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Alberto Burgio
La città «modello» e la fine di un mondo
27 Gennaio 2010
Bologna
È brutto se perfino a Bologna si trascurano i principi essenziali della corretta politica, ma la storia non comincia da oggi. Il manifesto, 27 gennaio 2010

Il minimo che si possa dire, di fronte a questo ennesimo pasticcio fatto, a quanto pare, di uso distorto del denaro pubblico, di poca o nulla trasparenza, di intrecci impropri tra pubblico e privato, è che c'è tutto un ceto politico-amministrativo che sembra avere perso ogni contatto con la realtà. Non omettiamo la dovuta premessa: finché non vi saranno fatti accertati, il giudizio sul piano giudiziario resta sospeso. Ma il discorso politico è diverso. La piazza non usa troppe cautele, giudica in base alle prime impressioni. E l'impressione è quella di un abisso tra chi, nel Palazzo, approfitta dei propri privilegi e chi, fuori, deve fare i conti con una crisi pesante che mangia posti di lavoro e quote di salario. Milioni di persone per le quali la vita quotidiana è un rompicapo. I figli da mandare a scuola, gli anziani da accudire, le bollette da pagare. Di fronte a questo Paese, è desolante lo spettacolo di una classe politica, quando non corrotta, futile e gaudente.

Ma nel caso del Pd c'è di più, e c'è di più soprattutto quando c'entra Bologna. Non occorre leggere la stampa estera per sapere che oggi il caso italiano si chiama Berlusconi: conflitti d'interesse, uso privato delle istituzioni, fuga dai processi e via elencando. Basterebbe questo per raccogliere i frutti di un'opposizione seria e coerente, che nulla conceda sul piano della moralità e del rispetto delle istituzioni. Lo stile di chi governa è tale da concedere all'avversario mille e una opportunità. Invece capita l'esatto contrario. A torto o a ragione, sembra di non poter distinguere, e il qualunquismo pare la sola attitudine obiettiva. È un dissennato suicidio politico quello al quale stiamo assistendo. E ci coinvolge tutti, nella misura in cui rischia di blindare per lungo tempo il potere di una destra brutale, fascistoide e razzista.

Che l'ultimo scandalo coinvolga Bologna è particolarmente grave. Questa città, si dice, è un simbolo. È vero, e bisogna intendersi. Era la capitale dell'Emilia rossa, al tempo della prima Repubblica. Qui il Pci diede prova di una indiscutibile capacità di governo, di probità e di efficienza amministrativa. Seppe dialogare con l'impresa e con i ceti medi costringendoli a contribuire alla costruzione di una società in senso proprio civile. Una città, anzi una regione esemplare per accoglienza ed efficienza. Dove venivano sin dalla Svezia a studiare il modello di welfare. Non era la rivoluzione, era il buon governo, cemento di una intesa talmente stretta tra politica e società - qui davvero «popolo della sinistra» - che la si sarebbe detta indistruttibile.

La caduta di Bologna, con la vittoria di Giorgio Guazzaloca nel '99, fu la fine di un mondo. O meglio, la sanzione ufficiale di una crisi sotterranea che aveva lentamente eroso quel blocco e ora cancellava definitivamente un tabù. Era finita la «diversità». Bologna pagava la pervicacia ideologica dei nipotini del Pci convertitisi alla teologia delle privatizzazioni. E si scopriva «normale», uguale alle altre città, non meno esposta allo spirito dei tempi. Il guaio però non fu tanto quella prima sconfitta, pur traumatica, che avrebbe potuto essere persino un toccasana. La prova di una crisi organica della «sinistra di governo» bolognese venne cinque anni dopo, con la guerra intestina tra gli aspiranti alla guida del Comune e la decisione di affidarsi a una figura esterna alla città, mortificandone la storia.

Dei cinque anni di Cofferati a Bologna non val la pena di parlare. Arbitrio solipsista è stato scritto, e basta questo. Fu, quello tra sindaco e città, un dialogo tra sordi e la decisione di Cofferati di non ricandidarsi venne accolta da tutti con sollievo. E con speranza. Non è trascorso un anno e siamo a questo disastro, che nessuno avrebbe immaginato. Ora chi se la sentisse di prevedere un successo del Pd alle prossime elezioni - quando saranno - parrebbe oggi un inguaribile ottimista. Ma il punto non è questo: è il dissennato spreco di pazienza, di fiducia, di volontà di credere e sperare nonostante tutto, che vicende come questa determinano, e dio solo sa se ce lo si può permettere.

Non gettiamo la croce su nessuno, tanto meno all'inizio di una vicenda ancora tutta da chiarire. Ma una cosa è certa: Bologna, la sua gente e la sua storia si meriterebbero ben altro. E faranno di tutto per averlo.

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