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Carla Ravaioli
Il mito della crescita illumitata
13 Marzo 2009
Articoli del 2009
Ha senso uscire dalla crisi del capitalismo attraverso il ripristino del capitalismo? Crisi, ambiente, guerra: temi connessi. Liberazione, 12 marzo 2009

“Uscire dalla crisi” è la parola d’ordine. Anche a sinistra. E non è dubbio che tentare di contenere la catastrofe già dilagante di disoccupazione, precarietà, impoverimento crescente, sia il primo compito delle organizzazioni del lavoro. Ma forse, nel mentre stesso in cui doverosamente questo obiettivo viene perseguito al suo meglio, non sarebbe inutile considerare che tutto ciò significa anche (tentare di) ridare fiato e stabilità al capitalismo; edomandarsi se davvero meriti impegnarsi nel salvataggio del mondo così come oggi è.

Un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza prodotta. Un mondo in cui – dice la FAO – si produce cibo a sufficienza per sfamare tutti, ma ogni cinque minuti un bambino muore d’inedia. Un mondo altamente tecnologizzato, dove sarebbe possibile produrre il necessario e più con poche ore di lavoro al giorno, ma le industrie puntano a settimane di ottanta-novanta ore. Un mondo che usa la guerra non solo come normale mezzo di politica internazionale, ma come lo strumento più utile per rilanciare la produzione quando il Pil non cresce a dovere.

Un mondo che, d’altronde, è impossibile da difendere così com’è. Sono in molti a crederlo e a dirlo. Mi limito a citare due nomi, di persone molto diverse per formazione e storia. “Siamo di fronte a una crisi complessiva del meccanismo di accumulazione capitalistica,” scrive Paolo Ferrero (Liberazione 8 marzo). “La logica del capitalismo è l’accumulazione. La quale è per natura illimitata (…) una logica impossibile, quindi illogica” scrive Giorgio Ruffolo (La Repubblica 9 marzo). E tutt’e due vedono nell’accumulazione la causa della crisi ecologica planetaria.

E al proposito davvero riesce difficile capire il lungo disinteresse (appena mitigato oggi) delle sinistre per un fenomeno come questo, che ha finora registrato un saldo di tre milioni di morti e cinquanta milioni di profughi. Come se poi queste cifre non contassero in massima parte operai, contadini, pescatori, poveracci dei paesi più miserabili. Come se non fosse natura (minerale, vegetale, animale) tutto ciò su cui il lavoro esercita la sua fatica, la sua intelligenza, il suo sapere. Come se non fosse natura (minerale, vegetale, animale) tutto quanto viene trasformato dall’industria capitalistica nello sterminato universo delle merci. E dunque i limiti del mondo naturale, e la catastrofe planetaria che l’ignorare quei limiti ha causato, non gridassero l’urgenza di superare un impianto economico-sociale fondato sulla crescita illimitata, un sistema ormai senza futuro.

Non sarebbe questa la base da cui muovere per tornare a pensare una rivoluzione possibile? Per darsi un’idea portante, una strategia al cui interno situare e agire scelte politiche anche di breve termine e di portata locale, purché a quell’idea omogenee e funzionali? Non era così che lottavano le sinistre del passato, impegnandosi per singole rivendicazioni e insieme cantando per “l’internazionale futura umanità”? E non è stata proprio l’ampiezza di quell’assunto a consentire tante vittorie del lavoro? Una linea di largo respiro non sarebbe più che mai necessaria oggi, in un mondo globalizzato, mentre il capitalismo sta divorando la base stessa del proprio operare, vivendo una crisi non solo gravissima ma diversa da ogni altra? Trovarla non potrebbe di per sé favorire il superamento di quella animosità interna a tutte le sinistre, che induce risse continue e ripetute scissioni, incomprensibili a una base che c’è, vorrebbe esistere e agire, ma non vede come?

Il “come” è certo una difficoltà che può parere insormontabile. Ma forse no. E’ un grosso discorso, che vorrebbe ben più spazio di quanto sia qui concesso. Provo comunque a sintetizzare al massimo la riflessione che di recente ho cercato di mettere a punto, riassumendola in quattro “mosse”. 1) Tutto l’ambientalismo più qualificato afferma la necessità di tagliare il prodotto per tentare di scongiurare un degrado ecologico irrecuperabile. Non dice però cosa tagliare, da dove cominciare. Bisogna pensarci. 2) La produzione di armi rappresenta ufficialmente il 3,5 del Pil mondiale: una quota che, qualora gli umani smettessero di risolvere i loro guai uccidendo i propri simili, e di contare su questa attività per sostenere l’economia, garantirebbe a tutti noi una buona boccata d’aria pulita e un notevole risparmio di materie prime. 3) Tralasciando le mille possibili obiezioni, occorre porsi però una domanda ineludibile: come sistemare coloro (tanti) che lavorano nell’industria degli armamenti? Ma è facile replicare. Di taglio generalizzato dei tempi di lavoro a pari salario le sinistre discutono da alcuni decenni: dopotutto non sta scritto da nessuna parte, se non nella logica industriale-capitalistica che la gente debba spendere quasi metà della propria vita lavorando. 4) Altra inevitabile domanda: chi paga? Be’, in un mondo dove (lo notavo sopra) metà della ricchezza è in mano all’1% della popolazione, porsi la questione mi pare quasi sconveniente. Sbaglio?

Utopia. Spesso (non sempre) così vengono commentate queste mie riflessioni. Tralascio di citare i mille possibili esempi di cose di uso quotidiano che appunto solo utopie erano fino a tempi non lontanissimi. Trovo più utile ricordare che la Nasa dedica una parte non secondaria dei suoi programmi alla ricerca di un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra. Scopo: trasferirvi cospicue quote di umani da impegnare in attività produttive di ogni sorta, e finalmente lassù trovare spazio, materie prime a volontà, e piena libertà di inquinamento, per un vero grande rilancio della crescita, che riduca la crisi a una pallida memoria. Utopia per utopia: quale vi pare meno impossibile?

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