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Jean Paul Fitoussi
La crisi, i ricchi e il ruolo della solidarietà
1 Maggio 2009
Articoli del 2009
Disuguaglianze e beni pubblici. “Sono i ricchi a trarre il maggior vantaggio dalla loro cooperazione con gli altri membri della società, e in particolare con i poveri”. La Repubblica, 1° maggio 2009

La crisi ha rivelato che le nostre società sono costituite apparentemente non più da classi sociali, ma da universi paralleli: una differenza non retorica, conseguenza di un’evoluzione implacabile che ha diviso le popolazioni in categorie distinte, pur senza unire le persone in seno a ogni categoria. Ai tempi delle classi sociali, se così posso dire, ciascuno aveva un’identità sociale, e la coscienza di appartenere a un gruppo. Per di più, i rapporti tra le classi, spesso conflittuali anche se talora pacificati dal paternalismo dei capitani d’industria, erano frequenti, se non continui; in breve, non avevano nulla di anonimo. Era il senso di appartenenza a una classe, insieme ai rapporti tra le classi, a fare la società.

Le rette parallele si incontrano solo all’infinito: è un modo per dire che gli universi di cui sopra generalmente si ignorano. Quest’evoluzione è il frutto di un cambiamento dei valori e del crescente individualismo. I valori della solidarietà, anche se imposti dalle disuguaglianze e dalle difficoltà della vita quotidiana, hanno ceduto progressivamente il passo a quelli del merito individuale, misurato col metro del denaro. Paradossalmente, una parte di quest’evoluzione potrebbe essere ascritta a due dinamiche eminentemente positive: la lenta azione della democrazia, che liberando l’individuo lo rende al tempo stesso più solitario, e gli effetti di un sistema di protezione sociale che mutualizza i rischi, rendendo l’individuo più autonomo rispetto al suo gruppo di appartenenza. Questa solitudine, e quest’autonomia, inducono sempre più a ritenere che nel bene e nel male, ciascuno sia il solo responsabile del proprio destino. Ed è evidentemente qui che si produce il controsenso. Difatti, se l’individuo è libero e autonomo, lo è soltanto in ragione delle decisioni collettive prese in seguito a un dibattito democratico, e in particolare di quelle che hanno assicurato a ciascuno l’accesso (diseguale) ai beni pubblici: istruzione, salute ecc. Diseguale, perché la fruizione dei beni pubblici è anche determinata dalle condizioni iniziali di ogni individuo. Come dimostrano numerose inchieste, le università più prestigiose (anche quando l’iscrizione ai corsi è gratuita) sono frequentate in grande maggioranza dai giovani dei ceti più favoriti. La solidarietà permane, ma è divenuta talmente astratta che chi è stato favorito nel gioco a dadi del destino non si sente in alcun modo debitore. Pensa di essere ciò che è solo per meriti propri, e ignora il ruolo delle decisioni collettive grazie alle quali ha potuto realizzare le proprie potenzialità. Secondo questa logica, le scuole e le università della Repubblica ad esempio non avrebbero avuto alcun peso!

Ma ad aprire la strada agli universi paralleli di cui ho parlato è intervenuta un’altra astrazione: il denaro. Se il merito, come ci racconta non la teoria (che è più sottile) ma l’ideologia liberale, si misura col metro del denaro, allora non esistono più limiti morali all’entità delle remunerazioni. Se io guadagno mille volte (o cento, o dieci volte) più di te, vuol dire che il mio merito è mille volte (o cento, o dieci volte) superiore al tuo. In tal modo diventa possibile attribuire al denaro un valore intrinseco: quello del mio merito, della mia competenza. Al resto pensa la natura umana – l’ego e/o l’arroganza: sono in molti a considerare il proprio valore precisamente inestimabile. Il luogo privilegiato ove questa (iper)valutazione di sé incontra i minori ostacoli è evidentemente il mercato finanziario, nel senso generico del termine. La moneta è un’astrazione – l’«astrazione delle astrazioni», diceva Hegel. Si comprende così come mai può accadere che le remunerazioni non abbiano più alcun rapporto con la realtà. A confortare il suddetto credo è stata la dottrina del libero mercato, divenuta una quasi religione: il mercato è efficiente, e quindi la remunerazione che mi fa avere (la cui entità, come si è visto in alcuni casi recenti, può anche andare oltre ogni immaginazione) è legittimata dalla mia propria efficienza. Posso dunque dire di partecipare al bene comune, ancorché indirettamente e astrattamente, attraverso la creazione di valore resa possibile dal mio lavoro, e ne sono ricompensato.

Ma ecco che – patatrac! – il sistema crolla: la creazione di valore si trasforma in distruzione, e gli universi paralleli entrano in rotta di collisione. Il risultato è spettacolare e, a memoria di matematico, inaudito: le rette parallele si incrociano, l’autonomia diventa interdipendenza, la solidarietà è riaffermata con enfasi per convincere il «tax payer», o contribuente, a soccorrere chi prima aveva voluto le camere separate. In ogni modo, non c’era scelta, dato il fittissimo intreccio tra economia e finanza e gli stretti rapporti di dipendenza reciproca tra i pseudo-universi paralleli. Le scaglie cadono dagli occhi: l’illusione di un arbitraggio tra efficienza e solidarietà dimostra la sua inconsistenza. La crisi ricorda a ciascuno quanto deve agli altri, sottolineando – se ce ne fosse bisogno – una verità etica dimenticata troppo in fretta: sono i ricchi a trarre il maggior vantaggio dalla loro cooperazione con gli altri membri della società, e in particolare con i poveri.

Da tutto questo si possono trarre due conclusioni: la prima è che almeno in parte, ciascuno deve il proprio successo agli altri, in ragione dei beni pubblici dei quali ha potuto fruire grazie alla democrazia. Ne consegue l’invito a una maggior modestia e sobrietà nel fissare le remunerazioni più elevate, per ragioni non morali, ma di sostenibilità del sistema: perché altrimenti è la società intera a dover pagare il conto, se si vuole evitare una catastrofe.

Seconda conclusione: i più favoriti, che nel contesto attuale hanno beneficiato della solidarietà altrui, non possono più rifiutare agli altri il proprio contributo. Perciò le voci di chi insiste nel giudicare eccessivi i contributi sociali e le tasse dovrebbero essere messe in sordina. Ma lo saranno?

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

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