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Marco Garzonio
Il rischio dell'autogol
21 Marzo 2011
Milano
La surreale crisi dell’Expo 2015 specchio dell’incapacità della classe dirigente di fronte ai problemi del mondo. Corriere della Sera ed. Milano, 21 marzo 2011 (f.b.)

Assomiglia a una corsa a ostacoli l'Expo. Non appena si profila l'ultimazione delle fasi preliminari e la macchina sta per entrare nello stadio delle realizzazioni, ecco affacciarsi l'intoppo. Anche oggi l'iniziativa va sui giornali per le polemiche tra i protagonisti e le fibrillazioni partitico-istituzionali, non grazie ai progetti per i quali è stata pensata. Il clima preelettorale, poi, gioca la sua parte nel provocare forzature e nel distogliere l'attenzione dagli argomenti che invece dovrebbero mobilitare tutta la città.

Il Bureau di Parigi ha affidato a Milano l'evento del 2015 facendo proprio un sentire ormai diffuso in ogni angolo della terra e cioè il proposito di dare avvio a una stagione che accenda i riflettori del mondo industrializzato e dei Paesi in via di sviluppo su un argomento sul quale l'umanità gioca il futuro: «Nutrire il pianeta, energia per la vita» . Invece sta accadendo qualcosa di incomprensibile per chi guarda da fuori la città e il nostro Paese, del quale proprio Milano continua a rivendicare di essere forza propulsiva.

Il contrasto è stridente. Da una parte stanno le apprensioni per la catastrofe del Giappone, che ha messo il mondo davanti ai rischi dell'approvvigionamento energetico, e le inquietudini indotte dalle conseguenze del «risorgimento arabo» (come l'ha chiamato il presidente Napolitano) in ordine al petrolio e al bisogno di lavoro e di cibo di popolazioni dove le giovani generazioni sono la stragrande maggioranza. Dall'altra parte sta Milano, in cui Comune e Regione sembrano usare lingue diverse, la Provincia mostra cautela, la Camera di commercio preme, lo Stato traccheggia. E tutti insieme si frenano l'un l'altro e disattendono i tre obiettivi dell'Expo: educazione, innovazione, cooperazione.

Che la coperta delle disponibilità economiche sia corta non può essere un alibi. Le risorse, proprio se scarse, sono legate allo slancio ideale e alla conseguente capacità di stabilire priorità e obiettivi generali di bene comune, di puntare al massimo coinvolgimento di organizzazioni, persone, enti, mezzi, proprio mostrando che, se si va tutti in modo trasparente verso una direzione concordata, si innescano circoli virtuosi e si dissipano le eventuali zone grigie che le inazioni potrebbero indurre. Si può ottenere di più di quanto ciascuno ci ha messo, quando il risultato è collettivo. È una questione di crederci, di saper sacrificare gli interessi degli organismi che si rappresentano in nome di vantaggi che vanno oltre steccati e visioni particolari, di cercare i punti di mediazioni invece delle occasioni di scontro.

Insomma: è una questione di «volontà politica» e questa non è proprietà dei partiti e delle istituzioni che essi governano al momento, ma dovrebbe essere espressione d'un moto generale, della «polis» , della città intera, delle forze vive, responsabili, vogliose di futuro. Sarebbe un autogol clamoroso di Milano e del Paese se anche di fronte alle scadenze impellenti dell'Expo dovessero prevalere gli egoismi e venisse approfondito il fossato tra politica e società civile. C'è da chiedersi sino a quando città, forze produttive, rappresentanze sociali e culturali, giovani reggeranno lo stress istituzionale in atto, destabilizzante per l'oggi e pieno di insicurezze per il domani.

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