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David Harvey
Il New Urbanism e la trappola comunitaria
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Un articolo americano di qualche anno fa (1997), nella traduzione per un giornale spagnolo, offre una lettura delle "ideologie" dei nuovi urbanisti. (f.b.)

Nota preliminare: questo articolo era stato pubblicato originariamente col titolo The New Urbanism and the Communitarian Trap, sullo Harvard Design Magazine, inverno/primavera 1997; la lettrice Laura Zumin ce l'ha segnalato nella versione spagnola, El nuevo urbanismo y la trampa comunitaria, proposta da La Vanguardia(Barcelona), nel numero del 26 novembre 2000. La presente traduzione per Eddyburg è dall'originale inglese, e ovviamente ringraziamo Laura Zumin per la segnalazione e gli altri interventi sui temi del New Urbanism (Fabrizio Bottini)

Tornando a Oakland dopo molti anni di assenza, Gertrude Stein osservava “non c’è un lì, lì”. Questo è spesso preso come semplice condanna dell’impoverita qualità della vita urbana americana, un commento che sorge naturale da chi considera l’America suo paese natale, e Parigi la sua casa. Questa lettura si colloca in una lunga linea di commenti critici e spesso indignati sulla “assenza di luoghi” e mancanza di “autenticità” che caratterizzano tante città americane, in un processo di urbanizzazione che produce quanto James Kunstler (in The Geography of Nowhere, 1993, e Home from Nowhere, 1996) stigmatizza “la geografia del nulla” (a comporre questo acido mosaico: suburbi senz’anima, demenziali edge cities, centri città frammentati e che cadono a pezzi). Scopo dell’architettura e della progettazione urbana diventa così l’eroica battaglia contro tali mostruose deformità. Ma a ben vedere l’osservazione della Stein era una risposta, molto personale ed emotiva, alla rapidità del cambiamento nelle città americane, al quel processo di continua ricostruzione che oblitera e cancella memorie infantili di luoghi e persone. Il modo per recuperare storia, tradizione, memoria collettiva e identità, diventa così la ricerca del santo graal.

Queste due tematiche, non necessariamente si escludono a vicenda. E in quello che oggi si propone come Nuovo Urbanesimo (vedi Peter Calthorpe, The Next American Metropolis, 1993, e Peter Katz, The New Urbanism: Toward an Architecture of Community, 1994), assistiamo alla loro deliberata convergenza entro una dichiarazione programmatica. La vita urbana può essere radicalmente migliorata, resa più autentica e consapevole dei luoghi, si sostiene, tornando ai concetti di vicinato e comunità che un tempo hanno dato alle città tanta coerenza, vivacità, continuità e stabilità. La memoria collettiva di un passato più civico può essere recuperata attraverso un adeguato richiamo ai simboli tradizionali.

C’è molto da encomiare, in questo movimento, oltre lo scatto di adrenalina del dichiarare guerra al senso comune ormai radicato in tante istituzioni (costruttori, finanza, politica, trasporti, interessi vari). In primo luogo, c’è la voglia di pensare lo spazio di un particolare intervento nel quadro dell’area nel suo insieme, e perseguire un ideale più organico, olistico, di cosa potrebbero essere città e regioni. Nel farlo, si supera il penchant postmoderno per la frammentazione, e vengono resuscitati Raymond Unwin, il New York Regional Plan del 1929, e Luwis Mumford, come guide all’azione migliori della Carta d’Atene. E ancora, c’è un forte interesse per le forme conchiuse e integrate di insediamento che escludano la concezione piuttosto ridicola della città a zonizzazione orizzontale e a grandi lotti. Questo libera l’interesse per le architetture civiche e la strada come arene di socialità. Permette, anche, nuovi modi di pensare alle relazioni fra vita e lavoro, facilita una dimensione ecologica nel progetto, che in qualche modo vada oltre l’alta qualità ambientale intesa come bene di consumo (nonostante se ne usi parecchia); e inizia a prestare attenzione allo spinoso problema di cosa fare coi dissipatori bisogni energetici dell’urbanizzazione basata sull’automobile, che ha dominato gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ma c’è anche spazio per lo scetticismo. Ad esempio, la presunzione che l’America sia “piena di persone che aspirano a vivere in vere comunità, ma che hanno solo una pallida idea di cosa ciò significhi in termini di progettazione fisica” (Kunstler, 1996) tradisce una certa arroganza. Ma ci sono obiezioni più sostanziali. Non è chiaro ad esempio se la preferenza per il vicinato e la comunità (ammesso che esista) possa sostituire facilmente la storia d’amore dell’America con l’automobile, anche se questo spostamento è economicamente fattibile. La maggior parte dei progetti realizzati, in più, sono insediamenti “greenfield” in gran parte per ricchi, e sembrano più orientati a rendere il suburbio “un posto migliore per vivere” (Philip Langdon, A Better Place to Live: Reshaping the American Suburb, 1994) che a rivitalizzare i centri urbani in decadenza. E non è neppure chiaro a Vincent Scully, alleato scettico del movimento, se i ricchi stiano scegliendo la “comunità” o invece “l’immagine” della comunità (“The Architecture of Community” in Katz, The New Urbanism). La memoria collettiva si recupera o si inventa? Più seriamente, il new urbanism non può caricarsi la croce dell’impoverimento e crisi urbana. Quando scompaiono posti di lavoro, come sottolinea William Julius Wilson in When Work Disappears, l’intero tessuto sociale stracciato a pezzi, invocare la comunità e i quartieri tradizionali (del tipo progettato da Andres Duany e Elizabeth Plater-Zyberk) sembra irrilevante per il destino della “nuova” metropoli americana che si va formando tutto intorno a noi. In assenza di lavoro e prodigalità governativa, gli auspici “civici” del new urbanism suonano particolarmente vuoti.

Ma la mia vera preoccupazione è che il movimento ripeta fondamentalmente gli stessi errori degli stili architettonici e urbanistici che critica. Detto in modo semplice, non continua nell’idea secondo cui la definizione di un ordine spaziale sia, o possa diventare, fondamento di un nuovo ordine morale ed estetico? Non presume che adeguate qualità architettoniche e progettuali potranno essere la salvezza non solo delle città americane, ma della vita sociale, economica e politica in genere? Pochi sostenitori del movimento esporrebbero una tesi tanto netta (anche se Kunstler ci va vicino). Ma questa presunzione pervade gli scritti dei nuovi urbanisti come una sorta di sub-testo subliminale. Il movimento non riconosce che la fondamentale difficoltà del modernismo è stata la costante abitudine a privilegiare le forme spaziali rispetto ai problemi sociali. Ciò, come dimostra L. Marin (in Utopics: Spatial Play, 1984), è centrale in tutte le forme di utopismo classico (a cominciare da Thomas More, le cui descrizioni di Utopia sono preoccupantemente simili a quelle proposte dal new urbanism). L’effetto è di distruggere le possibilità della storia, assicurando stabilità sociale attraverso il contenimento di tutti i processi entro una cornice spaziale. Il new urbanism cambia la cornice spaziale, ma non la presunzione dell’ordine spaziale come veicolo per controllare i processi e la storia.

I legami tra forme e processi sociali qui si costruiscono attraverso la correlazione fra il progetto di architettura e una certa ideologia della comunità. Il New Urbanism assembla molto del proprio potere retorico e politico entro un nostalgico appello alla “comunità” come panacea per tutti i nostri mali sociali, economici, e urbani. VincentScully, ad esempio, commentando Seaside, icona del New Urbanism(in Katz, The New Urbanism), nota che sia “riuscita oltre qualunque altro lavoro di architettura dei nostri tempi .... a creare un’immagine di comunità, un simbolo del posto della cultura umana entro la vastità della natura”. E continua:

”Non si può fare a meno di sperare che la lezione di Seaside e delle altre città nuove che stanno prendendo forma possa applicarsi al problema delle case per i poveri. È qui che c’è più bisogno di comunità, e dove essa è stata più disastrosamente distrutta. I centri città dovrebbero davvero essere spezzati entro i propri quartieri interni se ciò succedesse lì. È triste pensare che tutto questo sarebbe stato tanto più facile prima dell’era del Redevelopment, quando esisteva ancora una struttura base dei quartieri ... Quindi è un problema concreto, se il “centro città” così come lo conosciamo possa mai essere conformato come il tipo di spazio in cui vuole vivere la maggioranza degli americani”.

La presunzione, qui, è che i quartieri siano in qualche misura “intrinseci”, che la forma corretta delle città sia una qualche “struttura per quartieri”, che “quartiere” sia l’equivalente di “comunità”, e che la “comunità” sia ciò che la maggior parte degli americani vuole, e di cui ha bisogno (che lo sappiano o meno).

Ma la “comunità” può davvero salvarci dal mondo agonizzante della dissoluzione sociale, del materialismo arraffa-arraffa e della cupidigia individualista, egoista, market-oriented? Comunità ha sempre significato cose diverse per persone diverse, e dunque qualle tipo di comunità si intende nella filosofia del New Urbanism? È qui che il richiamare un passato mitologico porta con sé un carico pericoloso.

Il New Urbanism di fatto si lega al facile tentativo contemporaneo di trasformare grandi e brulicanti città, apparentemente fuori controllo, in una serie di “villaggi urbani” collegati l’uno all’altro dove, si ritiene, ognuno possa relazionarsi in modi civili e urbani con chiunque altro. In Gran Bretagna, il Principe Carlo ha guidato questa carica emotiva al “villaggio urbano” come locus della rigenerazione urbana. Leon Krier, uno spesso citato cultore del New Urbanism, è uno dei suoi principali battistrada per l’architettura. E l’idea attira, trovando il sostegno dei gruppi etnici marginalizzati, delle classi lavoratrici impoverite e combattive, lasciate in secca dalla deindustrializzazione, dai nostalgici dei ceti medi e alti, che lo vedono come una forma civilizzata di costruzione che offre caffè sul marciapiede, aree pedonali, negozi di Laura Ashley.

Il lato oscuro di questo comunitarismo, resta non detto: sin dalle prime fasi della massiccia urbanizzazione nel segno dell’industria, “lo spirito della comunità” è stato usato come antidoto per qualunque minaccia di disordine sociale, lotta di classe, violenza rivoluzionaria. “Comunità” è sempre stato uno dei luoghi chiave di controllo e sorveglianza sociale, ai confini dell’esplicita repressione. Le comunità stabili spesso escludono, definiscono sé stesse contro gli altri, erigono ogni sorta di segnali “alla larga” (quando non mura tangibili). Come sottolinea M. Young (in Justice and the Politics of Difference, 1990), “Razzismo, sciovinismo etinco, svalutazione di classe ... crescono in parte dal desiderio di comunità” in modo che “l’identificazione positiva di alcuni gruppi è spesso realizzata qualificando innanzitutto gli altri gruppi come altro, il semi-umano di valore inferiore”. Come conseguenza, la comunità spesso è stata una barriera anziché un facilitatore per il progresso sociale, e molta della migrazione popolare dai villaggi (sia rurali che urbani) nasce precisamente da fatto che sono oppressivi per lo spirito umano e superflui come forma di organizzazione sociopolitica (si vedano ad esempio R. Blythe, Akenfield: Portrait of an English Village, 1969, e Richard Sennett, The Uses of Disorder, 1970). Tutto ciò che rende la città così eccitante – l’inaspettato, i conflitti, lo stimolo di esplorare spazi sconosciuti – sarà strettamente controllato e delimitato da grandi segnali che recitano “qui non si accettano comportamenti devianti”. Non importa: l’idea del villaggio urbano o di qualche tipo di soluzione comunitaria (vedi Michael Sandel, Liberalism and the Limits of Justice, 1982, e Amitai Etzioni, The Spiritof Community: Rights, Responsibilities, and the Communitarian Agenda, 1993, per tesi sociali di tipo simile) per i nostri mali urbani si scava insidiosamente la strada nella coscienza collettiva, col New Urbanism come una delle sue forme di articolazione.

Un antidoto più adeguato all’implicito determinismo spaziale che caratterizzasia il modernismo che il new urbanism non è l’abbandono di tutta la discussione sulla città (o sulla possibilità dell’utopia) in quanto tale, ma comprendere che l’urbanizzazione come insieme di processi fluidi in correlazione dialettica con la forma dello spazio che essi suscitano e che a sua volta esso contiene. L’utopianesimo dei processi appare molto diverso da quello della forma spaziale. Il problema allora è di arruolarsi nella battaglia per proporre un socialmente più giusto, politicamente emancipatorio, ed ecologicamente sano processo di produzione di miscele spazio-temporali, anziché accondiscendere a quelli imposti da una incontrollata accumulazione capitalistica, sostenuta dal privilegio di classe e da vistose ineguaglianze di potere politici-economico. Costruire qualcosa che chiamiamo comunità insieme ad una politica dei luoghi può offrire una sorta di base fondativa per una lotta del genere (ne discuto in Justice, Nature and the Geography of Difference, 1996). Ma il New Urbanism non presta attenzione a questo: costruisce un’immagine di comunità e una retorica dell’orgoglio civico basata sui luoghi, sulla consapevolezza per chi non ne ha bisogno, abbandonando chi ne ha al proprio destino di “ underclass”.

La logica dell’accumulazione capitalistica e del privilegio di classe, per quanto egemonica, non può sempre controllare ogni sfumatura dell’urbanizzazione (per non parlare dello spazio discorsivo e immaginario sempre associato alle discussioni sulla città); l’intensificarsi delle contraddizioni nell’urbanizzazione contemporanea, anche per i privilegiati (alcuni dei quali illuminati dal New Urbanism), crea ogni genere di spazi interstiziali entro cui possono fiorire possibilità liberatorie ed emancipatrici. Il New Urbanism individua alcuni di questi spazi, ma il suo conservatorismo, il suo comunitarianesimo, il suo rifiuto di confrontarsi con l’economia politica del potere, ne smussa il potenziale rivoluzionario.

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