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Lucia Tozzi
La città vista dal mare
6 Aprile 2006
Napoli
Il pontile di Bagnoli: un altro regalo di 'vivibilità' da un'indimenticata stagione dell'urbanistica napoletana. Domus, 890, marzo 2006 (m.p.g.)

Un sottile strato di cemento e mattoni, una ringhiera e delle panchine sono stati sufficienti a trasformare il robustissimo Pontile Nord di Bagnoli, da cui sono transitati milioni di tonnellate di materiale destinato all’Italsider, in una spettacolare passeggiata sospesa sul mare: quasi un chilometro di panorama puro, reso per la prima volta accessibile al pubblico a dicembre. Invece di correre parallelo alla costa, come le banchine dei porti, il pontile si proietta perpendicolarmente verso il centro del golfo di Pozzuoli, con una vista a 360° da Capri ai Camaldoli, da Capo Miseno a Nisida, fino agli edifici dell’ex industria siderurgica che si è scelto di conservare: le ciminiere, l’altoforno, la torre di spegnimento e l’acciaieria.


L’intervento di Luigi Lopez, l’architetto del Comune di Napoli incaricato del progetto, è stato realizzato con tempi e fondi talmente esigui che la sproporzione tra la sua sobrietà e la qualità del risultato ha un che d’irreale. Paragonata all’ossessivo ricorso allo star-system dell’architettura da parte delle amministrazioni delle grandi città, questa scelta sembra quasi una provocazione.


Ma l’elemento autenticamente rivoluzionario del pontile è l’assenza di attrezzature: è uno spazio completamente pubblico, senza bar, ristoranti, giochi o servizi, che offre soltanto la possibilità di camminare e guardare, e nonostante questo – o meglio proprio per questo – è pieno di gente. Di rado un luogo, soprattutto se urbano, mostra altrettanto chiaramente il legame di interdipendenza che si può instaurare tra queste due attività: chi va sul molo prova un’irresistibile impulso a passeggiare per godere del continuo cambiamento di quello scenario eccezionale, delle variazioni del punto di vista e della luce; ma è proprio la libertà di muoversi senza prestare attenzione alle vetrine, alla strada, agli ostacoli, a consentirgli di guardare il panorama.


In assoluta controtendenza rispetto all’horror vacui che impone di stipare stazioni, moli, piazze e parchi di chioschi e tendoni, di recintare tutto, di rendere ogni vuoto funzionale al commercio, Napoli ha aperto questo spazio libero e gratuito agli abitanti di una delle città più congestionate d’Europa, e subito questi l’hanno riempito con i loro corpi, così come avevano popolato Piazza Dante. Ma uno spazio vuoto è un territorio di conquista, sempre esposto agli assalti di chi vuole in un modo o nell’altro metterlo a frutto, e il solo entusiasmo popolare non basta a difenderlo: un’idea così radicale di spazio pubblico ha bisogno, per non essere ridotta a un momento di felicità transitoria, di essere compresa nel suo significato culturale e politico.

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