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Federico Rampini
Il ragazzo che lotta per salvare il lago perduto
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Anche in Cina l’ecologia può diventare un business: così spera qualche ambientalista militante. Da la Repubblica del 29 maggio 2005

Tre giorni di digiuno totale. È il prezzo che pago dopo aver seguito Zhang Yifei in una bettola di Yuanjiang a mangiare la specialità locale: sangue di maiale, una gelatina marrone che si scurisce dopo esser stata fritta in olio nero come il catrame. La visita alla cucina avrebbe dovuto dissuadermi. Onorato di esibirsi di fronte allo straniero lo chef si accanisce con mani lerce su zampe e teste di galline, interiora di animali di cui non chiedo la specie, pesci maleodoranti, mentre sotto i suoi piedi uno scolo aperto evacua i rifiuti alimentari insieme con quelli della vicina latrina. Avrei potuto spacciarmi per vegetariano però non volevo deludere Zhang Yifei. A 28 anni Zhang è una figura che non ti aspetti d´incontrare in questa regione depressa dello Hunan. Sbarca il lunario come giornalista precario e fotografo occasionale per dei quotidiani locali, ma la sua vera occupazione è militante ambientalista. È il rappresentante locale del Wwf - una novità resa possibile solo pochi anni fa, quando la Cina ha legalizzato certe organizzazioni non governative. La missione della sua vita, la ragione per cui mi accompagna attraverso le wetland (zone umide) dello Hunan, è salvare il Dongting. Il grande lago scomparso nel cuore della Cina.

Il Dongting occupa un posto importante nella storia cinese. Per millenni fu la più immensa distesa d´acqua del Paese. Più mare che lago, si allargava dal fiume Yangtze a nord al fiume Xiang a sud, sconfinava dallo Hunan fino alla regione dello Hubei. Antiche leggende sono ambientate qui, come la storia del poeta Qu Yuan del terzo secolo prima di Cristo, annegatosi suicida in una sera di maggio: da allora a maggio ogni anno i pescatori hanno attraversato il lago sulle barche con la testa di dragone, hanno gettato in acqua i zongzi (riso dolce bollito e avvolto in fagottini di foglie) perché i pesci restituissero il corpo del poeta. L´isola di Junshan in mezzo al lago è l´unica dove cresce il benefico tè "Aghi d´Argento", pregiata varietà le cui foglie non affondano ma restano sempre a galla nell´acqua bollente, una rarità riservata alla famiglia imperiale nella dinastia Qing. Qualcosa della magia passata rimane, quando al tramonto la grande palla rossa del sole si rispecchia nell´acqua immobile, le barche piatte dei pescatori tornano a casa, gli stormi di gru e aironi attraversano l´orizzonte rosa. Ma l´imponente Dongting di una volta non c´è più. È svanito da gran parte delle terre che occupava, si è ritirato sempre più indietro. Lo Earth Policy Institute lo ha messo nell´elenco dei grandi laghi in via di estinzione. Ancora 150 anni fa era largo 6.200 chilometri quadrati, negli anni Cinquanta si era ristretto a 4.350, oggi ne restano 2.700 ed è retrocesso al secondo posto fra i laghi cinesi. Ben più di metà del Dongting non esiste più. 3.500 chilometri quadrati d´acqua spariti: è come se fossero finiti nel nulla, evaporati, inariditi dieci laghi di Garda. È tutta terra rubata al Dongting dagli uomini, avidi di superficie coltivabile. La distruzione dei laghi si unisce con un altro flagello ambientale, la desertificazione della Cina: già il 28% del paese è sabbia e rocce sterili, e ogni anno i deserti avanzano implacabili rubando altri 10.000 km quadrati di territorio. Stretta in questa tenaglia, fra uomini e deserti che l´assediano, l´acqua lentamente abbandona un miliardo e trecento milioni di cinesi. Lo smog delle città è la più visibile, ma la prima grande calamità ambientale a stremare la Cina sarà la crisi idrica.

Dieci milioni di contadini vivono coltivando i campi fertili rubati al lago Dongting. Lo hanno cacciato indietro generazione dopo generazione, a furia di tante piccole dighe costruite con le loro braccia, terre umide emerse come i polder olandesi ricavati dal mare. Ma migliaia di chilometri di piccole dighe rudimentali, un labirinto artigianale di terriccio e sassi, sono un pericolo mortale. Il lago sconfitto e umiliato si vendica sugli uomini. La sua maestosa dimensione originale offriva un ampio sfogo alle ricorrenti piene dello Yangtze. Ora quando il fiume straripa dal suo letto la violenza spazza via le piccole dighe come fuscelli. Crudelmente, in un paese dove manca l´acqua, le inondazioni uccidono ancora. Negli anni Novanta quelle dello Yangtze si sono fatte più frequenti e devastanti. «Combatti un esercito con un altro esercito; combatti l´acqua con la terra» diceva l´antico proverbio cinese. Ma nel 1998 la disperazione lanciò l´armata nazionale in un´impossibile guerra contro le acque scatenate dello Yangtze. Quell´anno, mentre il fiume incontenibile travolgeva tutti gli argini, l´Esercito di Liberazione Popolare mandò allo sbaraglio due milioni di soldati, poliziotti e riservisti a combattere a mani nude contro le inondazioni, la più grande mobilitazione militare dalla seconda guerra mondiale. Almeno 4.000 morirono annegati.

L´esperimento degli ecologisti

Da Yuanjiang si arriva al polder di Xipanshanzhou, dove Zhang Yifei mi guida alla scoperta di un esperimento promosso e finanziato dal Wwf: restituire, un pezzetto alla volta, un po´ di terre rubate al lago Dongting. Questa zona di 110 ettari è stata scelta perché per tre volte consecutive in tempi recenti, dal 1996 al 1999, qui le dighe sono state travolte, le inondazioni hanno distrutto le case dei contadini, affogato le loro coltivazioni, annientato i loro miseri beni. «Le catastrofi - spiega Zhang - ci hanno aiutato ad aprire gli occhi ai contadini sull´insostenibilità di quell´errore ambientale che è stato l´assalto al lago Dongting». Con il benestare delle autorità Zhang Yifei e un pugno di ecologisti locali hanno convinto questi contadini a tornare alle origini. Abbandonare le case costruite nelle terre basse e ricostruirle in collina. Rinunciare a coltivare le zone umide, aprire le dighe per allagare i campi, riconvertirsi ad altri mestieri: allevamento di oche e anatre, pesca.

Piano piano a Xipanshanzhou il paesaggio cambia. Dove c´era terra tornano a vedersi specchi d´acqua. Certo non rinasce d´un colpo il paesaggio antico. Il vero Dongting è ancora lontano da qui. Al posto del lago magnifico bisogna accontentarsi di un mosaico di stagni, bacini e laghetti. Tutt´attorno è una landa desolata, con qualche "cattedrale nel deserto" che ricorda disastrosi piani di industrializzazione. Spiccano le ciminiere orrende di una cartiera abbandonata: costruita in omaggio al presidente Mao che nacque in questa regione, inefficiente e in perdita, fu chiusa licenziando gli operai pochi anni fa. Nessuna ricchezza creata, solo un deposito di rifiuti tossici in fondo al lago.

Anche l´acqua con cui vengono ri-inondate le terre basse viene dallo Yangtze ed è spesso inquinata, purificarla costerà altro tempo e denaro. Veleni nuovi e pericoli antichi si mescolano in queste zone palustri. Le acque sono infestate di invisibili vermi che penetrano la carne umana, a un forestiero possono spappolare il fegato in pochi mesi ma pescatori e contadini dicono di essere quasi immuni, in loro la malattia è endemica e raramente colpisce in forma mortale. Gruppi di pescatori dormono sotto tende di plastica piantate sulla nuda terra, una stufetta è il massimo comfort, l´acqua potabile va a comprarla in città l´unico che possiede una moto. Ogni tanto qualcuno va e viene in barca ma la loro vita scorre al rallentatore, per ore intere fumano e fissano il vuoto. «Il pesce lo vendiamo 2 yuan al chilo (20 centesimi di euro), è un´annata magra e ognuno di noi non guadagnerà più di 500 yuan al mese».

Questa è la Cina che ancora sembra India, con le stesse puzze, la mancanza di fogne e di igiene. Per tre giorni non incontro un occidentale. Nei negozi l´unica marca estera ad essere arrivata è la Coca Cola. Solo il capovillaggio di Xipanshanzhou, che è anche il capo del partito comunista, ha un privilegio che è segno di benessere: tre figli iscritti all´università. Le idee (e i soldi) del Wwf lo hanno convertito. In casa sua a fianco a un manifesto di Mao esibisce un cartellone pubblicitario con due parole che qui suonano incredibilmente esotiche: eco-turismo, agricoltura biologica. Zhang Yifei sogna questo miracolo. Resuscitare il lago scomparso e dare un futuro agli abitanti della zona trasformandola in un´oasi naturalista, attirando un turismo sofisticato, e consumatori in cerca di frutta e verdura non contaminate. Il capo villaggio esibisce con orgoglio un pozzo dei rifiuti attrezzato per produrre bio-gas, ci fa assaggiare arance coltivate senza concimi chimici né pesticidi (dice lui). Ci invita a pernottare nella sua villetta a due piani, inaugurando così il primo agriturismo della zona. Dopo una breve ispezione dei letti e del bagno la mia interprete, cinese di Pechino, oppone un rifiuto irremovibile. Zhang Yifei sospira rassegnato. È lunga la strada da fare per attirare qui gli eco-turisti, o per vendere le arance biologiche ai supermercati Carrefour di Shanghai, dove l´alta borghesia urbana ormai preferisce strapagare la frutta e verdura della Nuova Zelanda, per evitare i veleni dell´agricoltura cinese.

La battaglia più difficile

Zhang Yifei è un volontario in prima linea nella battaglia più difficile della Cina. Il destino del lago Dongting che lo appassiona non è un caso isolato. Nelle grandi pianure del nord è scomparso quasi del tutto un intero fiume con 300 affluenti, lo Hai. Il Fiume Giallo, la culla della civiltà cinese sulle cui rive le prime popolazioni di razza Han costruirono l´impero 4.000 anni fa, ormai per un terzo dell´anno è così secco che non arriva più fino al mare. La Cina ha dovuto creare un Ministero dell´Acqua, e il suo titolare Zhai Haohui descrive questa realtà: «Un terzo della popolazione rurale, cioè 360 milioni di persone, non hanno acqua potabile. Il 70% dei fiumi e dei laghi sono gravemente inquinati», comprese dosi massicce di arsenico. È al collasso la rete idrica delle metropoli sovrappopolate di Pechino e Shanghai, Canton e Chongqing, che negli ultimi vent´anni hanno assorbito la marea demografica di 200 milioni di immigrati dalle campagne.

La malattia dei laghi e dei fiumi è aggravata da decenni di disboscamenti - il legname consumato dal boom economico - che hanno reso la Cina sempre meno "umida". Dove si ritirano il verde e le acque si insedia un nuovo padrone: la sabbia. Senza le barriere delle foreste, le tempeste di sabbia arrivano direttamente a Pechino dal lontano deserto di Gobi. Cinque anni fa in una delle peggiori tempeste, a 160 km a nord di Pechino la valle di Fenging, il fiume Chaobai e la cittadina di Langtougou sono state sepolte dalle dune, costringendo l´allora premier Zhu Rongji a lanciare un allarme nazionale. Nella sua avanzata oggi il deserto è a 70 km dalla capitale, in una zona dove pochi secoli fa la famiglia imperiale aveva laghetti, parchi e riserve di caccia. Chi arriva a Pechino in aereo dall´Europa o dagli Stati Uniti sorvola per ore le distese aride, un oceano pietrificato grigio e giallo, montagne sterili e altipiani senza un filo d´erba. La lunga linea di confine del deserto che si estende dalla Manciuria fino al Xinjiang nell´Asia centrale, secondo i geologi si espande alla velocità di tre chilometri all´anno. Otto secoli dopo le orde mongole di Gengis Khan un nuovo flagello incombe dal nord.

Di fronte a questa emergenza le autorità reagiscono con il riflesso condizionato dell´epoca maoista: lanciano campagne di mobilitazione nazionale. La campagna contro la deforestazione. La campagna per il rimboschimento. La campagna contro gli sprechi d´acqua. Le scolaresche vengono mandate a piantare giovani arbusti attorno a Pechino perché ricrescano barriere naturali contro la sabbia. Dietro la retorica ufficiale è difficile misurare i risultati reali. Alcuni agronomi denunciano operazioni di rimboschimento fatte solo per le telecamere, e il 60% degli alberi muoiono poche settimane dopo. La collusione tra il potere politico e il nuovo capitalismo cinese vanifica le leggi contro l´inquinamento. I fiumi continuano ad essere avvelenati dalle fabbriche, e per fronteggiare la crisi idrica avanza un cantiere temerario: tre canali sud-nord che dovranno dirottare 44 miliardi di metri cubi d´acqua dallo Yangtze e dai suoi affluenti, il sacrificio dei fiumi per dissetare le metropoli. L´impatto ambientale è un incubo.

Lontano da Pechino e dai suoi progetti titanici, Zhang Yifei con la sua jeep che affonda nel fango continua a fare la spola tra i polder. Racconta le virtù del grande lago fuggito, invoca l´apertura delle dighe, educa i paesani dello Hunan ad allevare pesci senza antibiotici e mele senza prodotti chimici. Deve farlo perché un giorno, lui ne è certo, l´ecologia sar

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