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Fabrizio Bottini
Il reazionario spaziale che c'è in noi
6 Aprile 2012
Scritti ricevuti
Ad ogni società lo spazio che si merita: vuoi realizzato, vuoi idealizzato. I reazionari non hanno dubbi su come debba essere fatto: e i progressisti?

In questi giorni di primarie americane ci arrivano spesso in diretta le sparate “cattolico-naturaliste” dell’incredibile Nick Santorum, e a qualcuno è sicuramente saltato in mente di accostarle, nel merito, alle altrettanto intemerate uscite del nostro loquace Carlo Giovanardi. Del resto la panoplia di argomentazioni dell’internazionale reazionaria è un po’ come l’amato (da loro) sistema tolemaico, dove tutto gira attorno a un unico motore immobile, e quindi tematiche come la vita, la morte, i rapporti umani, tutto quanto affrontato a mascella tesa da questi buzzurri dell’anima si risolve anche lessicalmente sempre dalle stesse parti: ognuno al suo posto, senza tanto cianciare di diritti, bisogni, trasformazioni. Tutto fissato per omnia secula seculorum amen.

Il passaggio diretto da questi temi sociali e culturali a quelli territoriali di cui si occupa più specificamente questo sito, lo si è visto ad esempio nella recente e segnalata levata di scudi del Tea Party contro l’Agenda 21, considerata come vero e proprio complotto contro tutto ciò che attiene al buon senso comune e quindi al cosiddetto sogno americano, ingerenza internazionale indebita a condizionare subdolamente i rapporti dell’uomo con l’ambiente. L’argomentazione, sviluppata in modo tra l’altro quasi credibile da alcuni sedicenti studiosi, è che dietro il concetto non-americano (quindi già di per sé sospetto) della sostenibilità si nasconda un progetto satanico-dittatoriale per privare l’individuo di libertà irrinunciabili. Forse superfluo osservare come gira e rigira si scopre poi che le famose libertà irrinunciabili si riducono al diritto di inquinare fuori dalla proprietà individuale, eventualmente pagando, e di occupare tanto spazio quanto il proprio reddito riesce a comprarsi, facendone quello che si vuole.

Dalle nostre parti, certi pensieri non mancano certo di svolazzare nell’aria, e anzi di atterrare solidamente nelle culture e nei programmi politici. Solo, si rivestono di altra forma di obiettività, piuttosto facile da spacciare come senso comune. Quando non è così facile, ci pensa l’elaborazione di altri sedicenti studiosi, del genere specializzato a tradurre qualunque finta ovvietà in simil-percorso scientifico, meglio se con linguaggio ricco di neologismi. Tutto è già stato stabilito, si tratta solo di ribadirlo senza farsi troppe domande, ma dare sempre la medesima risposta: certo che si. Nascono così le opere pubbliche giustificate da altre opere pubbliche, o pezza per i guai provocati da errori precedenti, dietro cui già si intravedono i guai futuri, che richiederanno altre opere ancora … Tornando al linguaggio brutalmente chiaro del cugini reazionari d’oltreoceano, la cosiddetta sostenibilità mette a repentaglio alcuni diritti inalienabili: costruirsi ciò che si vuole dove si vuole, e farci arrivare tutte le infrastrutture possibili per il massimo comfort; consumare tutto ciò che si desidera e che ci si può permettere; intrattenere relazioni sociali e umane improntate a precisi rapporti gerarchici “naturali”.

Tradotto in spazio: villetta monofamiliare in proprietà, abitata da famiglia nucleare, meglio se con parecchi figli che sono dono di dio; varie auto in garage per scarrozzare la famigliona su e giù per le autostrade, verso tutto ciò che non si è potuto privatizzare nel cortile o dentro la villetta; svincoli, bretelle, strisce attrezzate multicorsia, entro cui collocare le suddette mete, dal centro commerciale, al complesso sportivo, al centro uffici, alla fabbrica, centro scolastico integrato ecc. Il tutto garantito da un modello di produzione e consumo energetico anch’esso ispirato al modello “dio me l’ha dato e io me lo piglio”, magari bombardando l’Iraq se serve, in fondo abitato da gente stravagante con un tovagliolo in testa. È nella villetta castello con siepe fossato, che chi produce reddito ha un potere quasi assoluto su chi non ne produce, i genitori sui figli, sulla loro mobilità, socialità, consumi di qualunque genere. Dentro a questa caricatura di ambiente naturale al cemento-petrolio, non penetrano le cosiddette fratture dello sviluppo, i nuovi diritti, bisogni, relazioni. Al massimo, c’è qualche effetto diretto o indiretto dei consumi: il figlio ciccione, la casalinga sexy, il manager dallo psicanalista ma solo dopo i quarant’anni.

E non si creda che il modello di mondo villettaro-autostradale-petrolifero sia una indebita semplificazione del sottoscritto. Certo, era già sostanzialmente raccontato così fra le righe di articoli e saggi d’area culturale, ma bisognava appunto dedurlo. Adesso, è diventato pari pari programma politico del Partito Repubblicano fatto proprio da un caucus regionale, in attesa del decollo definitivo verso le politiche nazionali. Con Santorum che vola nei sondaggi, pare solo questione di tempo. Un mondo ideale anche per la famiglia modello di stereotipi, autoritaria il giusto, del nostro Giovanardi e di chi lo guarda con simpatia. Fede e business, come nella prosperosa padania di CL tanto per fare un esempio.

Se tutto questo, grazie al linguaggio adamantino e brutale dei nostri reazionari, è piuttosto chiaro e inequivocabile, non si capisce invece se e dove voglia andare a parare l’idea progressista di città. O meglio, se ne esista una. Un tempo le elaborazioni cultural-spaziali, pur articolate e perfettibili, erano ovvie: prima risanamento e igiene, più tardi la città razionale e la città giardino. A unire idealmente i due modelli complementari, ad alta e bassa densità, l’idea di quartiere coordinato, non a caso teorizzato prima sul versante sociale che su quello spaziale. Adesso, pare che per la legge dei corsi e ricorsi la città progressista sia rispuntata nel centro storico, da cui era partita qualche generazione fa verso nuove frontiere. Perché, esplose prima le magagne del quartiere alveare, poi appunto l’insostenibilità della dispersione, si è cercato rifugio nel modello teorico della città che fu. Spazi tradizionali, ma è il caso di chiedersi: sono davvero adeguati alla vita moderna, come avrebbe detto Gustavo Giovannoni? Vita moderna non intesa terra terra, come diritto a scorazzare col Suv su e giù per qualche carruggio, ma proprio nel senso che sfugge ai Giovanardi e ai Santorum: una città di diritti e relazioni aperte.

Con tutti i loro difetti, le città ideali autentiche non sono mai nate dalla matita di qualche ingegnere svizzero in vena di elucubrazioni universali, ma da un’idea condivisa di società, magari filtrata e schematizzata da qualche disegno. Solo i modelli autoritari, per quanto travestiti da pacioccona accoglienza come la paradimatica ultratecnologica E.P.C.O.T. di Disney pretendono in buona misura di adattare il contenuto al contenitore. Lo stesso potrebbe accadere se si cascasse nell’equivoco di individuare appunto la città storica con quella ideale, convinti che l’errore sia stato quello di allontanarsene. Senza chiedersi, così en passant, quanto compatibili possano risultare, che so, il diritto alle pari opportunità con il tipo di erogazione dei servizi garantito da un centro storico (privo del complemento attuale di quanto sta parcheggiato nella dispersione), il diritto alla mobilità e comunque alla prossimità qualsivoglia, alla salute, all’igiene, alla cultura. E in senso allargato, magari anche alla sessualità, o al fine vita, tanto per citare qualche tema caro ai reazionari, che non salta subito all’occhio nel rapporti con lo spazio, ma prima o poi c’entra.

Ecco: domande, che di solito vengono prima delle risposte. Anche se non sembra il caso oggi.

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