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Il raddoppio della base USA a Vicenza, Italy
16 Gennaio 2007
Articoli del 2007
Due articoli de il manifesto del 16 gennaio 2006 sulla (contro la) base statunitense nel Veneto

E a Vicenza si prepara una settimana in piazza

Orsola Casagrande

Vicenza. E’ la settimana decisiva per il futuro del Dal Molin. Dal conclave della maggioranza a Caserta non è uscita una presa di posizione a favore o contro l’allargamento della base militare americana a Vicenza, ed è proprio questa vaghezza a preoccupare i cittadini che da mesi si mobilitano contro il progetto statunitense. Il timore è che si proceda con un colpo di mano, così come è stato per il Mose, il sistema di paratie mobili pensato per la laguna di Venezia, che dopo tanti tentennamenti è stato approvato dal governo dopo un vero e proprio blitz del ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro. Ed è ancora una volta Di Pietro a cercare di accelerare i tempi, buttando qua e là frasi e commenti che lasciano intendere che una decisione sia imminente se non già presa. Nei fatti la maggioranza è divisa sul Dal Molin così come lo era sul Mose e sul progetto della Tav in val Susa. In questo caso la spaccatura è quasi a metà. Una circostanza che rende evidentemente assai più complicate le cose. Anche perché l’ambasciatore statunitense Spogli l’ha detto senza mezzi termini: il governo italiano deve decidere e in tempi molto brevi. Anzi brevissimi, addirittura entro venerdì prossimo 19 gennaio.

Mentre il governo continua a lacerarsi e a discutere se dire sì o dire no agli americani, i cittadini di Vicenza non mollano e proseguono con le iniziative. Che questa settimana saranno quasi quotidiane. Si è cominciato domenica con il corteo fino alla fiera dell’oro di Vicenza. Un corteo molto partecipato anche se blindatissimo, visto che (almeno questa è stata la motivazione delle forze dell’ordine) il comitato per il sì al Dal Molin (costituito nei fatti da una parte dei lavoratori della caserma Ederle) aveva chiesto di poter fare un presidio proprio nel punto d’arrivo del corteo dei comitati per il no. Per evitare «contatti» la polizia ha così deciso una presenza massiccia. Questa sera invece alle 20.30 è prevista la fiaccolata che partirà da piazza Castello. L’idea dei comitati è quella di montare, davanti al Dal Molin, un tendone che diventerà un presidio permanente, così come hanno fatto i valsusini a Venaus. Giovedì mattina invece scenderanno in sciopero gli studenti medi. E anche se non ci sarà lo sciopero dei lavoratori, gli studenti diranno qualcosa anche in merito al lavoro, visto che l’ultima arma usata dal fronte del sì (e da Cisl e Uil) è quella dei 700 posti di lavoro che andrebbero persi se la Ederle dovesse essere trasferita in Germania. Gli americani infatti hanno detto che se non verrà approvato il loro progetto di allargamento al Dal Molin, sposteranno anche la caserma Ederle. Sui numeri dei dipendenti è iniziato un balletto che arriva fino a 1200. In realtà all’interno della Ederle lavorano poco più di 300 persone, alle quali si aggiungono gli esterni, arrivando così a circa 700. I cittadini contrari alla nuova base ricordano che in caso di dismissione di una base militare ci sono protezioni e garanzie ben definite per legge per i lavoratori che rimangono a casa.

Da Vicenza a Roma, dove invece infuria una polemica e uno scambio di battute, tutto interno alla maggioranza. Contro Di Pietro che ha definito «cani e gatti della coalizione» tutti quelli che sono contrari alla seconda base Usa a Vicenza, si scagliano le senatrici di Rifondazione comunista Tiziana Valpiana e Lidia Menapace che ricordano a Di Pietro che «come ha sottolineato il ministro degli esteri Massimo D’Alema, il 70% della popolazione locale non vuole la base». Tra l’altro l’Italia dei valori a Vicenza si è schierata pubblicamente con i comitati per il no al Dal Molin, aderendo e partecipando anche alla grande manifestazione contro la base del 2 dicembre scorso.

A Di Pietro risponde anche il senatore dei Verdi-Pdci, Mauro Bulgarelli che chiede di finirla con le «accuse di antiamericanismo a tutti coloro che si oppongono alla base. E’ infantile, oltre che scorretto». Intanto da parte dei Ds arriva il commento della deputata veneta Lalla Trupia che ribadisce che «stiamo lavorando perché il governo si pronunci per il no. L’antiamericanismo non c’entra nulla».

«Via crucis» a stelle e strisce

Matteo Bartocci

Romano Prodi ha 72 ore di tempo per sciogliere il nodo gordiano della base Usa di Vicenza. Il raddoppio delle caserme per la 173ma divisione dei marines (3mila soldati di prima linea da alloggiare a un chilometro dal centro della città palladiana) sarà sul tavolo del consiglio dei ministri di venerdì prossimo.

Washington non può attendere. Il progetto a stelle e strisce è il più consistente impegno finanziario americano in una base di oltremare. Il «National Defense Authorization Act», la finanziaria 2007 del Pentagono attualmente in discussione al Congresso (HR 5122), stanzia ben 223 milioni di dollari solo per l’esproprio e la costruzione della nuova base più altri 47 milioni per la costruzione e l’ampliamento di due nuove scuole (elementare e media) e 52 milioni di dollari per lo sviluppo del sistema sanitario «Tricare» che garantisce la salute ai soldati in servizio.

Gli appalti per la costruzione delle scuole, precisa il budget della Difesa, devono essere siglati entro gennaio in modo da iniziare i lavori entro marzo e completarli entro l’agosto del 2009. Si tratta di quasi trecento milioni di dollari che fanno gola a molti imprenditori della zona ma che rischiano di compromettere i rapporti già delicati tra Roma e i «neocon» di Washington.

La decisione sulla mega-base Usa in effetti è solo la prima stazione di una via crucis sulla politica estera che rischia di far impallidire il braccio di ferro in atto su liberalizzazioni e previdenza. Entro il 31 gennaio, cioè nel consiglio dei ministri del 26, il governo infatti dovrà sciogliere le sue riserve anche sul finanziamento delle missioni militari all’estero tra cui quella in Afghanistan. Le due questioni, assai complesse, appaiono più intrecciate di quanto si creda. Incurante delle divisioni locali (a Vicenza, per dire, solo i Ds hanno 4 posizioni diverse sulla base Dal Molin) a Roma i partiti si schierano in formazione perfetta.

Al centro Radicali, Udeur, Italia dei Valori e il ministro degli Interni Giuliano Amato si spendono nettamente per il sì alla concessione della base. A sinistra Verdi, Pdci, Prc (in sintonia con la stragrande maggioranza della popolazione) si battono da mesi contro un progetto politicamente strategico per la guerra internazionale al terrorismo (la base di Vicenza già oggi è una retrovia per i marines impegnati in Iraq e in futuro sarà il fulcro operativo del «fronte Sud» per gli Stati uniti) e nefasto dal punto di vista ambientale e sociale.

Il governo una patata così bollente non la vorrebbe, anche perché il viaggo a Washington di Prodi è ancora di là da venire. Non a caso, Piero Fassino si schiera apertamente per il referendum consultivo. Una strada che possa dimostrare agli Usa al di là di ogni ragionevole dubbio che i cittadini italiani quel progetto proprio non lo digeriscono e un modo per prendere tempo e dare al governo una forte leva «democratica» su cui motivare un eventuale altro dissenso (dopo l’Iraq, Abu Omar, Calipari e la Somalia) che disturba non poco gli americani e i loro corifei.

Dal ministero della Difesa ricordano lo «storico» ritiro Usa dalla Maddalena e dicono che per ora sono da escludere solo le ipotesi alternative in altre città come Rovigo: la decisione finale su Vicenza sarà un sì (magari condizionato) oppure un no. Non è un mistero che anche il ministro Arturo Parisi tifi per il referendum.

«Il dossier preparato da D’Alema e Parisi è sul tavolo del presidente del consiglio», precisano da palazzo Chigi, piuttosto infastiditi per la canea scatenata tra gli altri dal recidivo Antonio Di Pietro. Gli uomini del Professore non rincorrono il Cavaliere nelle sue polemiche: «Siamo filoitaliani, se ci sono dissensi con gli Usa si esprimono con serietà e a tempo debito, da parte italiana non c’è nessun antiamericanismo». Anche D’Alema, che da giorni inanella una dopo l’altra dichiarazioni critiche con il governo Bush in sintonia con l’opposizione democratica al Congresso, parla di «dissenso circoscritto» con gli Usa.

La questione però si complica ancora di più sull’Afghanistan. Il decreto stavolta sarà annuale e non più semestrale e i dissensi di luglio non sono certamente ricomposti. Secondo la Difesa in Afghanistan non aumenterà né «il numero di soldati né il loro armamento». Da palazzo Baracchini chiedono «più tranquillità» alla maggioranza, nella consapevolezza comune a tutto il governo che «la soluzione militare da sola è insufficiente». Di ritiro però non se ne parla: «E’ una missione internazionale perfettamente multilaterale».

Entro il 2007 anzi l’Italia dovrebbe assumere perfino il comando della missione Isaf a Kabul, che dal 4 febbraio prossimo passerà dalla Gran Bretagna agli Stati uniti.

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