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(red.)
Il rimpallo delle colpe
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Sintesi di fatti e opinioni, a una settimana dall'uragano Katrina. The Economist, 5 settembre 2005 (f.b.)

Titolo originale: The blame game – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

L’evacuazione di New Orleans si sta avvicinando al completamento, martedì 5 settembre, sei giorni dopo la rottura degli argini della città bassa a causa dell’uragano Katrina. Uomini della Guardia Nazionale, truppe regolari e forze dei marshals federali – molte delle quali attivate la scorsa settimana dopo le critiche alla lentezza delle operazioni di soccorso – sono arrivate nelle zone più colpite e stanno conducendo ricerche casa per casa dei sopravvissuti. Alcuni residenti, comunque, insistono nel voler rimanere sulle loro proprietà.

Con la maggior parte dei sopravvissuti soccorsa, ora il punto centrale si sposta verso i morti a causa della tempesta e dell’alluvione conseguente. Il calcolo ufficiale nei tre stati più colpiti – Louisiana, Mississippi e Alabama – resta ancora ad alcune centinaia. Ma il bilancio finale potrebbe essere di parecchie migliaia. Molti corpi sono affondati nell’acqua, che ancora copre quattro quinti di New Orleans. Ad alcuni soccorritori è stato detto di contrassegnare i corpi sommersi con una boa, e proseguire nelle operazioni. Potrebbero passare molti mesi prima che le acque defluiscano, e anche un anno prima che la città sia pronta ad accogliere chi se ne è andato.

Forse 100.000 persone non hanno potuto o voluto lasciare New Orleans, una volta avvisate prima che Katrina colpisse. Decine di migliaia sono finite al rifugio ufficiale dello stadio Superdome, restandoci per giorni, e trasformandolo in un catino di caldo, puzzo e sofferenza. Non molto lontano, altre persone senza casa hanno trovato la strada del centro congressi, diventato rapidamente un secondo rifugio gigante. Entro il fine settimana, questi sfollati sono stati trasportati via in autobus. Circa 20 stati si sono offerti di ospitarli temporaneamente. Ma si sta già verificando tensione negli stati confinanti. In Texas, dove ora si trova la metà circa dei rifugiati da New Orleans, i funzionari dicono di aver difficoltà a reggere.

Se il mondo è rimasto addolorato dalle devastazioni di Katrina, è stato poi scioccato dalla crisi di legge e ordine che ne è seguita. I saccheggiatori giravano liberamente per le strade rubando cibo e acqua per la disperazione, ma anche computers, articoli sportivi o armi, per vantaggio personale. Si è parlato di rapine di auto e aggressioni, e ci sono stati aspri scontri fra alcune bande e i pochi proprietari di case e negozi rimasti. Alcuni hanno visto elementi razziali nella tensione sociale, dato che la maggior parte di chi è rimasto era povero, e nero.

Anche se New Orleans è stata allagata martedì della scorsa settimana, si è dovuti arrivare a venerdì perché i soccorsi entrassero a regime, con l’arrivo di migliaia di uomini della Guardia Nazionale. Kathleen Blanco, governatore della Louisiana, ha ricordato che essi “sanno sparare per uccidere”, ed entro il fine settimana si era ripristinato l’ordine nella maggior parte della città. Ma tutto il personale addetto ai soccorsi è sottoposto ad una enorme pressione, con molti che lavorano 24 ore su 24; il New York Times cita Edwin Compass, sovrintendente di polizia a New Orleans, che avrebbe dichiarato che almeno 200 dei suoi 1.500 agenti avevano rifiutato di lavorare il sabato.

Chi avrebbe dovuto pensarci?

Anche se Katrina era una tempesta potente, la quantità di caos e sofferenza che si lascia alle spalle è comunque sorprendente. L’America ha già avuto a che fare con uragani feroci, e la vulnerabilità di New Orleans era ben nota. Così ora molti puntano il dito sia alla risposta di breve periodo che al fallimento delle politiche di lungo termine.

Ray Nagin, sindaco di New Orleans, ha mostrato frustrazione crescente nel fine settimana, in particolare nei confronti del governo federale e delle sue conferenze stampa: “Stanno raccontando alla gente una fila di stronzate, divagano e la gente qui sta morendo ... Muovete le chiappe e facciamo qualcosa”. Un presidente George Bush teso ha criticato venerdì il lavoro dei soccorsi, definendolo “inaccettabile”, prima di prendere l’aereo verso la zona colpita a visitare i danni. Più tardi, ha ipotizzato che le amministrazioni locali avessero compiuto errori. Questo gli è valso la minaccia di un pugno sul naso da parte della senatrice della Louisiana Mary Landrieu.

Molte delle difficoltà immediate sono comprensibili. Come sottolinea Michael Chertoff, segretario per la sicurezza interna, ci sono stati due disastri. I venti dell’uragano hanno colpito le abitazioni sulla costa del Golfo del Messico, e poco dopo le piogge hanno rotto gli argini, creando così una situazione “dinamica” mentre le autorità reagivano solo al primo problema. Chiudere un buco largo cento metri in un argine con l’acqua che ci passa attraverso è una sfida enorme, per gli ingegneri.

Nondimeno, molti americani stanno dando la colpa all’uomo nel posto più alto. Bush avrebbe dovuto recarsi nella regione più in fretta, sostengono i critici (si prevede un secondo viaggio lunedì). Alcuni sostenitori di Bush sono preoccupati perché i problemi coi soccorsi potrebbero danneggiare il presidente in un momento in cui la sua popolarità è già bassa, per via dei problemi con l’Iraq: comunque un sondaggio del Washington Post/ABC, venerdì, ha rilevato che il paese è spaccato in due, col 46% a dire che Bush ha gestito bene la crisi, e il 47% che ha lavorato male.

Alcuni incolpano Bush sulla base del fatto che sono alcune delle sue decisioni di lungo periodo ad aver reso più difficile reagire al disastro. La guerra in Iraq, è stato notato, ha diminuito di un terzo la disponibilità di uomini della Guardia Nazionale in Louisiana, Mississippi e Alabama; molti di coloro che sono stanziati in Iraq sono addestrati agli interventi di emergenza. Altri accusano che la guerra ha ristretto il bilancio, causando un rinvio agli anni futuri dei progetti per migliorare gli argini: anche se non è chiaro, se questi progetti avrebbero potuto essere completati in tempo per fermare l’inondazione dopo Katrina.

Anche se molti degli errori possono essere attribuiti all’amministrazione Bush, il motivo principale per gli effetti devastanti di Katrina può essere anche cercato in decisioni precedenti, come quella di Jean Baptiste le Moyne de Bienville del 1718, di collocare la città in una posizione tanto precaria, o nei più recenti “miglioramenti” alla navigazione marittima dell’area che hanno danneggiato le zone umide della Louisiana sud-orientale. Per la gran parte del XX secolo il governo federale ha interferito col Mississippi, per la navigazione e – ironicamente – per prevenire le inondazioni. Per farlo ha distrutto ampie fasce di acquitrini costieri attorno a New Orleans: una cosa molto gradita ai costruttori di case, ma che ha sottratto alla città gran parte della protezione dalle alluvioni. Ora potrebbe aumentare il consenso per un piano multimiliardario di ripristino delle zone umide, anche se un progetto simile ha incontrato difficoltà in Florida.

Ed è preoccupante, che milioni di americani abbiano scelto di vivere in zone rischiose per questo tipo di calamità. Anche se il Congresso ha autorizzato immediatamente un pacchetto da 10,5 miliardi per la ricostruzione, Denny Hastert, portavoce della House of Representatives, ha espresso un dubbio sull’opportunità di spendere grosse quantità di denaro per località esposte come New Orleans (anche se poi ha ritirato quanto detto). Resta comunque da fare una domanda importante, al governo federale e a quelli locali, sugli errori che hanno portato alle distruzioni e al caos di Katrina. Si è dimostrato un’altra volta che le decisioni prese senza dovuta attenzione alle conseguenze si pagano, prima o poi.

Nota: il testo originale al sito dell’Economist; su Eddyburg numerosi altri contributi, a partire da uno studio scientifico diMark Fischetti e altri, soprattutto nella sezione Città e Territorio/Il Nostro Pianeta (f.b.)

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