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Furio Colombo
Italia anno zero
12 Febbraio 2007
Articoli del 2007
Il nostro paesaggio politico e mediatico continua ad essere inquinato dalle macerie del berlusconismo. Da l'Unità, 11 febbraio 2007 (m.p.g.)

Che cosa hanno in comune le coppie di fatto, l´Afghanistan e Vicenza?

La risposta di molti italiani e di molti lettori di questo giornale sarà, suppongo, la seguente: l´intervento ripetuto e pesante di due grandi potenze mondiali sulla vita interna italiana.

Proverò a dire che non è vero, che si tratta di una percezione rovesciata del fenomeno. Invece di vedere il nostro problema italiano, preferiamo immaginare che stiamo subendo tremende costrizioni, che stiamo piegandoci a obblighi imposti con la forza.

Proverò a dire che i potenti pesano solo se si rendono conto di poterlo fare con efficacia e senza importanti segni di vita autonoma della parte su cui viene scaricato il peso.

Esempio: sia la Chiesa che gli Stati Uniti non mettono in dubbio la cattolicità o la leale amicizia di Paesi come la Spagna e la Francia che se ne vanno per la loro strada, discussa e decisa dentro la vita politica di quei Paesi.

Non si tratta certo di Paesi isolati. Essi, infatti, sono strettamente integrati sia all´Occidente cattolico che all´alleanza atlantica, anzi in entrambi i casi sono orgogliosi protagonisti.

Non vorrei essere frainteso. Anche il governo Prodi intende essere protagonista orgoglioso (nonostante che un ministro della Difesa, temporaneamente disperso, parli di date sconnesse da qualunque strategia nella questione dell´Afghanistan, nonostante l´improvvisa illuminazione di fede del ministro della Giustizia).

Il problema - che è anche la spiegazione del disorientamento che ogni tanto sembra cogliere gli stessi membri del governo ma anche deputati e senatori - è il paesaggio morale e politico nel quale viviamo.

Lo descrivo così: primo, quel paesaggio è intatto, dal giorno in cui Berlusconi è stato costretto (lui dice: con l´inganno e temporaneamente) a lasciare la guida del Paese.

Secondo, quel paesaggio è un cumulo di macerie: un Paese a crescita zero, un´amministrazione disastrata, illegalità diffusa e onorata, provvedimenti che hanno scardinato principi fondamentali come «la legge è uguale per tutti», un´intimidazione dei giornalisti e dei media che dura ancora e che rende molti di essi assai più propensi ad annotare i problemi di Prodi e le minacce di crepe nella sua maggioranza che a scoprire il gioco dell´altra parte.

Per esempio: Berlusconi è capo di chi, parla a nome di cosa, e perché va in onda ogni giorno come uno Chavez di imminente ritorno al potere, benché qualunque conto dimostri che la sua Casa della Libertà non esiste più? Perché ogni giorno Casini e i suoi, ascoltati in silenzio compunto, danno lezioni di moralità politica e alto senso dello Stato pur avendo scrupolosamente votato ogni singola legge ad personam, ogni decreto voluto e imposto da una sola persona per suo diretto, palese e noto beneficio, fino al punto da creare scandalo internazionale?

Se il paesaggio non fosse colmo di detriti e macerie (ma anche di estese e singolari amnesie di gran parte dei commentatori politici) potrebbe un uomo dotato soprattutto di voce grave come l´ex ministro della Difesa Martino presentarsi regolarmente in televisione per annunciare che il governo Prodi ha distrutto anni di prestigio dell´Italia nel mondo, mentre è fresco di stampa il libro del diplomatico inglese Rory Stewart su ciò che è veramente accaduto ai soldati italiani a Nassiriya? Racconta l´ambasciatore inglese che i nostri soldati erano presi fra i due fuochi della guerra vera, che però veniva negata nonostante i soldati morissero, privi com'erano di protezione adeguata, e la guerra mediatica dei superiori frivoli e dei collegamenti Tv all´ora giusta e nel talk show preparato per fare spettacolo intorno a questo o quel generale.

Quello spettacolo, racconta l´ambasciatore Stewart dall´Iraq in cui si trovava, risplendeva solo in Italia. Sul posto «per gli italiani c´era rischio altissimo a inerzia totale», perché l´uomo dalla bella voce che adesso compare solenne in televisione a parlare di prestigio italiano infranto si era limitato a offrire le vite dei soldati italiani in cambio di italianissima bella figura. Era un dono ai comandi di altri Paesi, con altre strategie, altri governi, altri parlamenti a cui rendere conto.

Agli italiani resta questo libro («I rischi del Mestiere, vita di un diplomatico inglese in Iraq ai tempi della guerra». Ponte alle Grazie, euro 22) e le bandiere intorno alle salme.

Macerie sono non solo quelle della strage dei nostri soldati privi di difesa nell´attentato terroristico ormai famoso, ma anche la mancanza di qualunque luce sulla differenza fra ciò è stato raccontato e ciò che è veramente accaduto. Strane vicende come quella del cosiddetto "governatore" Barbara Contini, che è costata vite italiane per farsi vedere in un suo fortino dal quale non faceva e non poteva fare niente tranne che comparire in opportuni collegamenti in televisione, non si è mai detta una parola di spiegazione. Ma c´è chi, nello show, ha lasciato la vita.

E provate a chiamare mercenari i mercenari (la parola viene usata liberamente dai giornali americani per dire personale privato con funzioni paramilitari a pagamento) e subito siete investiti dall´onda di piena di non si sa quale patriottismo. Ma quel patriottismo non ha fatto una piega per la morte di Enzo Baldoni (anzi insulti e sarcasmo), ha chiamato «vispe terese» (cioè stupide e fuori posto, forse perché disarmate) due volontarie scampate a un rapimento. E quando Nicola Calipari è stato ucciso nel modo in cui è stato ucciso, mentre portava in salvo l´ostaggio italiano Giuliana Sgrena, quell´onda di patriottismo si è improvvisamente spenta. Non solo resta aperta la questione giudiziaria in cui qualunque Paese avrebbe preteso di essere ascoltato e di avere risposte proprio perché amico e alleato. Resta aperto, a carico di coloro che si esibiscono in rimpianti della gloria italiana perduta, un dovere di verità: perché, da chi Nicola Calipari è stato lasciato solo a cavarsela nella notte di Baghdad, senza alcun intervento dei famosi e stimati migliori amici dell´alleato americano? Chi si è distratto da quella amicizia, quando, perché? Qualcuno ha spiegato come mai non c´era l´ambasciatore italiano in piena rappresentanza e garanzia del governo amico? Forse Nicola Calipari, che si è gettato col suo corpo sull'ostaggio liberato Giuliana Sgrena e l´ha salvata con la sua vita, non ha fatto vedere «come muore un italiano»?

Ma se volete avere un´idea delle macerie che ingombrano e deformano il nostro paesaggio, confrontate la televisione di Stato in due eventi esemplari. Il primo è il telefilm dedicato alla famiglia Sereni, pionieri del sionismo italiano, ma anche della Resistenza, trasmesso la sera del 27 gennaio, Giorno della Memoria. In quel filmato non c´è traccia del fascismo, non c´è traccia di protagonisti fascisti delle persecuzioni. Gli eventi avvengono da soli, salvo la colorita intromissione di alcuni tedeschi cattivi. Sono personaggi estrosi e amanti della musica che, hanno un po´ guastato in una vicenda che tutto sommato, non era altro che la consueta tragedia della guerra.

Quando invece si tratta del 10 febbraio, giorno di ricordo della tragedia delle foibe, i protagonisti cattivi ci sono, eccome. Recita lo spot ufficiale ripetuto per giorni dalla Tv di Stato: «I massacratori sono stati i partigiani comunisti».

Il problema non è l´improvvisa comparsa in Tv dei comunisti, a cui il berlusconismo ha dato una nuova vitalità che ci viene invidiata nel mondo (nel senso che in nessun altro luogo si può affidare tutto alla manipolazione dei media). Il problema è la scomparsa dei fascisti dal video. Essi però, nella vera vita militano, gagliardetti al vento, anche nella manifestazione romana del 2 dicembre scorso. Militano orgogliosi e intatti, come ai tempi della «difesa della razza» nelle file del cosiddetto "partito dei liberali italiani" di Silvio Berlusconi. E noi zitti.

La sera di sabato 10 febbraio i Gr, i Tg e - con particolare solennità - Radio Parlamento della Rai hanno trasmesso il discorso di Bossi che annuncia la riapertura del parlamento padano. Come se fosse normale, legale, costituzionale. Tema del discorso: «Siamo schiavi dell´ingordigia di Roma che deruba la nostra agricoltura a vantaggio di altre agricolture e vogliamo la libertà dalla oppressione di Roma».

Inevitabile rendersi conto che, al di là da questa barriera di macerie che ricorda l´immortale sequenza del film «Germania anno zero» di Rossellini, è possibile buttare oggetti di tutti i tipi contro la legge finanziaria del governo Prodi, persuadere ogni gruppo a una propria rivolta in base a informazioni false distribuite a cura di chi non vuole farsi notare come nemico del padrone di tutti i media. Oppure discusse come se fossero vere. Spiega le concitate genuflessioni che colgono a mezza strada coloro che non sono mai stati particolarmente religiosi ma non vogliono essere trovati, in questa confusione, senza "santi in paradiso", la famosa condizione essenziale per sopravvivere, così cara all´immaginario italiano quando il Paese ritorna indietro. Il Paese non sta tornando indietro, per fortuna. Ma i nemici di Prodi ce la mettono tutta, anche perché più che mai diventerebbe chiaro, a un Paese correttamente informato, che niente è più vecchio, antico, protezionista, illiberale, codino e reazionario (in modo addirittura farsesco e teatrale) di tutto ciò che rappresenta Berlusconi, così splendidamente descritto dalla moglie Veronica (ma solo dalla moglie Veronica, perché solo lei ha i mezzi per farlo).

Ma tutto ciò che ho detto finora spiega anche le ombre confuse che si addensano a sinistra su ogni tentativo di discutere finalmente con dignità la nostra politica estera.

Le macerie impediscono di vedere e anche di «apprezzare» - nel profondo senso negativo del termine - il disastro che Romano Prodi e l´Unione hanno trovato quando sono giunti al governo. Una delle grandi bravure di Berlusconi, il suo vero successo, è stato quello di farsi sottovalutare e anzi di ottenere continuamente una sorta di onore delle armi da sinistra. Non è stato notato che Berlusconi è autore di due geniali trovate. Per gli amici dell´America lancia il ricatto: chi non sta con me è antiamericano. Per quella che lui chiama la «sinistra radicale» la strategia è diversa. Va in giro a dire (fino al punto di persuadere qualcuno di essi): «Io vi rispetto perché voi sì che siete dei veri comunisti».

Il paradosso è questo. Berlusconi ha inventato le maschere dei suoi avversari. Per esempio le maschere dei comunisti duri e puri che non cedono di fronte ad alcun pericolo del suo ritorno, perché il suo ritorno vale ogni altro ritorno di ogni altro avversario politico di fronte a cui il comunista duro e puro non cede.

Indossando quelle maschere, non si vede il potere immenso di Berlusconi e il fatto che se ritornasse al potere farebbe diventare il peronismo - che era nato povero ed era costretto a rubare - un gioco da bambini. Indossando quelle maschere preparate e dipinte con la faccia feroce dell´antiamericanismo e del comunismo duro e puro da Berlusconi in persona, c´è chi pensa di fare la cosa giusta, e di conquistarsi il suo pezzo di voto in un bel corteo o in una drammatica dichiarazione di fine governo. Di certo lo conquista. Ma solo quello, piccolo e per sempre.

In altre parole, l´uomo che ci ha preparato le maschere da indossare in caso di improvviso invito a un talk show o al corteo di una dimostrazione, e ci ha lasciato un paesaggio ingombro di macerie in modo che non si intraveda neppure ciò che un´Italia diversa sta cercando di fare, ha tolto dignità al Paese. Non possiamo aspettarci che siano altri a ridarci la dignità. Tocca a noi. Ma è impossibile riuscirci se stiamo al loro gioco.

Ecco un appello: rifiutiamoci di indossare le maschere che lui ci ha preparato per Porta a Porta. Ma anche per i cortei. Primo dovere: restituire prontamente le maschere che si fossero inavvertitamente indossate. Mai stare al loro gioco.

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