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Giorgio Todde
Il ritorno dal villaggio
7 Gennaio 2007
Giorgio Todde
A casa sua, pallido, il turista, guarda le fotografie ...

A casa sua, pallido, il turista, guarda le fotografie della vacanza mentre fuori piove e piove. E guardandosi mormora: “Sarà… ma questo non sembro io, questo è un altro… ”

C’è qualcosa di molto triste e perfino drammatico nei villaggi vacanze, anche in quelli dell’isola, così alla deriva dal continente. C’è qualcosa che lascia inebetiti nella vita sintetica del villaggio dove si mangia si dorme, si balla, si nuota in piscine irreali, poi si mangia di nuovo, si dorme di nuovo in un ciclo rotondo e animale di cibo, deiezione e sonno. Qualcosa che non si riesce a comprendere del tutto.

Neppure gli animatori incaricati di ravvivare l’ospite sott’olio solare e di affrancarlo dalla tristezza riescono a liberare il turista dai residui del dolore. Eppure l’animatore è stato concepito proprio come un essere metafisico addestrato a trasferire i patimenti dell’ospite sul proprio corpo, istruito per disinfettare il cervello dell’ospite, per farlo regredire sino all’infanzia sacrificando la propria età verde. L’animatore invecchia ad ogni stagione perché la sua essenza viene risucchiata dal vacanziere il quale perde rughe, cammina più dritto e ha uno sguardo meno opaco che all’arrivo. Ma neppure il sacrificio dell’animatore è sufficiente.

Così la sera, sgrassato e deodorato, fermo davanti ad un immenso buffet, il turista sente di continuo il peso di una brutta idea che gli arriva dal profondo e che non riesce a cacciare via né col cibo, né con l’alcol e neppure con le danze propiziatorie.

La notte, nella stanza bianca, la paura di qualcosa di imminente non gli scompare neppure con molte gocce di sonnifero. E la mattina, arenato in spiaggia, non riesce ad essere contento sotto il sole che lo consuma.

Il fatto è che al ciclo del villaggio manca qualche cosa per essere davvero perfetto e lui, l’ospite, non riesce a comprendere il perché di questa incompletezza dolorosa. A volte, però, di colpo, magari proprio l’ultimo giorno, capisce.

Beh, al villaggio, per essere davvero un villaggio, mancano due eventi fondamentali che renderebbero naturale il ciclo vitale del turista. Nel villaggio si dovrebbe nascere e morire.

Sì, sporadicamente qualcuno, stupito dall’ insolito vigore che si sente addosso, muore all’improvviso. Ma è raro, non si usa nei villaggi. Muore perché il cuore non ce la fa, troppi cambiamenti, troppi. La vacanza è una crudeltà, è dura, bisogna faticare.

Per il momento la morte nel villaggio è solo un’eccezione non prevista. La nascita, poi, è ancora più insolita.

Peccato, perché il parto turistico sarebbe un parto felice e la morte turistica sarebbe la migliore delle morti, il valore della vita nel villaggio aumenterebbe e i defunti, accompagnati dall’animatore gentile, se ne andrebbero in un aldilà turistico e senza più pensieri.

Sepolti nel cimitero del villaggio dove un’anagrafe uguale alle altre anagrafi registra tutto e dove si viene interrati rivolti verso il mare.

E niente più vacanze prive del soffrire naturale. Senza soffrire non c’è felicità possibile. La sofferenza non la si può lasciare a casa. Non si prova piacere se non si sa di dover patire e se non si è patito. Non si può ballare o guardare un tramonto felici se si dimentica di poter morire là dove ci si trova. La vacanza deve essere proprio questo: una paura appassionata di perdere il mondo intorno. Piacer figliod’affanno… provare pena per gustare la gioia di uscire per un po’ dal dolore e godere della dolcezza amara della vacanza.

Saggio il viaggiatore pellegrino morto in canoa davanti alle coste smisurate e divine di Cala Luna, fortunato quell’altro morto in bicicletta con negli occhi la strada orientale e il mare. Loro avevano capito che il bello naturale assume un valore incalcolabile proprio perché in fondo al bello ci si trova la morte che gli conferisce valore e significato, finalmente.

Ecco perché il villaggio turistico, così com’è, deve essere riformato oppure abbattuto con le ruspe.

L ’orto concluso all’interno del quale non penetrano la malattia e la morte, non arrivano epidemie e la peste viene lasciata fuori, l’ orto concluso non deve esistere più. Il dolore deve arrivare dappertutto e per ognuno.

Povero il turista che, senza comprendere, è traslato, poco più che vivo, dall’aeroporto al villaggio dove viene ingozzato come un oca e poi traslato di nuovo dal villaggio all’aeroporto e da lì a casa sua dove ora riguarda, con le lacrime agli occhi, le fotografie del luogo dove è stato sequestrato per una settimana. Quella, forse, non era vita.

E può darsi che, osservando le foto, comprenda che il turista - cioè lui stesso - è solo un oggetto inanimato mentre il viaggiatore viandante possiede la capacità del pensiero con la quale decide cosa vedere, dove andare, cosa mangiare ma, soprattutto, non si fa imprigionare in nessuna fiaba perché le favole - tutte piene di spaventi e paure - gliele hanno già raccontate quando era bambino.

Questo testo è stato pubblicato da la Nuova Sardegna alla fine dell'estate del 2005

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