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"Il mare edificabile"
19 Aprile 2004
Lettere e Interventi
Mariangiola Gallingani (Bologna), 05.05.2003

Quando, qualche anno fa, il buon Maurizio Sani ci raccontava non so se più esterrefatto o rassegnato della discussione del (credo) penultimo PRG di Rimini, nel quale era prevista un'espansione turistico commerciale sul mare,le cose, benché al limite dell'incredibile, avevano ancora una vaga parvenza di perversa logicità: la terra si espandeva e "bonificava" pro domo sua il mare, portando con se le occasioni immobiliari legate ai plurimi servizi di una darsena turistica di lusso - fra l'altro ora in parte realizzata ; il dato era fisico prima di essere giuridico.

Quello che racconta la Repubblica di oggi, 5 maggio, circa la spiaggia di Porto Cesareo, che io ho avuto il piacere di frequentare all'età di due anni, quando davvero c'erano solo dune, e tutte le strade erano ancora sterrate, è qualche cosa di diverso e assai più sinistro: il mare è definito equivalente alla terra, sotto il profilo della suscettività all'edificazione, e la battigia (linea peraltro ardua da definirsi, specie nel corso del tempo, almeno quanto può essere arduo da tenere militarmente un "bagnasciuga") ne viene riconosciuta a tutti gli effetti giuridici ed urbanistici come "perimetro", secondo un disegno che, regolarmente approvato dal consiglio comunale, è destinato giocoforza ad essere smentito dai fatti che vedono proprio questa parte del golfo di Taranto oggetto di un'erosione accelerata, per via del gioco marino delle correnti.

Chi gestisce chioschi o altre simili strutture balneari è costretto ogni anno a comprare diversi camion di sabbia (di fiume) per offrire un soffice supporto alle masse balneanti, ma transeat: per quanto "erosa", la spiaggia residua è ufficialmente divenuta una zona "interclusa", quel che sembra, se è consentito ancora usare il lessico delle vecchie leggi, una sorta di "zona di completamento", aperta per definizione ad ogni uso e consumo, ed anzi destinata - nel caso malaugurato che nessuno la usasse e consumasse a scopi edilizi - a trasformarsi in una friche, in un ritaglio propenso al degrado e all'abbandono...

Al di là dello specifico di Porto Cesareo - luogo fra l'altro divenuto pressoché infrequentabile da diversi anni -, credo che l'esempio si presti molto bene a illustrare il reale rischio che stiamo correndo: quello della modifica, strisciante o urlante che sia, dello stesso principio della legalità, di una trasformazione eterogenea e variegata che prende corpo allegramente sul frastagliato terreno di legislazioni regionali "originali" quanto pseudo-federaliste. Probabilmente, anche questo tempo presente avrebbe bisogno di un suo "codice dell'urbanistica", di quel vecchio e dimenticato testo unico delle leggi sul territorio la cui redazione solo pochi anni fa si pensava possibile se non imminente; ma un testo unico che, a questo punto, dovrebbe estendersi anche alle legislazioni regionali e alle loro pieghe più o meno profonde. un urbanista che viaggia tanto, come te, potrebbe senz'altro promuovere un simile sforzo... perché non si arrivi ad un "federalismo" in cui se hai commesso un omicidio in California puoi cavartela anche con sette anni, ma se lo hai commesso nel Texas ti aspetta il braccio della morte.

L’articolo di Caporali su Porto Cesareo mi era sfuggito. Adesso l’ho inserito: mi sembra una situazione estrema (ma non poi tanto). Vedremo che succede a Bari.

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