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Armando Stella
Il palazzo che non vede la luce «Prigionieri del Pirellone bis»
12 Settembre 2010
Milano
La sedicente metropoli dei grandi affari e delle archistar pasticcione, dove si combinano guai, di solito meschini. Corriere della Sera ed. Milano, 12 settembre 2010 (f.b.)

«Non potrò neppure aprire la finestra, che vita sarà questa?». Il Pirellone bis stringe il condominio su tre lati, è una gabbia di specchi, la luce arriva solo di riflesso, il tempo è scaduto e stare alla finestra non serve. Anzi, è peggio: dal 15 ottobre inizieranno i traslochi e si riempiranno gli uffici. Gli inquilini di via Bellani 3 sono stati circondati, hanno dettato le condizioni per la resa, ma non hanno spuntato un accordo: dovranno convivere col nuovo Palazzo Lombardia, inscatolati dal cemento. La Regione avrebbe preferito un divorzio consensuale, il progetto era di acquistare e demolire, non compra più: aveva offerto 4.500 euro al metro quadro ma gli abitanti ne chiedevano almeno il doppio, il costo del mattone più il disturbo e la buona uscita. La trattativa, ora, è chiusa. Non si sono intesi, e non sfugga il paradosso: don Ettore Bellani, l’uomo della targa sul muro, educava i sordomuti.

Il gigante e la casina. Qui vivono quattordici famiglie, due appartamenti sono sfitti, il terrazzo è ben curato, colpisce il verde. In questi giorni è stata attivata la nuova antenna per la televisione satellitare, regalo della Regione: «Il grattacielo oscurava il segnale— raccontano gli abitanti —. Ma se pensano di rabbonirci così, si sbagliano». I rapporti sono tesi dall’inizio, tre anni fa, da quando la Regione inizia a tirare su la sede direzionale in zona Garibaldi: «La nostra casa è stata costruita nel 1936, non ieri. C’è gente che vive qui da decenni. Eppure, un giorno arrivano, cancellano il Bosco di Gioia e dicono che siamo di troppo».

Si parte da lì. Il Pirellone vuole comprare a «prezzi di mercato» e col «consenso unanime» dei residenti: li trova resistenti. In alternativa, ipotizza una «permuta con altre unità immobiliari di pari superficie utile, di pari valore e nello stesso ambito territoriale tra Garibaldi e Repubblica». Insomma: insiste. Anche perché nell’angolo occupato dalla palazzina dovrebbe piantare alberi e posizionare «una cella a idrogeno e servizi connessi». L’assemblea di via Bellani 3, invece, non cede alla prima, rifiuta la seconda e ignora la terza offerta: «A queste condizioni, non ne vale la pena».

Antonio Rognoni è direttore generale di Infrastrutture Lombarde spa, la holding regionale che ha costruito Palazzo Lombardia e seguito il caso Bellani: «Il piano d’acquisto è basato su una stima dell’Agenzia del territorio e ai prezzi del 2008, i più alti. Oltre non si va: gestiamo denaro pubblico, non possiamo accettare atteggiamenti speculativi».

Per altro, non c’è più tempo. Il 15 ottobre, per primi, si trasferiranno da via Pola al nuovo grattacielo i dipendenti della direzione regionale Sanità: tutti i traslochi dagli uffici periferici, secondo il programma di Infrastrutture Lombarde, dovranno essere conclusi il 30 gennaio 2011. «Se non succede nulla — annunciano gli abitanti di via Bellani— torneremo alla carica». Rognoni esclude ripensamenti: «Li abbiamo trattati con i guanti, hanno scelto loro di restare lì».

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