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Duccio Valori
Impresa pubblica o privata, l'obiettivo fa la differenza
24 Aprile 2007
Articoli del 2007
Piccole verità elementari, che sembrano eresia al giorno d’oggi. Da il manifesto del 24 aprile 2007

Criticare la politica delle privatizzazioni, in questo clima neoliberale (o, forse meglio, paleocapitalistico), può apparire ozioso, in quanto, oltre a andare contro una dottrina universalmente accettata (meno stato, più privato, ecc.) da privatizzare non c'è rimasto quasi niente. Tuttavia quel «quasi» ha ancora un certo spessore (un giorno sì e uno no si riparla di privatizzare la Rai, la Fincantieri, le municipalizzate, ecc., anche di fronte ai risultati tutt'altro che edificanti delle privatizzazioni già compiute, come Telecom, Autostrade, Cirio, e via dicendo).

Cerchiamo allora di capire perché vada difesa la proprietà pubblica, evitando, se possibile, i termini abusati, oltre che del tutto soggettivi, di «strategico» e «nazionale». Quali sono le differenze di fondo tra un'impresa pubblica o semipubblica e una privata?

Certamente non il peso decisionale dell'azionariato: tra i centomila piccoli azionisti di una public company e i milioni di contribuenti che rappresentano l'azionariato di un'impresa pubblica sarebbe difficile dire chi abbia minore peso decisionale. D'altra parte, neppure la qualità del management può rappresentare una discriminante: abbiamo esempi di imprese pubbliche ottimamente gestite e di imprese private gestite malissimo, e viceversa; e è meglio non fare nomi per carità di patria. La vera differenza è nel rapporto tra obiettivi e vincoli delle une e delle altre.

L'obiettivo dell'impresa privata è ovviamente il profitto: quello aziendale per le imprese ben gestite, o quello individuale dei proprietari quando esista un controllo diretto o un «azionista di riferimento»; i vincoli sono quelli del rispetto delle leggi e dei contratti di lavoro, dell'ambiente, ecc.

Per l'impresa pubblica gli obiettivi sono (o dovrebbero essere) diversi: la creazione di posti di lavoro, lo sviluppo delle aree depresse, la lotta ai monopoli, il progresso tecnologico, ecc. E' il profitto a costituire un vincolo: questi obiettivi devono essere perseguiti in condizioni di economicità.

Non sorprende che, per realizzare i propri obiettivi, sia i privati che i pubblici tendano a aggirare o a ignorare i vincoli: che dunque le imprese private possano (occasionalmente!) trasgredire le leggi, o non rispettare gli accordi, e che quelle pubbliche trascurino il criterio di economicità e chiudano i bilanci con una redditività insoddisfacente o addirittura in perdita. Anatema! Le imprese in perdita, secondo gli assiomi correnti, distruggono ricchezza; ma anche questo assioma, per quanto generalmente accettato e condiviso, non appare corretto.

E' vero che un'impresa che - una volta remunerati adeguatamente (e occorre mettere l'accento su «adeguatamente») i fattori della produzione, rispettate le leggi, evitato di distruggere risorse non rinnovabili, ecc. - chiuda i bilanci con un surplus, ha creato ricchezza; ma, per quanto questo possa sembrare sorprendente, non è vero il contrario. Non è facile distruggere ricchezza. L'impresa in perdita remunera i fattori della produzione (paga i lavoratori, le materie prime, e tutto il resto) ma non il capitale di rischio, che viene gradualmente eroso dalle perdite: dunque non crea ricchezza, ma la distribuisce, il che, essendo zero la somma, non equivale a distruggerla. E' del tutto evidente che è preferibile avere imprese in attivo piuttosto che in perdita; ma se gli obiettivi non sono quelli della massimizzazione della ricchezza, ma piuttosto quelli di una sua più equa distribuzione, anche le imprese in perdita possono contribuire a una maggiore giustizia e pace sociale.

Molti anni fa, quando esisteva ancora la Finsider (che all'epoca perdeva, e anche parecchio) l'ing. De Benedetti disse all'avv. Sette, allora presidente dell'Iri: «Ma non si rende conto che alla Finsider avete 10 mila occupati di troppo?». Sette si limitò a scuotere la testa. Dopo la privatizzazione, la siderurgia ha perso più di 10 mila occupati; e lo spazio rimasto vuoto a Bagnoli e a Taranto è stato riempito dalla camorra e dalla Sacra corona unita. Con quale vantaggio per il paese, non si sa.

E questo ci permette di toccare l'ultimo punto: ammettiamo che un sistema altamente competitivo, completamente privatizzato, dominato da una selezione di tipo darwiniano, porti alla massimizzazione della crescita del Pil. Ma è questo un fine in sé, o stiamo confondendo un fine con un mezzo? Bene la crescita del Pil, se questo porta a un diffuso miglioramento delle condizioni di reddito e di vita della maggioranza dei cittadini; male se un ristretto numero di privilegiati vede accrescersi di molto i propri redditi, e la maggioranza assiste impotente a una crescente precarietà, alla riduzione del suo tenore di vita, all'ampliarsi delle disparità sociali.

Alla luce di quanto stiamo vedendo, e di quel che si è detto, in Italia abbiamo privatizzato abbastanza, e probabilmente troppo. Adesso, per favore, basta.

Duccio Valori è ex condirettore centrale dell'Iri

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