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Gianni Santucci
«In 20 anni più parchi e case ecologiche ma avanza il degrado nei quartieri»
30 Agosto 2009
Milano
Le associazioni, e il giudizio sul lento (e contraddittorio) progresso della metropoli verso un ambiente più abitabile, giusto, efficiente. Il Corriere della Sera ed. Milano, 30 agosto 2009 (f.b.)

I «miglioramenti»: meno fabbriche e nuovi parchi «puliti e ben gestiti», palazzi a basso impatto ambientale e l’Ecopass, «prima vera misura antitraffico ». I «peggioramenti»: quartieri popolari abbandonati e degradati e «la mancanza di un progetto urbanistico e politico per la città». Sono Legambiente, Italia Nostra e Fondo per l’ambiente italiano (Fai) a leggere i cambiamenti di Milano negli ultimi vent’anni.

Obiettivo dell’indagine: capire dove sta andando la città che in due decenni ha perso 400 mila abitanti e che qualcuno, nel 2015, immagina in piena espansione. Il futuro, allora. Legambiente fissa un obiettivo: «Bisogna immaginare una Milano che passi da 65 auto, come oggi, a 30 auto in media ogni cento abitanti»

Nella colonna dei «miglioramenti »: vent’anni fa c’erano le industrie, che avvelenavano l’aria e la terra, e oggi non ci sono più. Nella colonna dei «peggioramenti »: esisteva un tessuto agricolo, a Sud della città, che ormai è stato dimenticato. Tema: guardare Milano in prospettiva storica. Limite temporale: gli ultimi vent’anni. Cosa va peggio e cosa meglio. Trasformazioni positive e negative.

Può sembrare un gioco, perché i cambiamenti di una metropoli seguono strade complesse. Ma è anche un’occasione per un dibattito. Per rivendicare i progressi. E allo stesso tempo indicare il degrado. Urbanistica, ambiente, qualità della vita. Con un occhio al futuro.

Si può partire da un esempio: «Vent’anni fa andavamo in parco Sempione a strappare le erbacce », ricorda Luca Carra, presidente milanese di Italia Nostra. «Oggi invece i parchi sono di solito puliti e ben gestiti, sono stati creati il parco Nord e quello delle Groane. L’attenzione per il verde è di gran lunga aumentata». Lì, all’origine di questo cambiamento, si scopre però anche una strada senza uscita: «Quei parchi — continua Carra — sono frutto di una progettualità che non esiste più. Il passante è un altro esempio di come ci fosse un’idea di governare Milano come grande area metropolitana. Un obiettivo che si è perso». E che, pensando al futuro, secondo Italia Nostra andrebbe recuperato.

In mezzo, in questi vent’anni, qualcuno rimprovera il passaggio da un’idea di Grande Milano a quella di una città-condominio. Tendenza che (ovviamente) non riguarda soltanto un’amministrazione, «ma è una trasformazione molto più ampia e generalizzata ». E, comunque, mette sul banco degli imputati la politica.

Ecco il punto comune: la mancanza di un progetto. Andrea Poggio, vice direttore nazionale di Legambiente, indica un cambiamento epocale, e cioè il passaggio «dai riscaldamenti a olio combustibile al metano: un progresso — spiega — che ha migliorato in proporzioni enormi la qualità dell’aria. In generale, la qualità dell’abitare a Milano è uno dei grandi momenti di progresso nella storia recente». Allo stesso tempo, mentre l’edilizia faceva passi avanti, «Milano ha via via abbandonato e lasciato degradare il grande polmone agricolo a Sud del Comune. Era una delle grandi ricchezze lombarde ».

La storia recente si può leggere anche attraverso piccoli segni. Elementi che diventano però emblematici: «Il cantiere in Sant’Ambrogio — spiega Marco Magnifico, direttore generale e culturale del Fondo per l’ambiente italiano — è deleterio soprattutto per il messaggio che manda. Con l’Ecopass si è avviata una grande stagione in cui i cittadini hanno preso coscienza del problema inquinamento, con quel parcheggio ricevono invece un messaggio opposto. Manca coerenza, linearità e coraggio nelle scelte».

La città del futuro, almeno dal punto urbanistico, si intravede già. Da Garibaldi, a CityLife: è una città che va verso l’alto. «Ma Milano cosa ha a che fare con i grattacieli? — chiede il direttore del Fai — La nostra tradizione culturale e architettonica è di città bassa, rappresentativa di un’eleganza austera, aperta, riservata, accogliente. Non si possono scimmiottare Hong Kong o Dubai, architetture completamente avulse dalla nostra storia. È un assurdo segno di provincialismo».

In una parola, secondo il Fai, la città ha perso il suo «stile». È un punto critico, pensando al futuro. E chiedendo un impegno alla politica. Ecco le priorità, in prospettiva. Legambiente: «Immaginare una città che passi da 65 auto, come oggi, a 30 auto in media ogni cento abitanti». Italia Nostra: «Recuperare lo spirito di progettare Milano su larga scala, in un tutt’uno con l’area metropolitana». Il Fai: «Puntare a un progresso che sia in linea con le nostre radici».

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