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Il Paese dei coccodrilli
17 Febbraio 2010
Articoli del 2010
Quattro articoli del manifesto (17 febbraio 2010) dedicati a uno dei tanti eventi dell’Italia di oggi: il Belpaese che ha perso la scommessa con la modernità vera, quella delle regole.

Cinzia Gubbini, I soldi sprecati per l'Italia che frana

Antonello Mangano, Gli svincoli per il Ponte? Nel paese venuto giù

Giorgio Salvetti intervista Domenico Patané, «Ci vuole un piano di lungo termine per risanare un territorio violato»

Vibo Valentia: La frana sgombera Maierato



I soldi sprecati per l'Italia che frana

di Cinzia Gubbini

Negli ultimi cinquanta anni in Italia sono stati spesi miliardi per «interventi di urgenza» sul dissesto idrogeologico. Ma il rischio non è diminuito. Anzi. È aumentato

Risorse sprecate. Soldi spesi male. Tanti soldi. Il tutto sulla scorta di un concetto che non semina solo tangenti ma anche mala gestione: l'emergenza. E' questa la storia del rischio idrogeologico in Italia, e delle sue vittime (in media 7 morti al mese negli ultimi cinquanta anni). Che l'Italia sai un paese fragile, malato di frane, con il 68,6% dei Comuni che ricade in aree classificate «ad alto rischio» dal ministero dell'Ambiente lo sanno anche i muri. Il 2 febbraio il parlamento ha approvato quasi all'unanimità una mozione che impegna il governo a predisporre piani di intervento. Ieri uno degli enti che vigila sulla tutela ambientale, l'Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, ha presentato un piano pluriennale che consentirebbe il consolidamento dei suoli, la regolazione delle acque, la manutenzione di tutti i canali: azioni necessarie per ridurre il rischio idraulico del paese. L'Anbi ha fatto i conti, elencando anche quali sarebbero i cantieri da aprire in ciascuna regione. Un intervento di questo tipo costerebbe poco più di 4 miliardi di euro. Tanti? Dal '94 al 2004 - ultimi dati disponibili - lo Stato ha speso 21 miliardi di euro per tamponare i danni delle catastrofi idrogeologiche verificatesi in quel decennio.

Secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente, per mettere in sicurezza il territorio italiano servirebbero 44 miliardi. Sarebbe il nord a «succhiare» più risorse: nel settentrione ne servono infatti 27, al sud 13 e per il recupero delle coste 3. Troppi soldi? non abbiamo risorse sufficienti? Il ministro dell'economia Tremonti tiene stretti i cordoni della borsa? Non è così. I soldi si tagliano agli enti territoriali, mancano quelli destinati alla pianificazione, ma poi si buttano dalla finestra quando scoppiano le emergenze: dal '56 al 2000 - secondo un Dossier di Legambiente sul dopo Sarno - si sono spesi 48,2 miliardi. «Analizzando i costi - scrive l'associazione ambientalista - è evidente come all'aumentare delle spese in interventi ordinari per l'assetto idraulico vi è una contemporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni». Che significa? Che gli interventi spesso vengono fatti male «un vecchio modo di agire che ha privilegiato gli interessi economici, sacrificando ad essi la tutela ecologica e la sicurezza idraulica». Una mala gestione che continua. Dopo la cosiddetta legge Sarno del '98, sono stati finanziati (i dati risalgono al 2007) 2.270 interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico. Il tutto è costato 1,7 miliardi di euro. Ma si è trattato perlopiù di interventi strutturali, che spesso e volentieri servono a ricostruire nei territori devastati da qualche frana, qualche alluvione e qualche smottamento. Del tutto - o quasi - assente, invece, la politica di prevenzione. Finisce così che o sull'onda dell'emergenza, o in base a conflitti di competenze, o per privilegiare interventi di cementificazione invece di abbracciare una politica del territorio volta a difendere la naturalità dei corsi dei fiumi e dei torrenti, si mettono in piedi delle opere dannose e costose. Gli esempi non mancano. In Piemonte ci sono delle «chicche». Una riguarda la Val Pellice: a Luserna San Giovanni qualche anno fa si accorsero di aver fatto male nel 2000 una scogliera (mancavano le fondamenta) e per questo l'intervento fu rifatto da capo bruciando un milione e mezzo di euro. Nel 2006 il torrente Maira, affluente sinistro del fiume Po, è stato invece canalizzato: con le cosiddette «gabbionate» e «prismate» (in una parola: cemento) sono stati sostituiti gli argini naturali. L'opera è stata messa in campo per l'emergenza esondazione. Ma il Maira non è a rischio esondazione, ha denunciato all'epoca Legambiente, secondo cui anzi l'intervento ha «ucciso» un ecosistema il cui valore è difficilmente stimabile. La cementificazione, invece, un costo ce l'ha, elevatissimo: 5 milioni di euro solo il primo stralcio. Soldi stanziati dal governo con un decreto d'emergenza e versati attraverso l'intervento della Protezione civile «La Protezione civile va benissimo quando si tratta di intervenire sull'emergenza, per salvare persone e cose o per prevenire nel momento di allerta - osserva Vanda Bonardo presidente di Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta - Ma da sempre sosteniamo che non può e non deve occuparsi di politiche di intervento del territorio. Lì serve una pianificazione e per farla ci sono gli enti preposti, come le autorità di bacino».

GRANDI OPERE I cantieri a Giampilieri

Gli svincoli per il Ponte? Nel paese venuto giù

di Antonello Mangano

Proviamo a dirlo in romanesco: si sono allargati». Piero Ciucci commenta così il lungo elenco delle opere compensative presentato dal comune di Messina, molte di più rispetto alla previsione iniziale. Altro che messa in sicurezza del territorio. Nel frattempo, la vicenda di San Fratello - paese sui Nebrodi evacuato in fretta per un movimento franoso lungo un chilometro - ha riproposto l'urgenza del riassetto idrogeologico. La lunghissima lista dei lavori previsti per la città dello Stretto - perlopiù inutili - aggraverà il dissesto, non solo nella zona nord, in cui è previsto il cantiere principale, ma anche nel cuore della città con le opere ferroviarie e persino nella parte meridionale - quella che ancora piange i 37 morti dell'alluvione - dove è prevista la realizzazione di due nuovi svincoli autostradali.

L'annuncio arriva direttamente dall'amministratore delegato della «Stretto di Messina», durante il convegno «Il progetto - L'organizzazione - I lavori». Ma il progetto del Ponte è ancora quello provvisorio, invece l'unica certezza sono le opere collaterali, che inizieranno a breve. L'apertura al traffico è stata annunciata per il primo gennaio 2017. Al sindaco Giuseppe Buzzanca non piace la definizione «opere compensative». «Sono opere collegate», proclama. «Noi non vogliamo essere ricompensati di nulla». Ma come può essere connesso al Ponte il nuovo svincolo di Giampilieri? Si trova a 34 chilometri dal futuro pilone ma a poca distanza da una ulteriore uscita prevista, quella di Santo Stefano.

Nuovi interventi, dunque, proprio nella zona teatro della terribile alluvione del primo ottobre 2009. E la messa in sicurezza del territorio, richiesta a gran voce dalla Rete No Ponte e a parole promessa da tutti? «I fondi o servono per la costruzione del Ponte o non verranno, nessun privato investirà per la messa in sicurezza del territorio», dice Buzzanca, giocando per l'ennesima volta con l'equivoco del finanziamento privato dell'infrastruttura. In realtà, oggi i milioni sul tavolo sono interamente statali. E l'Anas è il soggetto che gestisce e controlla tutto.

Un delirio di strade accompagnerà il progetto principale: si inizia col raddoppio della tangenziale (da Tremestieri all'Annunziata, fino a Ganzirri, dove sorgerà l'ultimo casello prima del Ponte). Poi una serie di opere stradali (raccordo e nuova Panoramica) proprio alla punta della Sicilia, che incidentalmente è anche un'area naturalistica di interesse europeo. Curiosamente, nell'elenco è stato inserito anche lo svincolo di Giostra (lavori avviati nel 1997, fine prevista nel 2011, costo 77 milioni): come se l'avvio di un'opera straordinaria debba servire a realizzare l'ordinario. A questo si aggiunge tutta una serie di varianti e la "via del mare", la strada da 65 milioni che dovrebbe trasformare un maxi-imbarcadero in una città con vista sul mare, l'ormai famigerato waterfront.

Le nuove strade saranno costruite per i mezzi di cantiere e non per l'aumento del traffico che non ci sarà. «Traffico, polvere, rumore, vibrazioni: è questo che darà il maggiore impatto ambientale», ammette il responsabile di Impregilo a proposito dello smaltimento di 21 milioni di metri cubi di materiale di risulta. E' stato pure previsto un sistema parallelo di chiatte per lo spostamento via mare, o di vagoni ferroviari.

Alcune opere sono collegate, altre mitigatrici, ma almeno una è alternativa: la metropolitana del mare tra le due sponde, con relative fermate, pontili ed opere a terra. Una volta entrata in funzione, renderà ancora meno attraente per i pendolari il lunghissimo percorso che dal centro di Messina porta all'estremità nord e quindi ridiscende verso Reggio Calabria. Poi la nuova stazione ferroviaria, prevista nella zona di Gazzi. E una contorta nota di ottimismo: «La realizzazione di tutte le opere ferroviarie connesse in modo tale da consentire il passaggio dei treni ad alta velocità».

Il completamento della copertura del torrente Papardo - 15 milioni di euro - apre la lunga lista delle opere compensative. Seguono la «pianificazione dell'Area Integrata dello Stretto» (5 milioni di euro), il «Piano Particolareggiato Porto-Tremestieri» (32,5 milioni di euro), «Aree attrezzate di Protezione Civile» (2,5 milioni di euro). Si chiude con le iniziative che strizzano l'occhio agli ambientalisti: interventi di «salvaguardia ambientale e sanitaria della Riserva di Capo Peloro e opere finalizzate alla valorizzazione turistica del territorio e dei flussi migratori» (80,7 milioni di euro). Ma allo stesso tempo nuove strade, cantieri e materiali di risulta impatteranno soprattutto questa zona. La soluzione? «La rinaturalizzazione e ripascimento dei litorali attraverso il riutilizzo dei materiali di scavo, previa caratterizzazione degli stessi». Per un costo di 11,8 milioni. Persino la delibera del consiglio comunale avverte: «Appare opportuno inserire tra gli oneri a carico del contraente la verifica di idoneità geotecnica ed ambientale dei materiali di scavo da utilizzarsi per le suddette opere».

Tra le poche certezze, al solito, ci sono le richieste del comune di Messina. Assunzione di nuovi vigili urbani e pompieri. Il restauro di monumenti ed edifici storici, il restyling di vie e passeggiate cittadine, l'ammodernamento delle strutture alberghiere esistenti e la costruzione di nuove strutture ricettive. «Adesso dobbiamo genufletterci per avere quello che ci spetta, come fosse una prebenda», si lamenta Buzzanca chiudendo il suo intervento. «Potremo camminare con le nostre gambe». In futuro, forse. Oggi sono tutti col cappello in mano. Anche a costo di rischiare ancora una volta di essere sommersi dal fango.

INTERVISTA - Non si può più agire solo per far fronte alle emergenze

«Ci vuole un piano di lungo termine per risanare un territorio violato»

Giorgio Salvetti intervistaDomenico Patané, dell'Istituto di geofisica e vulcanologia di Catania

«Una volta che il danno è fatto è difficile tornare indietro». Il concetto è semplice ma non banale. E ad esprimerlo è un esperto. Domenico Patané dirige la sezione catanese dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. E' stato chiamato dal dipartimento siciliano della protezione civile per fare un sopralluogo a San Fratello.

Perché il suo istituto è chiamato ad occuparsi di frane?

Abbiamo le tecnologie e le conoscenze per studiare la deformazione del suolo, dai satelliti ai sistemi terresti, anche se il nostro lavoro è più mirato a controllare fenomeni sismici e vulcanici.

Che cosa ha visto sul luogo della frana?

Quello che è successo a San Fratello e che sta avvenendo in Calabria potrebbe accadere in qualsiasi altra regione. Siamo un paese prevalentemente collinoso o montuoso, le frane sono un fenomeno naturale e il cui rischio aumenta in caso di precipitazioni.

Esiste una mappatura nazionale del territorio secondo cui un comune su cinque è a rischio di frane, possibile che non si possano prevedere?

Certo che si può fare prevenzione. Il punto è che questo non avviene. Si preferisce operare giorno per giorno, emergenza dopo emergenza. Vale per le frane come per i terremoti. E questo è ancora più grave in un paese come il nostro ad alta densità di popolazione e di costruzioni, che già hanno devastato il territorio.

Si riferisce all'abusivismo?

Sì, ma non solo. Spesso troviamo edifici che sono stati approvati da comuni e autorità e che però sono stati costruiti in luoghi inadatti. A Zampillieri, ad esempio, c'erano case costruite in una fiumana. Quante case vengono costruite su pendii argillosi che possono franare in ogni momento? Nel sud Italia è pieno di paesini che sorgono sopra colline. Sono tutti a rischio. I centri storici sono vecchi e richiederebbero interventi per metterli in sicurezza mentre le nuove costruzioni troppo spesso sorgono là dove non si deve. La mappatura c'è. Ora ci vuole un piano di intervento di medio e lungo periodo. Sarebbe opportuno da tutti i punti di vista, anche quello economico, perché agire nell'emergenza è sempre molto più costoso, si parla tanto di grandi opere, questo tipo di intervento darebbe lavoro e sarebbe davvero un investimento, anche se non dà la pubblicità che può dare la costruzione di un ponte o di una nuova strada..

Agire per tempo non è un compito anche della protezione civile?

Certo. La protezione civile dovrebbe coordinare l'attuazione dei piani di prevenzione per la tutela dei cittadini e del territorio.

Ma non sempre lo fa?

Questo non lo so... lo dice lei.

E che si fa degli edifici che sono già sorti in luoghi pericolosi, li si butta giù?

Là dove il danno è fatto è difficile tornare indietro, questo è un paese dove si è lasciato che 2 milioni di persone abitino sotto il Vesuvio. Risanare a questo punto non è certo facile. Ma è necessario.

VIBO VALENTIA

La frana sgombera Maierato

Strade deserte, porte e finestre della case sprangate e negozi chiusi. Dall'una di ieri pomeriggio Maierato è un paese fantasma, costretto a chiudere i battenti per paura che la frana che per due giorni si è mangiata la collina finisse per travolgere tutto e tutti definitivamente. Ieri, dopo l'ennesimo sopralluogo compiuto con il prefetto di Vibo Valentia Luisa Latella, la protezione civile e l'assessore regionale all'ambiente Sergio Greco, il sindaco Sergio Rizzo ha deciso per precauzione di evacuare i 2.000 abitanti del paese. «Anche se non esistono pericoli imminenti la situazione è catastrofica», spiega. «L'evacuazione è stata necessaria anche perché manca l'acqua potabile, non c'è gas e siamo senza elettricità. Il paese è chiuso e controllato da polizia, carabinieri, vigili del fuoco e guardia di finanza che fanno i turni per controllare che non ci siano episodi di sciacallaggio». Per la notte sono arrivati a presidiare le strade anche i soldati dei Cacciatori di Calabria. 500 abitanti sono stati alloggiati nel palazzetto dello sport e nella scuola di polizia di Vibo Valentia.

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