loader
menu
© 2022 Eddyburg
Mark Townsend
La battaglia dei mulini a vento
3 Dicembre 2007
La questione energetica
Gli impianti eolici non dividono solo gli ambientalisti italiani. Dal britannico Observer, 22 maggio 2005 (f.b.)

Titolo originale: Tilting at windmills: nation split over energy eyesores– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il bandolo di tutto sta nell’erba, battuta e appiattita dalla forza per cui la zona è famosa. A Whinash il vento c’entra sempre, è la risorsa che ha messo questo bell’angolo di Lakeland al centro del dibattito britannico sull’insaziabile bisogno energetico del paese.

Il luogo – fra i classici panorami della Cumbria, fatti di colline tagliate da muri a secco, e dalle chiazze mobili dei greggi – deve diventare la sede del più grande impianto di energia eolica d’Inghilterra. Se il progetto andrà mai avanti.

Questa settimana, la procedura per la localizzazione di 27 turbine, ciascuna alta quasi come la cattedrale di St Paul, sul crinale di Whinash, entra nella fase potenzialmente più esplosiva. Due dei più illustri figli della Cumbria, il televisivo Melvyn Bragg e il montanaro Sir Chris Bonington, sono invitati a dare la propria opinione nella Garden Room del remoto Shap Wells Hotel. Non c’è posto per i mulini a vento del 21° secolo in un paesaggio naturale inalterato da secolo, sosterranno.

Trecento chilometri a nord, a Aberdeen, Malcolm Wicks segnerà il suo esordio da ministro dell’energia sottolineando il ruolo cruciale dell’energia eolica nella crociata contro il mutamento climatico. A sole poche settimane dall’incarico, Wicks può già vedere come gli impianti eolici stiano eclissando agricoltura e caccia alla volpe, come probabili occasioni di protesta rurale nel terzo mandato del Labour.

I ministri, consapevoli del fatto che gli obiettivi di riduzione delle emissioni di biossido di carbonio sono in forse, hanno individuato Whinash coma cartina di tornasole per capire se le energie rinnovabili possano offrire il 10 per cento dell’elettricità entro dieci anni.

Ma il significato del caso di Whinash va ben oltre. Fra le rocce battute dal vento, fra i parchi nazionali del Lake District e le Yorkshire Dales, lo scisma che sta squarciando il movimento ambientalista britannico da cima a fondo è più grave.

L’autonominata guardiana delle generazioni future, la lobby verde, si è trovata presa fra la necessità di salvare l’ambiente dal riscaldamento globale, e quella di difendere la campagna britannica dalla creazione di uno skyline “pseudo-industriale”. Questo mese, una delle figure di maggior spicco del movimento, James Lovelock, l’uomo che ha sviluppato la teoria di Gaia per le forze che governano la natura, lancerà la sua più esplicita critica sul dilemma energetico britannico, accusando gruppi come Greenpeace e gli Amici della Terra di tradire il pianeta, con la loro irremovibile promozione dell’energia eolica.

L’energia nucleare, sosterrà Lovelock, offre l’unica soluzione alla doppia sfida di offrire alla Gran Bretagna una fonte energetica affidabile, e quella del riscaldamento globale.

Il paese ora è in posizionato, alla partenza della “corsa al vento”. Saranno attivate entro la fine dell’anno centinaia di nuove turbine in 18 nuove località. Il Regno Unito è già in ottima posizione per diventare il maggior produttore mondiale di energia da impianti off-shore, come nel XVII secolo, quando la Gran Bretagna vantava 90.000 mulini a vento.

Ora è prodotto col vento circa l’1% dell’elettricità, e l’industria afferma che ci sono abbastanza impianti in corso di attivazione da far pensare che entro il 2010 sarà coperto con impianti eolici il 7% del bisogno nazionale.

Il mese prossimo inizieranno a girare nel medio Galles le turbine da 90 metri di Cefn Croes, teatro degli scontri più duri prima di Whinash. Ma la pressione sta aumentando su questo implume settore industriale. Se non si rispettano gli obiettivi nazionali rispetto al mutamento climatico, avvertono gli esperti, i generosi sostegni garantiti per gli impianti delle wind-farm potrebbero essere sospesi da un governo esasperato.

Sembra già affacciarsi una nuova era per l’energia nucleare, e avrà un suo spazio importante nelle prossime decisioni energetiche governative. Sempre più costosa di quanto preventivato, e indebolita dalle costanti preoccupazioni per la sicurezza, l’energia nucleare ha la sua forza nella provata affidabilità. E anche chi ha vissuto all’ombra di Sellafield, 60 chilometri a ovest di Whinash oltre il Lakeland centrale, sta iniziando a pensare che il nucleare sarà la salvezza.

Sir Christopher Audland scuoteva il capo mentre attraversava i ciuffi d’erba battuti dal vento di Whinash nel pomeriggio di martedì scorso. Ex direttore generale per l’energia alla Commissione Europea, Audland era in carica quando vent’anni fa esplose quel reattore numero 4 in Ucraina, e il suo contenuto radioattivo si diffuse da Chernobyl alle pendici della Cumbria, dove la sua famiglia risiedeva da 500 anni. Per essere un uomo che ha sperimentato di prima mano i rischi insiti dell’energia nucleare, Audland è perentorio riguardo all’alternativa più sicura proposta per le colline a nord di Kendal. “Non si può permettere che accada qui” ha detto.

Bragg, che ha dei parenti che lavorano felicemente a Sellafield, è fra quelli del gruppo di Lakeland che ritengono il nucleare la sola opzione possibile per affrontare il mutamento climatico.

”Sembra che ci stiamo allontanando dal metodo più sicuro ed efficiente. L’energia nucleare sembra essere l’unica possibilità sensata, e si tratta di una scelta sicura” ha detto il presentatore del South Bank Show. Si tratta di un consenso corroborato da Lovelock, che nel 1991 inaugurò il primo impianto eolico in Gran Bretagna a Delabole, Cornovaglia. Da allora, Lovelock ha ridimensionato il suo iniziale entusiasmo.

”Uscire dall’energia nucleare proprio quando ne abbiamo più bisogno per combattere il riscaldamento globale è una pazzia” dice. “Il programma antinucleare è spinto da gruppi come Greenpeace e gli Amici della Terra, o dai politici del Green Party. Perseguono obiettivi in cui non c’è né buon senso ambientalista, né un approccio scientifico: uno strano modo di difendere la terra”, scrive sul Reader’s Digest.

Lovelock respinge anche il fantasma di Chernobyl, affermando che il fallout della nube radioattiva passata sulle alture della Cumbria è stato quasi nullo. Qualche punto in più di quello naturale, o al massimo di un paio di radiografie al torace.

Sono passati 13 anni da quanto la lobby anti-eolico si rese evidente col Country Guardian, un gruppo che nega veementemente legami col settore nucleare, anche se il suo presidente, Sir Bernard Ingham, è stato lobbista stipendiato per la British Nuclear Fuels. Da allora le proteste avanzate a discredito dell’energia eolica si sono moltiplicate: quotazioni immobiliari in caduta, il rumore delle pale che da la nausea a chilometri di distanza, cavalli che si imbizzarriscono improvvisamente, e le sinistre morti di nibbi e aquile dorate, anche se in termini di numeri si tratta di una frazione degli uccelli ammazzati per strada.

Ma la critica più costante riguarda l’efficienza dell’energia eolica. I critici affermano che questi mulini farebbero fatica a rispondere a un aumento di consumi improvviso come quello della finale di Coppa di ieri, perché generano energia solo per parte del tempo. Cose del genere sarebbero irrilevanti se l’elettricità si potesse immagazzinare, ma non c’è una pila per la rete nazionale.

Un recente studio condotto in Germania, che possiede il più alto numero di impianti eolici del mondo, ha rilevato che si tratta di un modo costoso e inefficiente di produzione di energia sostenibile, con 53 sterline per ogni tonnellata in meno di biossido di carbonio. Il professor David Bellamy, loquace critico delle windfarm ascoltato di recente allo Shap Wells Hotel, è fra chi si chiede se il vento potrà garantirgli la sua pausa del tè: “Come farà la gente a far funzionare i bollitori elettrici?”.

Sir Martin Holdgate, ex direttore scientifico al Department of Environment che ha fatto parte di parecchi comitati governativi sulle energie rinnovabili, era pure presente alla Garden Room la scorsa settimana. Anche Holdgate ha perso la pazienza sulle zone sensibili rispetto agli impianti eolici. “Non dobbiamo sacrificare il paesaggio, nella nostra affollata isola. L’eolico non ha senso”.

Altri, i cosiddetti “ blade lovers”, danno il benvenuto a questi nuovi elementi estetici, sostenendo che la loro bellezza sta nel messaggio ambientale che comunicano a una società sprecona. Il designer Wayne Hemingway dice: “Mi piacciono. Sono un segno forte del fatto che stiamo facendo qualcosa che non danneggia la Terra”

Nota: il testo originale al sito dell’Observer : per chi fosse interessato, qui il DIbattito pubblico per l'approvazione del progetto (f.b.)

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg