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La Lega che trionfa
3 Aprile 2010
Articoli del 2010
Due analisi del vincitore politico di questa tornata elettorale: Gad Lerner e Giorgio Bocca su la Repubblica, 3 aprile 2010 (m.p.g.)

Le maschere del Carroccio

Gad Lerner

La Lega di Umberto Bossi detiene un peso elettorale quasi identico al Front National di Jean-Marie Le Pen, che alle regionali francesi del 14 marzo scorso ha conseguito l´11,42% dei voti (2.223.800 elettori).

Ma Le Pen non può aspirare a nessuna alleanza con i gollisti di Sarkozy perché la distanza culturale fra loro viene considerata incolmabile. La Lega, invece, partecipa da anni in posizioni chiave al governo nazionale e ciò l´ha favorita nel conquistare la guida di due regioni importanti come il Veneto e il Piemonte. Tanto che oggi il leghismo è in grado di proporsi credibilmente come approdo e baricentro culturale della destra italiana post-berlusconiana, scommettendo sul fatto che per difendere il suo insediamento sociale essa resterà altra cosa dal Partito Popolare europeo. Bossi non indica traguardi d´eccellenza alla sua comunità. Conosce gli handicap che la rendono sempre meno competitiva nelle sfide globali. Offre dunque la semplicità del suo linguaggio come garanzia per chi cerca protezione visto che la concorrenza gli è poco propizia.

Dal successo di questa offerta nasce il mito del radicamento territoriale della Lega, magnificata come nuovo partito ideologico di massa, sul modello delle formazioni organizzate di mezzo secolo fa. Nulla di più falso. La militanza leghista è altra cosa dall´interclassismo democristiano e dalla vertenzialità comunista. Si manifesta nella predicazione capillare di "valori" e nell´indicazione di "nemici" molto più che nel riformismo locale.

Chiunque abbia seguito gli ultimi comizi di Umberto Bossi (affiancato negli appuntamenti più importanti da Giulio Tremonti, quasi che il ministro dell´Economia fosse ormai un dirigente della Lega e non del Pdl) se n´è reso conto. Sui palchi elettorali il senatur si concentra sul profilo identitario, esalta l´appartenenza a un popolo "sano": vagheggia di pedofilia come insidia estera; denuncia i pericoli della "famiglia trasversale" con allusioni gestuali agli omosessuali; proclama il sempre efficace "padroni a casa nostra"; rivendica di aver sbarrato il passo allo straniero. Altro che concretezza programmatica, altro che piattaforme di territorio. Bossi incanta la folla descrivendo una missione quasi religiosa della Lega, esasperandone la natura tradizionalista: forza antica, interprete di uno spirito conservatore antiliberale radicato da secoli nel cattolicesimo popolare che già visse come eventi minacciosi l´esportazione della Rivoluzione francese, il Risorgimento "massonico", la Resistenza egemonizzata dai comunisti.

Come un rabdomante, Bossi sintonizza la sua politica con questa energia sotterranea reazionaria. Confida di storicizzare il leghismo mettendolo in relazione con le vandee anti-bonapartiste, con l´opposizione cattolica allo Stato unitario nei suoi primi decenni di vita, col rifiuto a un tempo degli ogm e dei minareti. Non a caso l´esordio dei nuovi presidenti di Veneto e Piemonte, Luca Zaia e Roberto Cota, è un annuncio simbolico di carattere spirituale, non economico: il boicottaggio della pillola Ru486, legalizzata dallo Stato italiano ma osteggiata dalla Chiesa cattolica. E quindi additata come diavoleria moderna.

È opinione diffusa, anche nella comunità finanziaria, che i dirigenti leghisti siano dotati di notevoli virtù pragmatiche. Soprattutto viene apprezzato che non chiedano niente per sé, semmai per il partito, e mantengano gli impegni. Ciò è tipico dei movimenti fortemente ideologizzati, dove si apprende la dimestichezza nell´esercizio del potere dentro i ruoli istituzionali man mano conquistati. Più problematico sarebbe descrivere realizzazioni sociali o economiche tipicamente leghiste nei territori amministrati.

Prima di tutto viene dunque il partito. La sua struttura centralistica valorizza la gerarchia interna, esclude il dissenso e coltiva la fedeltà al leader carismatico. Requisiti che avvantaggiano i quadri leghisti nel confronto con gli alleati del Pdl sempre in lite fra loro. Ma questa divisa comune obbligatoria – se non è più la camicia verde, sia almeno la cravatta o il fazzoletto – ha una finalità "totalitaria" raffinata che va ben al di là della disciplina. Il popolo cui si rivolge il messaggio della Lega identifica da sempre il principio d´autorità con la tradizione. Aspira a un "noi" contrapposto all´élite, disprezzabile perché nell´élite non si distingue la cultura dal privilegio. Questo è il popolo che per contrasto apprezza la saggezza del leader autodidatta, meglio se un po´ rozzo; l´intraprendente che non ha studiato ma si è fatto da sé.

L’antropologa francese Lynda Dematteo ricostruisce, sotto un titolo che si presta a equivoci di snobismo sprezzante "L´idiotie en politique" (Cnrs éditions), questo capolavoro semantico di Bossi. Descrive come i dirigenti leghisti hanno saputo trasferire in politica le maschere della commedia dell´arte e del teatro dei burattini. Così mascherati, si sono atteggiati lungamente a finti sciocchi, come tali autorizzati a profferire verità altrimenti indicibili. La Dematteo cita per esempio il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come "un dono di natura"; e sostiene che, al pari di Gioppino, pure i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità. Avete presente il ministro Calderoli con scure e lanciafiamme mentre dà fuoco agli scatoloni della burocrazia? Di nuovo è la commedia dell´arte a illuminarci: il finto sciocco gratifica il suo pubblico perché gli consente di riconoscere in lui la rivincita dell´umile sull´arrogante.

Non c’è comizio o dibattito televisivo in cui il leghista non ostenti ironico distacco nei confronti dell´avversario, descrivendolo come intellettuale lontano dai problemi del popolo, al quale viceversa lui appartiene. Il compiacimento mostrato nell´inciampo sintattico, nel dialettismo e nella battuta sessista servono a lanciare il messaggio decisivo: «Siamo come voi, difetti compresi, solo un po’ più coraggiosi».

Il tratto caricaturale e l’immediata riconoscibilità popolana del leghista godono oggi di un tale appeal, da richiamare imitatori perfino ai vertici dell’establishment. Venerdì 26 marzo al Teatro Nuovo di Torino, parlando dopo Bossi e Cota, l´erudito ministro professor Giulio Tremonti si è sentito in dovere di vantarsi: «Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro…». Solo un modo di dire, certo, ma esprime bene lo spirito dei tempi. L’"idiotismo politico" può essere adottato con maestria anche dai borghesi.

L’imponente travaso di voti dal Pdl alla Lega verificatosi alle regionali 2010 conferma che il fenomeno conservatore degli "atei devoti" – vogliosi di credere in Dio, patria e famiglia a prescindere dalla coerenza delle scelte di vita – ha dimensioni di massa ed è solo una presenza intellettuale. Nel profondo Nord il partito dei credenti nella Tradizione è destinato a durare più del partito personale di Berlusconi. Lo congloberà, probabilmente. Mentre già oggi la Lega gode della benevolenza dell´"Osservatore Romano" che gli attribuisce improbabili somiglianze organizzative con Democrazia cristiana e Partito comunista; e pazienza se su temi evangelicamente imbarazzanti come il rapporto con lo straniero Zaia e Cota entreranno magari in frizione con i vescovi locali.

Il problema semmai riguarda Gianfranco Fini, perché il leghismo che si offre come linguaggio esplicito e approdo organizzato alle incertezze del Pdl, confida di lasciare ben poco spazio alla nascita di una destra liberale in Italia. Qui da noi Le Pen rischia di mangiarsi Sarkozy, il viceversa pare impossibile.

All’origine dello tsunami

Giorgio Bocca

Perché la Lega ha vinto o, come dice il suo fondatore, ha travolto tutto come uno tsunami? La risposta potrebbe essere questa: ci sono milioni di italiani che ieri erano poveracci, ma che oggi devono difendere un benessere medio basso di massa.

La maggior parte vive nelle regioni ricche del Nord ed è in esse che si è aggregata in un partito organizzato e disciplinato come i vecchi partiti, con una direzione forte e un capo riconosciuto. Un partito molto differente da quello dei moderati berlusconiani e dei riformisti del partito democratico. Differente come? Nel 1993 scrissi su questo giornale un articolo intitolato «Forza barbari» che agli occhi della sinistra parve un tradimento, una resa ai vincitori delle elezioni in Lombardia. Per me era una presa d’atto che oggi dopo le regionali andrebbe ripetuta: la Lega rappresenta i desideri e le paure reali di milioni di italiani del Nord ma anche il numero crescente del resto d’Italia: interessi, egoismi e paure dichiarati apertamente. Né belli né eleganti agli occhi di altri italiani ma fortemente difesi e rivendicati, fuori da ogni ipocrisia. Un modo di fare politica che ha trovato vasti consensi in una stagione storica più ricca di incertezze e di dubbi che di punti sicuri di appoggio.

Quali sono gli interessi, gli egoismi, le paure che portano voti alla Lega? In primis la difesa di un benessere economico e civile ottenuto dai ceti emergenti negli anni in cui il Nord Italia è diventato una delle regione più ricche d’Europa, con la crescita di una piccola e media borghesia composta da operai polivalenti, coltivatori diretti, commercianti che non hanno più da perdere solo le loro catene come le precedenti generazioni ma case, automobili, conti in banca, mobili. I nuovi ceti che la borghesia delle professioni e del censo ha sempre disdegnato come incolta e grossolana. I leghisti non piacciono agli italiani dabbene, sono ignoranti, riesumano un localismo mediocre. Uno dei loro, l’onorevole Leoni, ha inaugurato l’amministrazione leghista a Varese con un discorso in dialetto: «Sciur president, culèga, el caciass ca’ ghem incoeu l’è quel detruva u accord». Come a uno spettacolo dei legnanesi filodrammatici dialettali.

Il loro leader invecchiando parla in modo incomprensibile. Non privo di un umorismo popolaresco ma zotico. «Mio figlio il delfino? Diciamo che è appena una trota», «De Mita? Brutto di giorno e di notte». E poi quali sproloqui sull’etnia lombarda e sulla civiltà dei celti che nessuno sa cosa sia stata e quegli appelli all’unione dei lombardi e il ciarpame folcloristico. Alberto Arbasino ha dedicato a questi critici della Lega un brano spassoso: «Questi che rifiutano l’abominevole culturame degli indigeni padani nelle loro deplorevoli fabbrichette dedite solo alla produzione bruta e non già a portar avanti il dibattito sul ruolo degli intellettuali e percepiscono un drammatico calo di valori culturali nel passaggio dal socialista Pillitteri al leghista Bossi». Una sottovalutazione snobistica in una città come Milano, dove la borghesia colta aveva perso negli ultimi venti anni le grandi occasioni per la modernizzazione.

Ma quali sono le ragioni e i meriti concreti per cui la Lega ha tenuto e ora celebra il suo tsunami, la sua clamorosa vittoria alle elezioni regionali? Una delle ragioni è di essere un partito compatto e disciplinato: Bossi dura da più di vent’anni, il suo primato è indiscutibile, quando Maroni tentò una sortita venne richiamato all’ordine e tornò fedelissimo. L’altra sono i segni di una identità, il colore verde esibito nelle cravatte e nei fazzoletti, la difesa degli interessi locali. Ecco perché i nuovi governatori del Piemonte e del Veneto sanno come esordire. Cota: «A me di Termini Imerese non importa niente, io penso al Lingotto e a Torino». Zaia: «Il ministero dell’Agricoltura? Lo lascio ai romani, io preferisco incontrare i contadini del Veneto».

Un altro valore della Lega è di essere un partito dove non si ruba e non si frequentano donnine facili. Insomma un partito moralista alla maniera piccolo borghese, magari ipocrita ma non sbracata o indecente. La Lega tiene e si allarga grazie al fallimento della politica o se si vuole della democrazia, grazie al cattivo spettacolo di una politica che è diventata un mercato di privilegi e di ricchezza dove il denaro sembra essere il valore se non unico prevalente. E quali sono infine i rischi e le debolezze della Lega? Essere il vero partito della destra italiana in un’Europa dove la destra riprende sempre di più i connotati del poujadismo e ancora prima del nazionalsocialismo. Una destra regionalista che ora riattacca con forza la canzone del federalismo fiscale variamente abbellito e edulcorato, ma che i leghisti e gli italiani colgono per quello che è: le province ricche sempre più ricche, quelle povere rassegnate al loro degrado.

Un giorno mi trovai su un aereo diretto a Berlino assieme al professor Gianfranco Miglio, lo scomparso teorico della Lega. Uscimmo dall’aeroporto e Miglio si fermò nel piazzale, respirò a lungo e profondamente l’aria un po’ elettrica della Prussia, poi mi guardò e disse: «La Germania, che grande Paese». Il partigiano rimasto in me ebbe un trasalimento.

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