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Dave Kimi; McKibben Yoshino
Il parco dal potente sortilegio
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Mezzo secolo fa apriva Disneyland, "citta ideale" e/o incubo della post modernità. Los Angeles Times, 17 luglio 2005 (f.b.)

Titolo originale: A Park With a Powerful Spell – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Per costruire il suo parco a tema da sogno ad Anaheim, mezzo secolo fa, Walt Disney liquidò la sua assicurazione per la vita, e trasformò in contanti qualche immobile, compresa la casa vacanze a Palm Springs, per pagare il conto di 17 milioni di dollari ai costruttori.

Quando aprì i battenti il 17 luglio 1955 il parco tematico di Anaheim – con irritabili californiani del sud ad agitare ventagli in una giornata rovente – i gabinetti perdevano, le scorte di cibo finirono in fretta, e i tacchi delle signore affondavano nell’asfalto fresco. Alla Disney la chiamano ancora Black Sunday.

Ma sin dall’inizio, non si poteva non cogliere l’infatuazione del mondo per Disneyland, rito di passaggi per milioni di famiglie in vacanza. Nei cinquant’anni da quando Walt Disney sbancò quell’aranceto, il parco ha lasciato un’impronta enorme sulla cultura americana, influenzando l’idea di tempo libero familiare, i centri commerciali, l’immagine delle imprese e molto altro.

”Non c’è niente che si possa paragonare” dice Jamie O’Boyle, analista del Center for Cultural Studies and Analysis di Filadelfia. “È una calamita culturale per la gente ... Walt non ha costruito un parco divertimenti. Ha costruito la prima realtà virtuale”.

Altri sono meno lusinghieri, e sostengono che il parco è troppo artificiale, controllato, idealizzato. Lo scrittore italiano Umberto Eco suggerisce che Disneyland sia “la Finzione Assoluta”. Dopo aver affrontato le fauci aperte degli alligatori nella Jungle Cruise di Disneyland, Eco è rimasto perplesso perché nessuno prendeva il vapore a ruota del Mississippi.

”Si rischia la nostalgia di casa per Disneyland, dove gli animali selvatici non devono essere domati”, ha scritto Eco nel suo saggio “ La Città dei Robot”, del 1975.

Davvero nessuno ha padroneggiato – guadagnandoci – la fantasia e l’illusione quanto la Walt Disney Co., una potenza dell’intrattenimento da 30 miliardi di dollari, che ha trasformato le attrazioni dei parchi tematici in film da grandi incassi o una mazza da hockey in un sistema economico-sportivo.

Il parco originale di Anaheim, da solo, attira più di 13 milioni di turisti l’anno, e l’anno scorso vi sono stati spesi oltre 1,9 miliardi di dollari. I fans hanno comprato più di 78,6 milioni di paia di orecchie da Topolino: abbastanza per ornare la testa di tutti i bambini d’America.

Disney costruì il suo sogno in meno di un anno, trasformando 65 ettari di aranceto e noccioli nel Castello della Bella Addormentata, un fiume nella jungla e un razzo per portare la gente sulla Luna.

Un abitante che se ne fosse andato da Anaheim nella primavera del 1954, tornando un anno dopo “avrebbe sperimentato una delle più incredibili trasformazioni della sua vita”, ricorda l’ex presidente della locale Camera di Commercio, Earnest W. Moeller, in una memoria storica del 1980 per gli archivi della biblioteca.

”Non restava nessuna traccia del paesaggio precedente, completamente cancellato … Ed entrando dal cancello, camminando nel parco nascosto da un terrapieno, sarebbe rimasto sconvolto nello scoprire che qui era nato il parco divertimenti più all’avanguardia del mondo”.

L’opera era anche più notevole, dato che l’industria dei parchi era in difficoltà. Anche i più grandi, come Coney Island, per la maggior parte si rivolgevano ai giovani, per rubare un bacio sulla grande ruota panoramica.

”Erano, nell’opinione di Walt, posti decadenti con gente spaventosa” ricorda O’Boyle.

Disney trasformò il parco divertimenti in “parco tematico”, un gradino più in alto per l’intrattenimento familiare.

”Disneyland seppe catturare l’immaginario collettivo, rivoluzionando realmente l’industria dell’intrattenimento in tutto il mondo”, dice Phil Hettema, ex vicepresidente anziano del settore attrazioni alla Universal Studios.

”Aggiunse uno strato di storia, esperienza, sopra e oltre dei bei padiglioni ben progettati, o le giostre dalle luci scintillanti ... Se si voleva essere un uomo dello spazio, o andare sull’isola di Tom Sawyer, diventare un abitante della frontiera o sognare una battaglia coi pirati, si poteva farlo: tutto in un giorno”.

Disney non era il primo a tentarlo. A pochi chilometri di distanza, la Knott’s Berry Farm al Buena Park portava la gente nel Vecchio West. Ma il parco di Disney era più grandioso, tecnicamente avanzato, con un approccio di mercato senza precedenti, che usava uno spettacolo televisivo per condurre la gente dietro le scene della costruzione di Disneyland.

Disney trasse profitto dall’atmosfera felice degli anni ‘50. Trasse profitto dalla ricchezza del dopoguerra, dal baby boom, dalla creazione del sistema autostradale interstatale che metteva Disneyland alla portata del resto del paese.

Da allora, altri hanno seguito la stessa strada: Sea World, gli Universal Studios, anche Las Vegas, che ha adottato alberghi tematici e attirato le famiglie con montagne russe e maghi. Ma nessuno è riuscito a replicare Disneyland, che fissò il gold standard per il settore. Quasi 500 milioni di persone sono passate attraverso quei cancelli, rendendolo il più popolare parco divertimenti del mondo.

A partire dall’inaugurazione, esperti e gente comune hanno tentato nello stesso modo di analizzarne il senso e il successo. Disneyland ha ispirato centinaia di libri, articoli su oscure riviste accademiche, corsi universitari dove se ne dissezionano le mistiche e valutano gli impatti.

Il museo moderno, ad esempio, riflette l’esperienza di Disneyland utilizzando una particolare illuminazione o mostre a full-immersion. Nelle banche e aeroporti, la gente aspetta in file “ switch-back” sperimentate per la prima volta da Disney. Ed è stato Disneyland a introdurre il termine “ospite” nel lessico del servizio al cliente.

Disneyland ha influenzato anche la Madison Avenue, impartendo lezioni sulle sinergie di impresa, i marchi, le promozioni incrociate. Think Happy Meals, Kodak Moments, Il Re Leone a Broadway.

Margaret King, studiosa di Disney che ha scritto l’introduzione per i parchi a tema nella Guide to United States Popular Culture, dice che tutto fa parte dello “Effetto Disney”.

“È una cosa enorme. Disney ha permeato di sé la nostra cultura. È quasi più facile cercare qualcosa che non sia stato influenzato”.

La Main Street di Disneyland ha ispirato le città per inserire innovazioni in centro, attraverso immagini del borgo tradizionale. Ha contribuito alla progettazione dei centri commerciali moderni, connettendo i negozi in modo tale che si possa passare da uno all’altro senza uscire all’esterno. E scimmiottando Disneyland, i malls di oggi si evolvono verso complessi per l’intrattenimento con cinema, ristoranti, e in alcuni casi anche attrazioni da parco divertimenti.

Architetti e urbanisti riconoscono il ruolo di Disneyland con continui commenti su riviste e nei convegni di settore. Il parco è stato definito “Utopia simbolica americana”.

Disneyland fu pianificato sin nei più minuti dettagli pratici. Ci sono alte recinzioni a isolare i frequentatori dal mondo esterno. Altoparlanti nascosti diffondono piacevoli musiche in ogni angolo. Negozi di dolciumi e pasticcerie soffiano deliberatamente profumi di vaniglia e cardamomo sulla Main Street.

”Quello che si costruisce è un “Realismo Disneyano”, specie di natura utopistica, dove si programma accuratamente l’esclusione di tutti gli elementi negativi e indesiderati, e l’inclusione dei positivi” scrive nel 1975 in un manuale d’impresa l’artista e designer John Hench.

”Creiamo un mondo dove sia possibile rifugiarsi ... e godere alcuni brevi momenti .. un mondo fatto come vorremmo che fosse”.

È tanto, intenso, lo sforzo di Disneyland per perpetuare la propria immagine da Pollyanna, che i responsabili hanno ritardato di 90 minuti l’intervento della polizia di Anaheim in una sala convegni Disney, quando la vigilia di Natale del 1998 un pezzo di metallo staccatosi dal ponte del veliero Columbia colpì fatalmente un turista. La polizia fu ammessa solo dopo che alcuni addetti avevano ripulito il sangue e portato via tutte le prove.

Nell’alimentare la propria reputazione, Disneyland ha da lungo tempo imposto il proprio senso morale e convenzioni sociali. Orientato in modo conservatore. L’alcol si serve all’interno dell’esclusivo Club 33, riservato ai soli soci. I dipendenti, chiamati cast members, devono portare targhette col nome proprio, e sono indottrinati sul “ Disney Look”, descritto come “pulito, naturale, leggero e professionale, [che] evita le tendenze “all’eccesso” e gli stili estremi”. Una guida di 18 pagine proibisce di aggrottare la fronte, masticare gomme, stare scomposti e chiacchierare troppo al cellulare.

Fino al 1998 erano proibiti pure i baffi, anche se Walt ne ostentava un bel paio curato. E ci sono anche regole sulle calze (consistenti, senza marchi), le mutande (bisogna portarle), le unghie (non vanno dipinte di colori brillanti, come rosa o corallo).

Nel 2003, sono stati autorizzati gli orecchini col buco, purché non più grandi di una monetina. Il doppio piercing resta vietato.

Il cambiamento dei gusti e degli orientamenti collettivi non si riflette solo sui dipendenti, ma anche sulle attrazioni.

Il parco aprì nel 1955 con diciotto divrese attrazioni a pagamento. Molte esistono ancora, come Autopia, Mad Tea Party, Jungle Cruise o Mr. Toad’s Wild Ride.

Ma per restare all’avanguardia il parco si è costantemente evoluto.

Sono arrivati e scomparsi Michael Jackson e Captain EO, e nello stesso modo è diventata obsoleta la Casa del Futuro, o il Razzo per la Luna. I Pirati dei Caraibi anno dovuto sottostare al political correct, coi pirati a caccia di ragazze che inseguono ora giovani cameriere che portano vassoi carichi di vivande, golosi anziché concupiscenti. I capitani della Jungle Cruise sono stati obbligati nel 2001 ad appendere al chiodo la fondina, solo per tornare alle armi da fuoco quest’anno, in un impeto di nostalgia.

Le ultime attrazioni sono decisamente ad alta tecnologia: Buzz Lightyear Astro Blasters, una struttura ispirata a “ Toy Story” rivolta alla generazione di internet. Unisce un percorso e un videogioco tiro a segno, consentendo anche di giocare da casa, online. Alla fine del percorso, si possono mandare via e-mail delle foto agli amici.

Alcuni critici sostengono che questo “Realismo Disney” altro non è se non “Disneyficazione”: una verniciatura che da’ a tutto un aspetto più superficialmente positivo, a spese della storia o della realtà. Negli anni ’50 una delle poche presenze di neri era Zia Jemima che salutava i clienti della Pancake House. Attrazioni come “Grandi Momenti con Mr. Lincoln” chiosano su argomenti come la schiavitù; dentro a It's a Small World, i bambini cinesi sono rappresentati con addosso i cappellini da coolie.

Di conseguenza, la protesta politica trova in Disneyland un palcoscenico perfetto, con quello sfondo da Utopia che tanto contrasta con problemi come la discriminazione sociale o la guerra.

Fra gli incidenti memorabili: l’invasione nel 1970 da parte di 300 Yippies (membri dello Youth International Party fondato da Abbie Hoffman e Jerry Rubin). I contestatori dai lunghi capelli sciamarono sulla isola di Tom Sawyer Island, issando la bandiera Viet Cong. Ci furono diciotto arresti, la maggior parte per danneggiamento degli ingressi o disturbo della quiete pubblica.

”Ci limitammo ad andare un po’ in giro, a salire sulle attrazioni, eccitarci e fare casino” dice il contestatore Mike Jones, che ora ha 60 anni e vive in Idaho. “In qualche modo si rompevano le convenzioni sociali. Fu una grande protesta, un bel teatro di strada, ed era divertente scuotere un po’ l’ establishment della Disney”.

La Disney era accusata di sostenere idee conservatrici, ma è arrivata a tollerare e anche a sostenere alcune trasformazioni sociali.

Negli anni ‘90, ai parchi Disney furono celebrate con la tacita approvazione della compagnia le “Giornate Gay”, attirando migliaia di omosessuali e il boicottaggio della chiesa Southern Baptists e della conservatrice American Family Association.

Entrambi i gruppi hanno sospeso la protesta quest’anno.

Nonostante tutto questo bailamme la popolarità di Disneyland ha continuato a crescere, ben oltre i confini di Middle America.

Ha attirato leaders mondiali, campioni olimpici, astronauti, stelle del cinema.

Nel caso dell’imperatore giapponese Hirohito, la visita del 1975 a Disneyland e la foto di fianco a Topolino – trasmessa dal vivo in Giappone – ha aiutato a ricostruire la sua immagine, da personaggio militare a anziano nonno, rafforzando l’infatuazione giapponese per tutto ciò che è Disney.

Anche il premier sovietico Nikita Khrushchev strepitò per visitare Disneyland nel 1959: e fece il diavolo a quattro quando gli fu impedito l’ingresso da funzionari governativi per motivi di sicurezza.

”Mi hanno appena detto che non posso andare a Disneyland” disse Khrushchev durante un discorso tenuto a Los Angeles. “Chiedo: perché no? Avete basi missilistiche là dentro? C’è un’epidemia di colera? C’è una banda di gangsters che si è impossessata del parco?”

Il suo scatto mette in luce l’importanza di Disneyland nella cultura americana, il suo esserne la quintessenza. La squadra Disney per il marketing ha ben sfruttato questo aspetto, e andando anche oltre ha suggerito – in una campagna pubblicitaria del 1987 – che un giorno a Disneyland fosse la ricompensa più giusta per un record sportivo.

Il quarterback dei New York Giants, Phil Simms, dopo aver portato la sua squadra alla vittoria nella ventunesima edizione del Super Bowl, lanciava un trionfante (e memorabile) grido: “Ora me ne vado a Disneyland!”.

Divenne parte del vocabolario nazionale.

”È il modo di questa generazione, di cogliere un grande risultato in una frase” disse il consulente di marketing sportivo David Carter. “Si è riusciti in qualche modo a collegare sogni ed eroi [a Disneyland]”.

Ma lungo tutti i 50 anni, la missione essenziale di Disneyland è rimasta identica.

Per Troy e Maricel Doerschel, ha offerto una via d’uscita – un po’ di conforto – nei giorni dopo l’11 settembre 2001, quando tutti i voli erano bloccati e si trovarono spiaggiati in vacanza a Disneyland, a 2000 chilometri da casa.

Sognavano di tornare a Seattle, ma Disneyland si rivelò un posto quasi altrettanto buono.

”In un modo un po’ triste, ero felice di essere a Disneyland”, dice Troy Doerschel, trentaquattrenne direttore di un ufficio. “Quando vedi gli ingressi, i fiori – i fiorni a forma di Topolino – senti come se stessi per sollevarti da terra e iniziare a volare”.

Nota: al sito del Los Angeles Times, il testo originale, una galleria di immagini e una cronologia dettagliata di Disneyland (f.b.)

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