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Dario Di Vico
Industria , se si ferma il Nord
18 Febbraio 2015
Libri da leggere
Un'intera generazione di imprenditori e politici ha rinunciato a innovare, per campare di rendita, e i risultati saltano decisamente all'occhio. Recensione a:

Un'intera generazione di imprenditori e politici ha rinunciato a innovare, per campare di rendita, e i risultati saltano decisamente all'occhio. Recensione a: La Via del Nord, di Giuseppe Berta (il Mulino, 2015). Corriere della Sera, 18 febbraio 2015 (f.b.)

Se Giuseppe Berta non fosse uno storico, ma un’agenzia di rating, potremmo dire che il suo La via del Nord (Il Mulino) suona come un clamoroso downgrading dell’economia e dell’imprenditoria settentrionali. Nella prefazione, con grande onestà intellettuale, Berta spiega come in un recente passato il suo giudizio fosse stato più cauto — nonostante che le traiettorie del declino fossero già delineate — forse perché «ero più contiguo a qualche spezzone dell’establishment» ed «è bastato questo a farmi abdicare, pur senza averne la consapevolezza, all’attitudine al distacco critico che uno studioso dovrebbe salvaguardare in ogni circostanza». Rientrato in quello che definisce «lo spazio del cittadino comune», Berta sferra un durissimo attacco alle classi dirigenti del Nord, a coloro che avrebbero dovuto guidare la transizione dal vecchio e glorioso triangolo industriale (per il quale traspare profonda nostalgia) alla nuova economia moderna e terziarizzata.

Partiamo da Milano, fulcro di questo cambiamento. Lo storico imputa alle élite della città di aver gestito il passaggio dall’identità manifatturiera a quella neoterziaria «senza una discussione né un confronto pubblico», liquidando sbrigativamente il passato «senza remore e indugi». Moda e design saranno anche i nuovi simboli, ma Berta ne parla come di «un piatto di lenticchie» e rintraccia invece nell’edilizia la vera «forza ambigua» che ha mosso la nuova Milano. E in continuità con questo giudizio è «Salvatore Ligresti il protagonista della città che si terziarizza attraverso un’ininterrotta colata di cemento». È andata davvero così? Chi scrive nutre molti dubbi su una così radicale reductio ad unum . La terziarizzazione di Milano non si può dire certo che sia stata una clamorosa storia di successo, ma le dinamiche sono assai più complesse. Berta sembra racchiuderle in un mero spazio nazionale e così per certi versi finisce per sottostimare peso e valore del made in Italy (l’export è cresciuto negli anni della Grande Crisi!) e dall’altro non sembra vedere come Milano abbia perso il suo match soprattutto nei servizi professionali.

Con la sua Torino, Berta è ancora più tranchant , tanto da definirla «città opaca». «È venuta meno l’impronta industriale che la rendeva immediatamente identificabile senza però che sia stata sostituita da un segno e da una missione altrettanto robusti». A fallire è stata l’idea-guida di una Torino policentrica che, partendo dalle Olimpiadi, avrebbe dovuto convogliare investimenti nelle aree industriali dismesse e recuperare il centro storico, avrebbe poi dovuto orientare le competenze della città in direzione dell’economia della conoscenza e, infine, crescere come centro di cultura e intrattenimento. Ma come si fa a nutrire queste ambizioni — si chiede l’autore — se la provincia di Torino è al terzultimo posto delle aree metropolitane in Italia per numero di laureati in rapporto al numero di imprese? Per Berta quindi il bruco non è mai diventato una farfalla ed è rimasto una crisalide, le classe dirigenti hanno coltivato una bulimia progettuale che le ha portate a trascurare la direttrice più promettente, una Torino politecnica in forte continuità con la sua tradizione.

Sistemate le due maggiori città del Nord, Berta si rivolge ad analizzare i territori che vanno verso Nordest («la megalopoli insicura») e il pessimismo cresce. Lo storico vede «un’atmosfera intrisa di un senso di minaccia e di insicurezza che non può che esprimere una domanda di protezione». E chi è in grado di fornirla? Non le classi dirigenti miopi, ma «la malavita organizzata di stampo mafioso che si è incardinata nei circuiti economici settentrionali proprio durante gli anni della crisi». La camorra è il soggetto che sembra dare una risposta o un momentaneo sollievo alle angustie della crisi, attraverso un’offerta illecita di credito alle imprese, e se la criminalità organizzata ha allargato il suo perimetro di influenza «è perché la società settentrionale non ha più i suoi assi portanti di un tempo».

Nel volume del Mulino c’è molto di più di questa sintesi, c’è la storia di un capitalismo fondato sul lavoro e di una politica che fa contraddittoriamente i conti con la questione settentrionale, ma ciò che farà discutere delle tesi di Berta è lo schiaffo. Del resto i libri migliori non solo quelli che si condividono dalla prima all’ultima pagina, ma quelli che ci svegliano. E ci spingono a trovare argomentazioni, magari di segno contrario, ma all’altezza del confronto.

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