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Rina Gagliardi
La corsa per entrare a far parte della “casta”
29 Febbraio 2008
Sinistra
Anche l’antropologia aiuta a comprendere i misteri della politica. Da Liberazione, 28 febbraio 2008

In queste giornate nelle quali ci si occupa soprattutto, se non esclusivamente, di liste elettorali, mi sono domandata più volte: perchè? Perché questo desiderio diffuso (chiamiamolo così) di diventare parlamentari, di essere candidati e candidate, di essere comunque proposti per un posto alla Camera o al Senato? Parlo della sinistra, s'intende, cioè del cosmo che un po' , da una trentina d'anni e più, penso di conoscere. E mi è venuto in mente un particolare abbastanza noto (ma rimosso) della vita politica di Enrico Berlinguer: nel '68 e nel '72 l'allora già di fatto leader o dirigente di primissimo piano del Pci votò per ben due volte contro la propria elezione a deputato, la prima volta con successo, la seconda dovendo cedere alla decisione di spedirlo, ad ogni buon conto, a Montecitorio. Oggi un simile comportamento appare fuori dal mondo - già lo era, in parte, nei primi anni '70, quando ancora la pratica del Pci privilegiava nettamente il ruolo dirigente nel Partito su quello o quelli istituzionali, ed, anzi, diventare deputato equivaleva ad una sorta di “premio di pensionamento”. Oggi, a sinistra, desiderano diventare parlamentari quasi tutti coloro che occupano un ruolo dirigente e gran parte di coloro che fanno attivamente politica - quelli che non l'hanno mai fatto come quelli che l'hanno fatto a lungo, i giovani come i “vecchi”, gli inesperti perché vogliono fare questa esperienza come gli “esperti” che vogliono continuarla. Continuo a chiedermi perché. Perché in una fase storica di crisi della politica e di non grande credito delle istituzioni c'è una tale “corsa” a entrare a far parte della così detta “casta”? La risposta non può essere nè univoca nè moralistica, e ci rinvia, come è logico, alla politica, al fare politica oggi, al nostro rapporto con la crisi della suddetta politica. Intanto, ho trovato cinque ragioni, tra di loro spesso intrecciate, che forse ci possono aiutare a capire. Le elenco in ordine crescente (secondo me) di importanza.

La prima è anche la più ovvia e banale: i privilegi materiali a cui il mestiere, pur precario, di parlamentare, dà diritto. Se ne parla molto poco, a sinistra, con imbarazzo, talora con finto pudore e non poche ipocrisie - da sempre, a sinistra, il rapporto con il denaro è un tabu che non si ha il coraggio di rompere. E' innegabile che questa motivazione, magari inconfessata, magari perfino inconsapevole (specie nei maschi, specie nei molti di noi che hanno alle spalle una vita abbastanza miserabile) sia reale. E tuttavia sarebbe fuorviante concluderne che si desidera diventare onorevoli “per i soldi”: non è così, non è questa la pulsione principale, almeno per la gran parte.

La seconda ragione risiede nel privilegio oggi più immediatamente connesso al ruolo di parlamentare: la visibilità, potremmo dire. O meglio: la conquista dell'accesso, di cui anni fa ci parlava Jeremy Rifkin. Accesso mediatico, naturalmente: un parlamentare accede - può accedere - alla Tv, ai giornali, al sistema dell'informazione, là dove un non parlamentare, ancorché dirigente politico di grado elevato (un segretario cittadino o regionale), è generalmente tagliato fuori. Appunto, non accede - “non esiste”, rischia l'invisibilità. Nella società mediatica, questa è la legge - perversa - che si è affermata. Dalle piccolo emittenti locali fino a “Porta a Porta” , l'accesso è garantito, almeno come chance, soltanto se si è “dentro” , se si è interni a determinate caste o corporazioni: oltre agli eletti, appunto, I giornalisti, gli economisti di scuola liberale, gli “esperti” di qualche cosa (criminologia, costume, psicologia, eccetera).

La terza ragione: la conquista di uno status che resta, a dispetto di tutto, invidiabile. Un onorevole è comunque “qualcuno”: agli occhi di sua moglie (se maschio, come in genere è), nella considerazione dei parenti e dei vicini, nel prestigio sociale generale. Anche se si tratta di un “peone”, privo di notorietà nazionale, anche se non riesce a determinare nessuna decisione (ma un emendamento di successo può sempre utilmente scappargli!), anche se non conta nulla nelle gerarchie autentiche del potere (ma vai poi a capire quali esse siano effettivamente), quando torna nella sua città o gira nel suo quartiere questa percezione di status è forte, soggettivamente e oggettivamente. Riscatta dall'anonimato della vita, da mille fatiche mai seriamente ripagate, talora, perfino, da una virtù che è stata fino ad allora soltanto premio a se stessa. Offre vero e propri momenti di ebbrezza dolce. Insomma, se non dà senso alla vita, aiuta a trovarlo - almeno per una stagione.

Quarto: il sistema di relazioni nel quale ogni parlamentare viene immesso e di cui può usufruire, più o meno intelligentemente. Nel fare politica, come è noto, le relazioni sono fondamentali - lo sono davvero, specie quando si perseguono obiettivi buoni, “nobili”, e si ha bisogno come il pane di alleanze, convergenze, sostegni. E' vero che il Palazzo è lontano dalla società reale, un mondo “a sé” malato di autoreferenzialismo. Ma è anche ricco di opportunità e di occasioni, oltre che fonte di notizie - e sede di un “sapere” specifico, anzi di saperi acquisibili solo per pratica diretta, compresenza, appartenenza.

Quinta e ultima ragione: il potere. Uso questa parola con prudenza, giacché, come ho scritto qualche riga fa, deputati e senatori (e Parlamento) di potere effettivo ne hanno ben poco. Eppure - parlo sempre della sinistra - questa è una verità parziale, che vale in riferimento alle gerarchie della politica o dell'establishment , non rispetto alla società reale. Mille parlamentari saranno pur troppi, come si dice nel dibattito corrente - e non valgono molto in confronto al centinaio dei loro omologhi della capitale dell'Impero, i senatori Usa. Ma costituiscono una élite “che può fare infinitamente di più di quello che è consentito alla “common people”. Un gruppo ristretto “che può” determinare scelte che hanno conseguenze sulla vita di tutti, là dove i più non possono nulla.

***

Se queste considerazioni hanno un fondamento, forse è più chiaro il meccanismo che spinge molti compagni (e compagne) verso la carriera di parlamentare: perchè ormai, anche a sinistra, anche e soprattutto nei partiti di sinistra, la coincidenza tra il far politica “a tempo pieno” e i ruoli istituzionali si è fatta stringente. Quel che si è drammaticamente rotto, nel corso di questi decenni di crisi, è l'idea (l'ideale, se volete) della comunità politica: il Partito (ma anche l'associazione o il movimento) non solo come “alterità”, rispetto all'esistente sociale e politico, ma come mescolanza paritaria di idee e vissuti, bisogni e competenze, ruoli e pratiche. Il partito di sinistra o comunista o ecologista come sede di un'altra politica, dove non tutti sono eguali, ma tutti hanno eguale dignità, perché il fondamento della dignità non sta nei singoli, nelle loro “carriere” o nei loro “successi”, ma nella forza dell'insieme - nella politica che si inventa e si pratica. Se non ci fosse stato questo fondamento, come avrebbe potuto il Pci diventare quel “paese nel paese” di cui tanto si è parlato? Se non lo ritroviamo, come facciamo ad evitare che l'unico riconoscimento possibile, per tanti militanti, sia quello di perseguire la strada dell'elezione?

Ma allora il problema che abbiamo di fronte è proprio quello di ricostruire - o di provare a ricostruire - una dignità piena della politica e degli strumenti di cui questa politica può dotarsi: dove un dirigente o una dirigente diventano tali , e sono riconosciuti tali, anche se non si candidano alle elezioni, non fanno un comunicato al giorno, non rilasciano un'intervista a settimana, non improvvisano proposte spettacolari o convegni ad hoc una volta al mese. Un problema gigantesco, certo. Forse una missione impossibile. Ma bisognerà pure cominciare a discuterne - a provarci. Anche in Rifondazione, dove la “fatica delle liste” si è rivelata più improba del solito. Ma dove, intanto, andrebbe apprezzata una novità: per la prima volta nella storia di questi anni, i criteri di selezione delle candidature sono stati presentati alla discussione in termini chiari e trasparenti, senza infingimenti o ipocrisie, e senza tacere dei costi dolorosi che essi in parte comportano. Non è detto che quei criteri siano “assolutamente giusti”, o perfetti. Ma l'atto di onestà politica, anzi di incipiente risanamento politico, è innegabile - e inverte una pratica “antica”. Forse, se si vuole fare una nuova sinistra (o una sinistra nuova), si può cominciare anche da queste “piccole cose”.

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