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Franco Cordero
Il reality show del nuovo Re Sole
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
Uno dei più lucidi critici del regime berlusconiano analizza il cavalier B. nella fase declinante, su la Repubblica del 16 luglio 2004

Nell´iconografia tardomedievale una nave dei matti scioglie le vele al vento. Tale l´Italia berlusconiana. Basta dire i nudi fatti e viene fuori una versione italiana delle arringhe contro Filippo il Barbaro (Demostene, Atene 349-340 a.C.): l´aspetto originale sta nell´impasto d´ilare e macabro; cose da ridere se fosse una pantomima, ma è reality show dove un paese tira le cuoia. Nel salotto televisivo l´affarista conquistatore mugolava meraviglie cum figuris: imposte lievi, al diavolo l´austerità, opere pubbliche quali non sognavano i Faraoni, difendere i deboli, largo ai giovani; ciarle da fiera. Il destino baro vuole che 3 italiani su 10 le bevano: seguono 38 mesi d´inedia; aspettavano vacche grasse, le vedono fameliche, pell´e ossa. L´unico che s´arricchisca ancora, vertiginosamente, è lui, signore dell´illusione televisiva. Le urne lo puniscono. Due alleati su tre, usciti più o meno bene dalla prova, gli saltano addosso intavolando l´odiosa questione del debito pubblico. Venerdì 2 luglio presenta sul piatto la testa del Gran Visir d´economia virtuale; i soliti cantori intonano salmi: viva il nuovo corso aperto al pensiero collegiale. Domenica 4 riesplode l´egomania: prende lui il ministero vacante, un mostro a 5 teste; lo terrà fino a quando abbia riassestato i conti tagliando le imposte, due obiettivi assai poco compatibili. Nella nuova veste l´indomani vola a Parigi, annuncia che raschierà 7.5 miliardi, ottiene l´ovvio rinvio dell´early warning e torna vincitore, applaudito dai musicanti. Lunedì batte il pugno sul tavolo quando uno dei due alleati obliqui, mite democristiano in servizio permanente effettivo, ventila l´uscita dal governo: un ultimatum?; attento, così perde mezzo partito (id est, lui se lo compra). Ventiquattr´ore dopo appare remissivo: starà solo qualche giorno al ministero Moloch; ma l´ira traspare dalla minaccia d´andare alle urne sterminando i ribelli; e convoca un summit non stop da domenica sera, come nelle crudeli gare di ballo d´una volta, finché i meno resistenti cadano esanimi.

Giovedì 8 il governatore della Banca d´Italia nota quale suicidio sia ridurre le imposte gonfiando il debito pubblico, e lui non fiata. L´avvenimento interessante va in scena alla Camera. Bisognava discutere un ddl votato da Palazzo Madama sul conflitto d´interessi. Questione capitale. L´ammettono persino i finti ragionatori neutrali: è molto abnorme avere al governo, con poteri ignoti alla storia parlamentare, il padrone delle televisioni commerciali, egemone della Rai, arcieditore, banchiere, mercante, assicuratore, mani in pasta dovunque corrano soldi; classica situazione da óstracon, il coccio sul quale gli ateniesi scrivevano il nome della persona che fosse prudente escludere dalla contesa politica; l´unico antidoto sono le incompatibilità, ma il Centrosinistra al governo, traviato da cabale stupido-furbesche, non se n´è occupato. Questione insoluta, né era pensabile che la risolvesse lui, reinsediato una seconda volta dalle reti Mediaset: ha mascelle da caimano; e non è ragionevole aspettarsi una signorile astinenza dai caimani. Il ddl n. 1707D, infatti, modula l´idea sbalorditiva che il dominus d´un impero economico, quasi monopolista dei media, sia idoneo agl´incarichi governativi, purché non figuri negli organigrammi societari: quattro letture (28 febbraio e 4 luglio 2002, 22 luglio 2003, 10 marzo u.s.) apportano varianti cosmetiche; e arriva a Montecitorio l´8 luglio. La Cdl l´ha sempre votato militarmente. Stavolta coup de scène: è deserto il banco del governo; nemmeno un sottosegretario, tutti irreperibili; e trattandosi d´un disegno governativo, i regolamenti impongono il rinvio. Perché l´augusto interessato non vuole che diventi legge? Gliel´avevano cucito addosso, uno dei tanti doppiopetti. La risposta discende dall´art. 6: l´Antitrust sorveglia; accerta effetti distorsivi; applica pene pecuniarie; riferisce al Parlamento. Funzioni innocue se, qual è ora, non avesse un difetto. Lo dicono insensibile al vento d´Arcore: B. non se ne fida; e siccome il mandato scade tra sei mesi, la creatura resti nell´utero fino ad allora. L´art. 7 attribuisce analoghi poteri al garante delle comunicazioni. Qui Re Sole, anzi Lanterna (magica), corre minori rischi. Nel rapporto annuale, 9 luglio, il presidente diverte l´uditorio: Mediaset e Rai rastrellano l´86.5% della pubblicità; inutile dire chi sia il leone, ed era notorio che la soglia massima (30% rispetto al singolo operatore) fosse allegramente superata da sei anni; insomma, ventila ipotetiche sanzioni verso la fine del corrente mese; quali, non sappiamo, dall´innocuo biasimo in su; dipende dalle «precedenti istruttorie», al lume delle nove norme, essendo ormai in vigore la malfamata l. Gasparri, talmente fuori del quadro costituzionale da essere rinviata alle Camere, il cui secondo voto l´ha ritoccata pro forma. I vecchi oratori usavano dire «risum teneatis».

Domenica sera una cena chic apre il torneo a Palazzo Chigi. L´ormai insopportabile alleato democristiano chiede anche che il conflitto d´interessi sia presto risolto (rectius nascosto). L´anfitrione l´accoglie schiumando: sia meno ipocrita; sa benissimo perché gli elettori hanno risposto male; bisognava abrogare l´infausta l. 22 febbraio 2000 n. 28 che impone alle emittenti televisive una relativa par condicio nelle campagne elettorali; chi l´ha impedito?; lui; continui e subirà vendette Mediaset («le mie televisioni»). Invano quel mellifluo ciambellano venuto dalla più profonda seconda Repubblica, Talleyrand italiota, s´affanna a diluire l´effetto funesto. Nelle cronache del dialogo dietro le quinte («Corriere della Sera») l´epilogo è ancora più edificante. Non era una minaccia politica, spiega Sua Maestà, ridiventato affabile: sei milioni d´elettori democristiani guardano la tv, possibili clienti delle imprese che fanno pubblicità «sulle mie reti»; come può pensare che se li alieni? L´argomento interessa Antitrust e garante delle comunicazioni. Nell´uditorio del predetto rapporto sedeva l´ex-filosofo della scienza già fautore della ghigliottina Mani pulite, poi folgorato dal sole d´Arcore, furioso antigiustizialista, ora presidente del Senato, e in sorridente chiave dottorale rileva quanto poco influiscano gli schermi sulle scelte elettorali; col suo permesso, preferiamo l´analisi berlusconiana: ha influito la maledetta par condicio. Meno politico del macedone, l´odierno Filippo ha un punto debole nei fiotti verbali: governa l´Italia sull´ipotesi d´un virtuoso disinteresse negli affari Mediaset (ipotesi assurda, come se postulassimo Attila convertito in san Francesco: esistono limiti alle metamorfosi che Freud chiama Reaktionsbildungen); e davanti a testimoni afferma d´essere l´autentico imprenditore. Manca poco che salti il tavolo. Nella seconda seduta, lunedì 13, riazzanna Biancofiore: «gli spacco il partito»; «vuol distruggermi ma lo distruggo prima io». L´alleato infìdo post-Msi rifiuta inorridito il ministero dell´economia. Sua Maestà guarda torvo: troverà qualcuno; e medita stanziamenti monstre, se no «sarebbe una flebo al cadaverino» (riconosciamogli l´estro verbale), più i tagli Irpef senza i quali sarebbe infallibilmente sconfitto (diagnosi sua); non sa che anche i re taumaturghi soggiacciono al 2+2=4? Martedì 13 persiste lo stallo nel negoziato: diventa norma lo schernevole pastiche sul conflitto d´interessi; l´Istat segnala l´ennesimo scatto del debito pubblico. La nave dei folli imbarca acqua.

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