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Fabrizio Bottini
La città è della gente
6 Agosto 2011
Recensioni e segnalazioni
La seconda edizione di un volume di grande successo: La Grande Ricostruzione, a cura di Paola Di Biagi, stimola riflessioni sulla capacità di interpretare bisogni e aspirazioni. Possiamo imparare qualcosa?

Spesso gli eventi non sono eventi, ovvero salvo la classificazione ormai di routine non si discostano gran che da quanto offre normalmente il convento. Mostre, convegni, dibattiti, pubblicazioni, salvo l’istante di notorietà istituzionale garantito dal frullatore mediatico, di solito poi spariscono in buon ordine nello sgabuzzino del dimenticatoio.

Quando una decina di anni fa, in occasione del cinquantenario del Piano Fanfani INA-Casa, uscì la raccolta La Grande Ricostruzione (Donzelli), accompagnata da una mostra itinerante, da discussioni, articoli ecc., si poteva temere un destino del genere. Magari un po’ di polemiche, di come eravamo, di revival, e poi basta. Ma il tema evidentemente era piuttosto “sensibile”, perché toccava parecchi aspetti dello sviluppo sociale, culturale, politico italiano del ‘900 attraverso la lente per molti versi rivelatrice della costruzione dello spazio urbano, e dell’immaginario che lo sottende e attraversa.

Il volume, come del resto altri prodotti di ricerca precedenti e successivi della Curatrice, ha la peculiare caratteristica di prestarsi a molti piani e prospettive diversi di lettura: per la quantità, relativa interdisciplinarità, eterogeneità dei contenuti; per la molto ricercata unitarietà dell’impianto, che consente di leggere anche i vari contributi e sezioni tematiche come flusso omogeneo. Il che si presta efficacemente, nel caso specifico, proprio a ricomporre quel percorso, ben riassunto dal titolo della legge: dall’Incremento dell’occupazione operaia, alla costruzione di case per i lavoratori, al dispiegamento di una straordinaria capacità di costruire consensi e immaginario. Immaginario sociale e urbano che sono ancora assai vivi ai nostri giorni.

Se l’urbanistica del dopoguerra europeo si caratterizza per i progetti dei grandi quartieri periferici, o quella di oltre Atlantico per l’inizio del processo di suburbanizzazione automobilistico, in Italia col piano INA-Casa si realizza un cocktail del tutto particolare, che unisce certi aspetti di ideologia antiurbana a spinte sottilmente e forse involontariamente progressiste. E riguardando col senno di poi le intenzioni e i risultati di lungo periodo dell’intuizione originaria, filtrata dai contributi tecnici e culturali di una infinita schiera di intellettuali, si capisce anche in parte come e perché.

Nella sua storia d’Italia, anche Paul Ginsborg aveva sottolineato quanto la dialettica fra sinistra e partito cattolico influenzasse da subito il dibattito sulle politiche della ricostruzione, e il Piano Fanfani ne interpreta al meglio parecchi spunti, a partire dai modi di costruzione del consenso.

Gli spazi dei quartieri, specie quelli dei “villaggi” che caratterizzano il primo settennio, spesso imitazioni un po’ improvvisate o velleitarie del modello internazionale neighbourhood unit, ne interpretano in modo del tutto peculiare lo spirito, ad esempio nel loro caratterizzarsi come ambiente urbano/antiurbano. Antiurbano forse nel senso in cui le ricerche sui nuovi modelli abitativi sviluppate nel periodo fra le due guerre, trovano nuovo stimolo nella ricostruzione di spazi ideali alternativi alla città tradizionale (dalle New Town britanniche alle Levittown americane). Ma anche fortemente urbano, perché coerentemente al progetto integrato della legge istitutiva, è proprio la costruzione materiale della città, il ruolo formativo del lavoro operaio nell’edilizia, a costituire il trait-d’union dall’Italia ruralista degli anni ’30 a quella del miracolo economico.

Tutto questo emerge evidente dai tanti saggi sui singoli quartieri, i presupposti culturali e disciplinari, i contributi di architetti e urbanisti, organizzati in una prospettiva unitaria dalla Di Biagi. Ed è in fondo anche l’espressione di una capacità di leadership, di coinvolgimento su vasta scala, posto in essere da una generazione politica e tecnico-scientifica in grado di superare, almeno da questo punto di vista, lo stallo da contrapposizione frontale che parrebbe imposto dal “fattore K”, l’esclusione della sinistra dalla stanza dei bottoni. La Grande Ricostruzione, insomma, è grande non tanto e non solo perché il partito di maggioranza relativa riesce a trascinare l’intera società nazionale in qualche modo tutta dalla propria parte, ma perché esistono ampi spazi in cui anche solidarietà e progressismo di intellettuali comunisti e socialisti partecipano attivamente al processo. Una partecipazione del resto a suo modo sempre rivendicata, sin dall’inizio, nonostante le polemiche.

E ancora, specie davanti alle sfide ambientali e di sostenibilità di oggi, molto ci può insegnare la forza comunicativa che accompagna tutta la prima fase del Piano. Ben evidenziata del resto da molte significative immagini riprodotte dal volume (e dai filmati e altri documenti che si potevano vedere a suo tempo nella Mostra itinerante: perché non pensare a un sito web che raccolga materiale che per sua natura non può trovar posto nel libro?). Sono le processioni, i parroci, le folle di semplici cittadini e curiosi a inaugurare, percorrere, sbirciare i nuovi quartieri ancora freschi di cemento, con le strade ancora da finire e gli alberelli visibili quasi solo nei disegni degli architetti. La grande capacità di costruire qualcosa di molto simile a un movimento collettivo, che traghetta l’Italia ancora sostanzialmente contadina uscita dalla guerra, verso un modello di sviluppo che ci caratterizzerà quasi sino ai nostri giorni.

Certo non tutte rose e fiori, come ben sottolineano molti dei saggi del volume, a anche gli studi di approfondimento che, nota compiaciuta Di Biagi introducendo questa seconda edizione, da esso hanno tratto spunto negli anni successivi. Ad esempio proprio l’ambiguità urbano/antiurbano degli spazi dei quartieri, stigmatizzata con autoironia dalla definizione “paese dei barocchi”, o l’emergere soprattutto dalle prime sperimentazioni progettuali di una diffusa immaturità (culturale, ma anche per certi versi della domanda).

Resta comunque ben documentata, e criticamente inquadrata dalla maggior parte dei saggi, la capacità di coinvolgere discipline, settori socioeconomici, culture, all’interno di un processo articolato e unitario. Forse è questa la cosa più importante, l’insegnamento essenziale del progetto che forse meglio riassume, ancora oggi, le prime speranze dell’Italia democratica. Da cui, come appare sempre più chiaro, abbiamo molto da imparare. Jane Jacobs, quando nel 1957 intitolava il suo primo importante saggio La Città è della gente, di sicuro intendeva proprio questo.

Pala Di Biagi (a cura di), La Grande Ricostruzione. Il Piano INA-Casa e l’Italia degli anni Cinquanta. Donzelli, 494 pp. ill. €22,50

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