizione che Platone assegnò a Parmenide l’eleate: «Padre venerando e terribile della filosofia». Quella città ci consegna un primato e un dovere di salvaguardia nei confronti dell’umanità intera e della nostra stessa identità.

Ma nessun timore l’antico filosofo incute all’assessore regionale Marcello Taglialatela. Del resto la definizione di Platone era riferita alle minacce che il poema di Parmenide e i paradossi di Zenone facevano incombere sulle certezze ingenue del pensare.

Taglialatela invece ha una ben fondata certezza e considera la tutela e la valorizzazione del territorio e del paesaggio intorno all’area archeologica inutile. Memore del paradosso zenoniano che lo spazio non esiste, perché salvaguardarlo? Si deve essere detto l’assessore.

Più della minaccia filosofica potè sull’assessore la pressione di un ceto amministrativo gretto e miope che, non pago di aver disseminato una plaga stupenda di orridi edificati dal bagnasciuga alla collina, ha deciso di portare l’attacco anche all’ultimo miglio.

La legge regionale per Elea-Velia, come quella di Zanotti Bianco per Paestum, apponeva un vincolo di tutela per un chilometro intorno al sito degli scavi e si proponeva l’obbiettivo di una riqualificazione. Per potere offrire ai visitatori e agli stessi abitanti un luogo consono ai valori che lo contraddistinguono e non sfigurato dalla barbarie speculativa che ha già compromesso senza rimedio un tratto di costa cilentana anch’essa dono degli dèi.

Forse anche in questo caso si saranno detti meglio un tutto omogeneo anche se brutto che introdurre la discontinuità dialettica della bellezza.

Solo un pensiero ingenuo poteva ritenere che una legge per i piani paesaggistici avesse come scopo la tutela del paesaggio e la valorizzazione dei siti culturali e storici.

Non aveva fatto i conti con «il padre venerando e terribile» dell’urbanistica campana e con la città degli edificatori che alacremente sanno produrre rovine.

Un pensiero ingenuo che inutilmente si affanna tra studio del passato e progettazione del futuro per consegnare alle generazioni che verranno l’opportunità di una eredità immensa di civiltà. Edificato l’ultimo miglio lo spazio sarà pieno: di una colpa imperdonabile.

Ma perché farsene un cruccio se il tempo non esiste e la memoria à già smarrita?

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