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Alessia Gallione
Il sogno svanito dell’Orto Planetario
29 Dicembre 2011
Milano
Progetti, e piani per l’area Expo: cosa può riserbare l‘evento, e cosa può lasciare in eredità. La Repubblica Milano, 29 dicembre 2011, postilla. (f.b.)

Il conto alla rovescia, quello vero, è iniziato una mattina di fine ottobre sotto i flash dei fotografi e le telecamere intente a seguire ogni singolo movimento della prima ruspa che è entrata sul milione di metri quadrati della "discordia" di Rho-Pero.

È partito dopo 1.306 giorni dalla festa di Parigi, a 1.208 giorni all’inaugurazione ufficiale. Dagli ultimatum del Bie al primo cantiere. Da Letizia Moratti, ex sindaco plenipotenziaria – sulla carta – a Giuliano Pisapia e Roberto Formigoni, il tandem di commissari costretti ad andare d’accordo per non far fallire l’evento. Dall’interminabile balletto tra Comune e Regione sulla soluzione per acquisire le aree all’accordo di programma urbanistico che le ha rese edificabili, siglato, ironia della sorte, dal "sindaco arancione" con annessi tormenti del centrosinistra che, per tre anni, aveva cannoneggiato contro l’Expo del cemento del centrodestra.

Dall’orto botanico planetario (che avrebbe dovuto rivoluzionare la formula di un’Esposizione fatta di padiglioni tradizionali) alla smart city, il nuovo sogno di una cittadella digitale capace di anticipare il futuro e conquistare sponsor. Perché il 2011 per l’Expo non è stato solo l’anno della partenza operativa dopo tre anni di lotte di potere, ma anche quello del cambio dell’impostazione del progetto, l’anno delle rivoluzioni al vertice e delle nuove alleanze, dei tagli nell’era della crisi economica. Con un dossier uscito ridimensionato (300 milioni e qualche voce, come la via di terra, in meno). E, soprattutto, con molte incognite davanti. Che dovranno essere risolte nel 2012, l’anno della verità.

I prossimi obiettivi li ha fissati l’amministratore delegato Giuseppe Sala: far salire ad almeno 100 le adesioni dei Paesi (già a quota 68, oltre il target); conquistare altri quattro sponsor di peso dopo l’arrivo delle prime aziende; far partire a luglio i lavori della cosiddetta "piastra", l’ossatura del progetto. Ma ci sono altre certezze, quelle economiche del governo, che adesso dovranno arrivare. Eppure, è un’Expo diversa quella che ha iniziato a scaldare i motori. Vista dal cantiere spuntato quella mattina di fine ottobre, sembrava ancora un’opinione. Ci sono voluti i tecnici e una mappa per capire che nel punto in cui gli operai avevano montato le cesate sarebbe nato il viale centrale dove si affacceranno i padiglioni, che a separare i visitatori dal traffico delle due autostrade arriveranno alberi e un canale.

E poi? Dai progetti sono spariti i campi coltivati in cui i Paesi, secondo il primo concept plan firmato dalla Consulta di architetti guidata da Stefano Boeri, avrebbero dovuto mettere in scena le loro filiere alimentari: dalla pianta del caffè alla tazzina. L’orto è stato cancellato. «Troppo verde non sfonda», ha sentenziato Sala. «Milioni di visitatori non arriveranno per vedere distese tutte uguali di melanzane», gli ha fatto eco Vicente Gonzales Loscertales, il segretario generale del Bie. Quel progetto tutto basato sull’agricoltura, è stata la sintesi, non piaceva ai Paesi, al Bie, alle aziende. Meglio puntare sulle buone ragioni commerciali.

La nuova immagine è quella di una cittadella sospesa tra il reale e il virtuale, con avatar e schermi elettronici e la firma del premio Oscar Dante Ferretti sulle scenografie dei viali principali. E la tecnologia, magari, potrà contribuire anche a salvare le grandi serre con tutti i climi e le vegetazioni del mondo: ormai è troppo tardi per seguire il rigore scientifico del primo disegno. Cosa diventeranno? Si cerca un creativo che possa reinventarle e, magari, uno sponsor per mantenerle in vita dopo il 2015. Perché il grande dubbio riguarda il futuro: quando verranno smontati i padiglioni, cosa nascerà su quel milione di metri quadrati?

Sarà Arexpo, la società a maggioranza pubblica creata per acquistare le aree, a deciderlo. A partire dal 2015, per non correre il rischio di passare i prossimi tre anni a litigare sul post-Expo. Sarà inevitabile – e Formigoni non lo nasconde – realizzare una quota di case anche per rientrare degli investimenti fatti. Ma poi? Ci sarà un parco, è la rassicurazione. Ci sono le solite ipotesi, quelle cittadelle che, da anni, spuntano da Nord a Sud come in un grande Monopoli: la cittadella della giustizia, quella della comunicazione con la Rai, l’Ortomercato... La sfida più grande è l’eredità di quell’evento che avrebbe dovuto rilanciare l’immagine internazionale di Milano. Insieme alla capacità di riaccendere l’interesse della gente, dopo che molto si è già perduto per strada, di concretizzare qualche progetto.

Dal 2012 l’Expo dovrà correre per recuperare il tempo perduto e trasformarsi in un cantiere aperto giorno e notte, ma nelle mani di Sala la società sembra avere chiare le tappe. Sono altre le promesse che, adesso, andranno mantenute: c’è la via d’acqua con il recupero della Darsena da far partire e ci sono le infrastrutture legate al 2015 e attese da decenni. Per tutte le vie e i collegamenti, ormai – sia che si tratti di nuovi binari o della grandi autostrade come la Pedemontana o la Tem – la consegna è concentrata in una manciata di mesi, tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015. Ce la faranno a rispettare l’appuntamento? Già ora si sa che non sarà così per la linea 4 della metropolitana: l’obiettivo minimo è realizzare tre fermate, da Linate a Forlanini. Anche questa era una promessa di Expo.

postilla

Ai conformisti, anzi conformistissimi, ragionieri che fanno sorrisi di compatimento davanti al progetto dell’Orto Planetario, presumibilmente sognando l’Expo del Metro Cubo, si potrebbe semplicemente rispondere che il mondo non verrà certo a Milano per vedere un campo di melanzane, ma neppure per salire le scale mobili di un supermarket, o attraversare un baraccone tecnologico. Ma come giustamente sottolinea l’articolo quei sorrisetti di compatimento sono quantomeno mal rivolti, perché la posta in gioco non è solo portare visitatori, ma cosa resterà alle generazioni future. Qui l’Orto Planetario di risposte ne dava, e non pare proprio invece che ne diano né il Metro Cubo né il Telefonino Pervasivo della sedicente Smart City. Non si tratta di allestire un padiglione, ma fissare, secondo alcuni criteri internazionali, espositivi, ma anche ambientali e regionali, il futuro di un’area strategica. La facciamo uguale al baraccone cementizio della Fiera lì accanto? Sigilliamo definitivamente l’ultimo angolino di spazio aperto metropolitano facendo le tabelline di quanto edificato e quanto lasciato a giardinetti, nani e madonnine di gesso esclusi? Non si tratta di difendere a spada tratta quella che magari in sé e per sé era solo la sparata pubblicitaria di Stefano Boeri e dei suoi soci archistar. Però in una prospettiva di uso futuro l'idea alla base dell'Orto poteva diventare una Cittadella della Scienza (ricerca avanzata sulle produzioni agricole sostenibili a chilometro zero?) che se le mangia tutte, quelle sanitarie in versione brick & mortar targate CL, e destinate a tradizionalissimi bisturi e supposte, per quanto futuribili. Quindi bando alle polemiche sugli slogan, ma al solito mettere in prima fila la questione: che serve alla città? E intendere per “città” qualcosa che magari va oltre i confini amministrativi, naturalmente (f.b.)

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