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Sandro Roggio
Il secondo piano casa non è meglio del primo Può sempre passare di tutto
15 Aprile 2009
Articoli del 2009
La truffa del cosiddetto “piano casa”, apparentemente rivisto e mitigato dalle regioni compiacenti. La Nuova Sardegna, 14 aprile 2009

Il piano per liberare l'edilizia, quello evaporato in una sera e risorto con la complicità dei presidenti regionali, colpisce non solo per il pressapochismo e l'azzardo (su questo c'è già una ricca letteratura con le ultime riflessioni nella mente le immagini delle case d'Abruzzo sbriciolate). Ma pure per il capitombolo di quella visione che invece la destra italiana ha storicamente mantenuto su questi temi. Il Pdl si può permettere di tenere insieme modi di stare a destra molto diversi. Con il proposito di fare uscire dalla centrifuga un ammodernamento di quel percorso politico fascista e postfascita. Cosa avveduta - senza dubbio. Ma è una evoluzione da guardare con attenzione: succede infatti che alcune cose buone da non buttare, da tenere almeno nello sfondo (non sono mancate anche in quella terribile fase della storia d'Italia), vengano invece inghiottite in quel vortice neoliberista senza senso e dall'estrosa politica del premier.

Ne esce un'idea strana della libertà: lo stato etico che ti entra in casa in punto di morte, e lo stato lassista verso le pulsioni anarcoidi perché "in amore e in edilizia è vietato vietare" - secondo Cetto Laqualunque.

I provvedimenti del 1939 sui beni naturali e culturali e la successiva legge urbanistica del 1942, davvero buoni esempi per quel tempo, applicavano, in linea con quel tempo, il principio di precauzione, indispensabile per governare il territorio in quanto valore pubblico. Il paesaggio "rappresentazione materiale e visibile della patria" - aveva scritto Benedetto Croce, poi ripreso da Bottai.

C'era la preoccupazione di violare la sacralità delle proprietà private; eppure il Fascismo ci pensava al superamento della linea indolente dell'ideologia liberale, del lasciafare che aveva dominato gran parte dell'Ottocento. Si è corrotta incontrando Berlusconi quell'idea di conservare "le bellezze naturali" e le cose d'arte, che seppure con difficoltà si era mantenuta, confermata di recente dal ministro di destra Urbani (che ha dato il nome al Codice dei beni culturali).

Inopinatamente si è ora aperto un altro capitolo, che ci riporta molto indietro, a passi decisi verso la deregolamentazione che non era immaginabile nel corso del Novecento. Ma attenzione: neppure nel lontano Medioevo, la cui civiltà urbana era tutt'altro che sregolata. Negli statuti trecenteschi di molte città italiane si badava a fare osservare regole di convivenza urbana e a evitare i conflitti tra confinanti negli abitati: vigeva un principio regolatore, perché era l'insieme da tenere in conto. Perché ogni mossa negli incasati (quelle parti che chiamiamo centri storici) poteva provocare squilibri, togliendo luce o aria o vista, a uno o all'altro, e impoverendo la qualità complessiva dell'abitare.

Da qui si fa strada l'idea, che evolve nei moderni strumenti urbanistici, della città come bene comune: l' igiene, la bellezza, la funzionalità. Difficile da realizzare senza una regia: l' editto del priore di molti secoli addietro, o un moderno regolamento edilizio mirano alla coerenza che le crescite percentuali non consentono.

Colpisce che le regioni governate dalla sinistra, accettino il principio berlusconiano del piano casa 2 che è la forma edulcorata del piano casa 1. Stupisce che anche osservatori attenti non abbiano colto che è passato interamente il principio populista del primo messaggio.

Ed ecco l'ultimo atto: il disegno di legge - delega al governo che ripristina il diritto a edificare implicito nel diritto di proprietà. Sarà un serio danno, ben oltre la contingenza: servirà a fare passare la deregolazione come metodo, così da travolgere ogni idea di pianificazione, offrendo la versione più rozza dell'incremento delle preesistenze edificate: una pratica ammissibile dentro una attenta contabilità urbanistica.

Tutto questo rafforzerà le maniere arruffone di quell'Italia che si vede nei film di Totò e Peppino, difficili da combattere più di quelle in" Le mani sulla città" di Francesco Rosi.

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