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Giovanna Marini
Intervista al commendatore
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
Toni Jop, su l’Unità del 12 marzo 2004, intervista la brava musicista e cantautrice, che non dice solo grazie a chi l'ha nominata Commendatore

«Che stranezza», «Non capisco» «Commendatore...non so nemmeno che cosa sia». Ma le piace lo stesso. Giovanna Marini, commendatore al merito della Repubblica da un paio di giorni, è sorpresa e vorrebbe tanto ringraziare. Il presidente, soprattutto, e magari la signora Ciampi: «Mi sa che è stata lei». «Giovannamarini.com»: Giovanna scherza, è il suo modo lieve di vivere modeste contraddizioni. Lei è un pezzo della storia d’Italia alla quale le istituzioni sono sempre andate strette, molto strette. Anzi, la sua voce le ha spesso «suonate» al «sistema». Se vogliamo, la vera novità nell’elenco delle onorificienze preparato dal Quirinale in occasione dell’Otto Marzo, è proprio il suo nome. È la traccia di una cultura aliena che Ciampi, con scelta davvero felice, ha riconosciuto come parte positivamente integrante dell’Italia che ci piace di più. Giovanna è testimone di un nucleo di creatività che ha fatto dell’arte e della politica il suo pane quotidiano e non ha mai cercato più opportune neutralità. Anche a noi viene di ringraziare Ciampi: ha fatto proprio una bella cosa.

Giovanna, che effetto ti fa?

Intanto, meglio che “cavaliere”, lo avrei rifiutato, oggi è davvero insostenibile, visto il cavaliere che ci governa. Fammici pensare: è un disastro lo stesso; Bossi è commendatore, che brutta cosa. Mi chiedo come gli sarà venuto in mente di scegliere una come me...

Brava, sei brava: lo dicono tutti, e da molto tempo. Fai un lavoro importante sulla musica. Ma hai ragione: mi sa che non basta, in genere...

Cosa vuoi che ti dica, non faccio che ricevere complimenti per questa cosa che non so cosa voglia dire. Fassino mi ha mandato un telegramma: lui è contento ed è stato gentile a dirmelo. È contento anche Ambrogio Sparagna; mi ha detto: Giovanna, questo è importante per tutto il nostro settore. Gli credo, anzi credo che sia l’unica cosa che conta, è come se il Quirinale avesse premiato tanta gente che lavora come me, con uno stile comune, quasi con una condivisa intelligenza della realtà. Vorrei scrivere “grazie presidente” ma non so come si fa. Mi rendo conto che sono proprio fuori dal mondo: un motivo in più per dubitare di quel mi è successo.

È un bel fatto: dai palchi del ‘68 a uno dei massimi riconoscimenti della Repubblica. Sembra una storia a lieto fine...

Lascia perdere il lieto fine. Ne parliamo dopo che ti ho raccontato una storia. Giorni fa ero a Sassari. Dovevo suonare e cantare in una bella sala dedicata a Pietro Sassu, un importante musicologo al quale dobbiamo molto. Canto. Poi si fa avanti una ragazza vestita di pelle che mi accusa: lei non ha fatto un concerto, ha fatto un comizio. Come sarebbe, obietto, ho cantato un patrimonio comune di tutta l’Italia democratica. No, insiste, lei ha cantato solo cose di sinistra. Provo a spiegare: non è colpa mia se la gente che soffre è quella che poi canta, non è colpa mia se la sinistra si è sempre fatta carico della gente che soffre. Esiste una musica di destra? Esiste una musica di regime, inventata dal fascismo, ma quella - glielo giuro - io non la canto. È servito a niente. Peccato. Sai che cosa ho pensato? Che due anni fa un attacco di questa violenza non sarebbe accaduto. Rifletti, ora, sul lieto fine.

Su Giovanna Marini vedi anche

Un'intervista al Venerdì di Repubblica (14 novembre 2002)

Lamento per Pier Paolo Pasolini

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