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Lucy Siegle
Il nostro modo di vivere può davvero salvare il pianeta?
3 Dicembre 2007
Clima e risorse
Comportamenti quotidiani e problemi ambientali mondiali: pro e contro da The Observer, 5 marzo 2006. Con link a un estratto da documento di pianificazione (f.b.)

Titolo originale: Can our way of living really save the planet? – Traduzione per Eddyburg Mall di Fabrizio Bottini

In superficie, la vita di Kendal Murray sembra decisamente sulla media. Ogni mattina si fa la doccia, prepara i toast e lascia i bambini al nido prima di andare al lavoro. Solo osservando più da vicino i particolari della sua routine quotidiana, emergono alcuni elementi interessanti: la doccia è riscaldata da pannelli solari sul tetto; l’elettricità per il tostapane viene da un generatore locale che brucia legna; e quando porta i bambini al nido ci va a piedi: naturalmente.

La signora Murray abita a BedZED, che sta per Beddington Zero Energy Development, Sutton, sud di Londra, il primo insediamento di grosse dimensioni “senza produzione di anidride carbonica”, usando solo energie rinnovabili generate in loco, non aggiunge quantità significative di CO2 all’atmosfera.

”La gente ha un’idea da cilicio della vita ecologista, che invece può essere facile, economica e attraente” dice la Murray. “Vivo con la coscienza a posto e non ho dovuto rinunciare a nulla per farlo”.

Benvenuti nel modo della vita etica che, se si continua la tendenza attuale, vedrà molti di noi unirsi allo stile di esistenza della Murray, non solo preoccupandoci di risparmiare energia e diminuire le emissioni di anidride carbonica – unendoci così al leader Tory David Cameron che ieri ha annunciato che installerà una turbina a vento sulla sua casa nell’ovest di Londra – ma accertandoci di indossare vestiti che non sfruttano i lavoratori nei paesi in via di sviluppo, andare a fare vacanze che non danneggiano preziosi habitat, far crescere i figli meticolosamente eco-friendly.

Qualche giorno fa, Marks & Spencer è stata la prima catena commerciale a lanciare una propria linea di magliette e calzini equa e solidale. Poi il gigante dei supermercati Sainsbury's ha confermato di aver fatto la più grossa ordinazione di tutti i tempi in cotone del circuito equo. La scorsa settimana Top Shop ha annunciato che stava portando l’abbigliamento di questo circuito nei propri negozi. Contemporaneamente, il mercato del cibo biologico è lievitato sino ad oltre 1,1 miliardi di sterline, e di conseguenza gli alimenti prodotti nel circuito etico – biologico, equo e solidale, vegetariano, free range – ora contano per il 5% del conto alimentare britannico da 80 miliardi.

Ora stanno entrando in scena i marchi di lusso. La scorsa settimana si è lanciata Product Red: un’idea di Bono per utilizzare occhiali da sole di marca, felpe e T-shirt comprate con le carte di credito American Express per raccogliere denaro da usare per la lotta all’Aids in Africa. Sostenuti da attrici e supermodelle come Elle MacPherson o Claudia Schiffer, i contributi Amex Red versano qualche centesimo per ogni unità spesa alla causa.

La vita etica è in marcia, detto in altre parole. Statistiche pubblicate dalla Co-operative Bank mostrano che i britannici hanno speso 25,8 miliardi di sterline in prodotti etici lo scorso anno, il 15% in più del 2004. Oltre il 40% di questi sono andati agli investimenti nelle banche etiche, e anche il commercio di prodotti equi – che compensano i produttori oltre i normali livelli di mercato – si sta impennando drasticamente.

Dieci anni fa, non c’erano prodotti etici. L’anno scorso di sono spesi in acquisti del settore quasi 200 milioni di sterline, e il mercato cresce del 40% l’anno, col caffè in cima alla lista dei prodotti preferiti. Cafedirect ora è la sesta marca per vendite a livello nazionale.

In più, il governo sta prendendo in considerazione alcune azioni per rafforzare le Norme per le Abitazioni Sostenibili, in modo tale da farle diventare obbligatorio per tutte le nuove costruzioni, e raggiungere obiettivi ambiziosi di riduzione del consumo energetico. Si tratta di un’azione importante perché il 50% delle emissioni di carbonio del Regno Unito proviene dall’ambiente costruito, e si prevedono massicce quantità di nuova edificazione nell’Inghilterra meridionale.

Sembra tutto molto incoraggiante. Ma tutti questi milioni sono spesi bene? Si aiuta davvero l’ambiente? Ed è possibile che siano i consumatori a controllare il destino del pianeta facendo la spesa, scavalcando così i migliori sforzi internazionali dei politici? Queste domande ci portano nel nocciolo centrale di una delle principali questioni del momento: sino a che punto il potere del consumatore può salvare il mondo? Non sorprende che le risposte rivelino una grande distanza tra favorevoli e contrari alla vita etica.

Consideriamo il problema dell’eco-turismo. Ci sono ovvi elementi positivi nel passare vacanze che non portino a un diffuso degrado di preziosi habitat, come la cementificazione di isole coralline o gli enormi alberghi che sottraggono grandi quantitativi d’acqua solo per docce e piscine. Ma la questione non è così lineare. Per esempio, la maggior parte delle località di eco-turismo sta in Sud America, Asia e Africa. Arrivarci implica bruciare grandi quantità di carburante, aggiungendo ampie quote di anidride carbonica all’atmosfera.

È un punto su cui ora concordano anche gli operatori del settore. Ieri i due principali guru dei giramondo – Mark Ellingham, fondatore delle Rough Guides, e Tony Wheeler, che ha creato Lonely Planet – hanno entrambi ammesso pubblicamente che le loro edizioni hanno contribuito a diffondere un atteggiamento propenso a volare, che sta stimolando l’ascesa dei livelli di anidride carbonica e contribuendo al riscaldamento globale. Suggeriscono, fate meno voli, e fermatevi più a lungo.

Ma ancora, non è tanto semplice, come sottolinea Paolo Guglielmi, project manager del programma ambientale delle Nazioni Unite in Mediterraneo. “Se l’unico problema ambientale fosse il volare, saremmo sulla strada giusta; il problema è che non si tratta dell’unico problema”.

Questo aspetto è stato dimostrato da un recente studio accademico, che suggerisce come gli impatti della pratica dell’ecoturismo siano spesso significativamente superiori a quanto avverrebbe semplicemente restandosene a casa. John Hunter e Jon Shaw, della Aberdeen University, hanno calcolato la “impronta ecologica” di 252 vacanze eco-turistiche in termini di quantità di ettari globali di pianete, necessari a fornire le risorse consumate. I risultati, in corso di pubblicazione sulla rivista Environmental Conservation, mostrano che in tutti i casi tranne uno l’effetto è stato quello di incrementare la pressione netta sulle risorse naturali.

”Esiste probabilmente una differenza, tra un approccio hard e uno soft al turismo” aggiunge Hunter. “[Si può] andare ad attraversare la Mongolia sedendo in groppa a un cammello e mangiando come gli abitanti del posto; se si va nelle Filippine o in Tahilandia, si visita una volta un eco-park e si passa il resto del tempo abitando in un albergo di lusso, l’impatto sarà enorme”.

Un punto di vista condiviso da Guglielmi. “Il problema sta nel termine eco-tourism, interpretato in ciascun paese in modo diverso” dice. “Passiamo da posti dove lo si intende in termini di tende, ad altri, in particolare lungo le coste nel sud del Mediterraneo, dove la parola serve solo a pitturare di verde chilometri di alberghi a cinque stelle”.

C’è poi la questione del cibo. Da un lato, il circuito del commercio equo e solidale da’ ai piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo un accesso ai mercati ricchi. D’altra parte, l’importazione di merci da migliaia di chilometri di distanza contribuisce sempre più ad un inquinamento che si calcola in quantità di cibo per distanza.

In modo simile, tutte le azioni per mantenere i nostri figli “ eco-friendly” vengono criticate per la loro scarsa praticabilità. I pannolini usa e getta sono considerati un dono di dio dalla maggior parte dei genitori, e uno studio dell’Agenzia Ambiente del 2005 ha concluso che c’è poca differenza in termini di impatto ecologico, fra usa e getta e pannolini che si lavano.

In ogni caso, l’analista commerciale Richard Hyman, consulente alla Verdict Research, afferma di non essere affatto convinto che i consumatori britannici siano pronti a sacrificare i prezzi più bassi in cambio della coscienza a posto. “Viviamo in un modo dove la maggior parte delle persone sono favorevoli a sostenere i negozi di quartiere ma non fa niente a questo proposito” dice. “La gente è contenta di parlare della consapevolezza etica, ma quando si arriva ai modi di consumo non c’è corrispondenza con queste parole”.

La strada per arrivare a un vero stile di vita etico e sostenibile, in altre parole, sarà ardua. Comunque, ciò non significa che l’obiettivo non valga la pena, dicono gli attivisti. Indicano gli impatti spesso orribili che gli occidentali hanno avuto sul mondo in via di sviluppo, sia in termini di costi ambientali che di vite umane.

La scorsa settimana, ci sono stati tre diversi incidenti nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh con molte centinaia di morti, nella città portuale di Chittagong e in una fabbrica crollata nella capitale, Dacca. All’interno delle fabbriche, abiti destinati all’Europa e all’America. Nessuno di quegli incidenti è stato riportato sulla stampa britannica. E pure essi dimostrano il terribile prezzo che talvolta si paga per produrre cose che diamo per scontate.

Avvenimenti del genere danno impeto al movimento etico, e probabilmente manterranno la pressione sulle attività economiche perché si assicurino che i propri prodotti e servizi vengano offerti in modo moralmente accettabile alla maggior parte delle persone. Può dimostrarsi arduo organizzare nei particolari un programma di vita etica, ma ci sarà sempre la voglia di realizzarlo.

E alla fine, ci guadagneremo tutti, secondo Kendal Murray. “Non ho mai abitato in un ambiente tanto amichevole come questo” dice riferendosi al BedZED. “C’è un senso comunitario, qui, risultato diretto del fatto che siamo tutti legati dalla causa comune del vivere ecologico. Quando curo le verdure nell’orto o cammino fino ai contenitori del riciclaggio, mi incontro coi vicini e parliamo. In tutti gli altri posti dove ho abitato, la gante andava dalla porta alla macchina, e spariva in una nube di fumo da petrolio”.

Nota: in termini più pratici, e con riferimento alla pianificazione territoriale, qui su Mall si vedano le recentissime linee per l'inserimeno delle Energie Rinnovabili nei piani locali dello East England (f.b.)

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