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Giorgio Ruffolo
La crisi economica e i limiti dell´ottimismo
15 Maggio 2009
Articoli del 2009
I grandi problemi (potere della finanza, diseguaglianze crescenti, crescita senza limiti) che l’ottimismo sulla crisi economica non vede. La Repubblica, 15 maggio 2009

Ci sono tre buone ragioni per concordare con Luigi Spaventa quando registra e analizza, con comprensibile prudenza, i segnali di ottimismo che appaiono all´orizzonte dell´economia. Il primo è il più frivolo, ma secondo me essenziale. Iniettare un pizzico di buonumore è un buon contributo alla distensione, se non si esagera strumentalmente a fini politici. Gli allarmisti che si esaltano ad ogni picchiata della borsa scorgendovi l´annuncio della fine del capitalismo si espongono, oltre che alla smentita, alla pubblica antipatia. Il secondo è che l´ottimismo, prendo a prestito il titolo di un libro "liberista", è di sinistra. Le più amare esperienze insegnano che le catastrofi economiche si risolvono assai spesso in catastrofi autoritarie. Il terzo è decisivo. E´ che i sintomi che Spaventa registra sono veri. La verità, e non l´aspirazione politica, è il criterio fondamentale dell´analisi economica.

Ciò detto Spaventa, che ha scritto un saggio importante sulla genesi della crisi, sa bene che non si può restringere il discorso alla domanda pressante : quando finirà. Per le sue dimensioni e per la sua profondità essa ha fatto emergere problemi che non possono essere trascurati. Anche se, come è auspicabile, ci sarà una schiarita, ma i problemi di fondo che la crisi ha evidenziato non saranno affrontati, si sarà persa un´occasione sgradita ma provvidenziale per raddrizzare il legno storto.

A me pare che questi "grandi problemi" che la crisi ha fatto emergere siano, tanto per ipersemplificare. essenzialmente tre:1) la funzione della finanza nell´economia; 2) la questione delle diseguaglianze nella distribuzione e degli squilibri nell´allocazione del reddito;3) la questione del rapporto tra crescita economica ed equilibrio ambientale.

Al primo di questi problemi dedica un libro Luciano Gallino: "Con i soldi degli altri" (Einaudi). Egli spiega con rigore scientifico e semplicità comunicativa - due virtù difficili da coniugare - l´emergere di quel capitalismo per procura che, in estrema sintesi, trae origine da due fenomeni cruciali. Il primo è la deregolazione dei movimenti di capitale, che ha trasferito il governo supremo dell´economia dalla politica macroeconomica ai mercati finanziari. Il secondo è l´enorme dimensione che questi hanno assunto. Alla fine del 2007 il Pil mondiale risultava pari a 54 trilioni di dollari, e la capitalizzazione delle borse mondiali a 61 trilioni. Questa enorme massa di risparmio sta nelle mani di un gruppo ristretto di grandi banche e di intermediari finanziari che lo gestiscono in condizioni di grande complessità e di scarsa visibilità. Il criterio supremo che regola la sua destinazione è il massimo rendimento nel minimo tempo, il che esclude gli investimenti "lungimiranti" dai quali dipende tanta parte della produttività economica e del benessere sociale; mentre incoraggia le scommesse speculative, dalle quali è dipesa tanta parte dell´attuale marasma.

Il secondo problema riguarda il trionfo della diseguaglianza all´interno dei vari paesi, quelli capitalistici avanzati e quelli emergenti la cui crescita, rappresentata da un Pil bugiardo che somma beni e mali, ha beneficiato quasi soltanto le classi di reddito più elevato, e ha determinato un drammatico squilibrio tra beni sociali e beni privati.

Il terzo è il problema di una crescita indifferenziata, invocata oggi quale che sia il costo ambientale, ignorando le condizioni della sua sostenibilità.

Il discorso politico corrente sta ancora molto al di sotto di queste tematiche. Ci si limita ad affermare, come diceva Keynes, che dopo la pioggia verrà il bel tempo. Il che è di buon augurio, ma non ci offre un ombrello.

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