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Sandro Roggio
Il mare ai liquami conseguenza di una politica turistica che devasta coste e ambiente
6 Settembre 2009
Articoli del 2009
Un commento all’invasione estiva dei liquami sulla costa della Costa Smeralda. La Nuova Sardegna, 5 settembre 2009

Liquami in mare. Un deplorevole incidente: è la formula elegante usata nella curiosa propensione a minimizzare il “fenomeno” ( proprio così: “fenomeno” hanno detto, sostantivo buono a indicare ogni evento che la natura ci riserva). Ma per precisione: non è un acquazzone che ha fatto nera l'acqua cristallina, ma l' insipienza degli uomini che credono ad altri uomini: quelli che la tecnologia “tutto può”, anche fare scomparire nelle condizioni più estreme la sporcizia dei vacanzieri. Basta un un filtro in più. E ci si crede come alla crema che toglie il sovrappeso in tempo per mettersi in mostra nella spiaggia alla moda.

Ci piacerebbe quella sola faccia luccicante della medaglia. Quella che consente di dire, a metà di luglio, con toni trionfali, di navi e aerei a pieno carico, di ingorghi di auto e di barche, di surplus di veline e vip in costa che non bastano sei pagine di giornale per raccontarlo ogni giorno. E invece c'è anche l'altra faccia, i risvolti maleodoranti di un uso del territorio eccedente la soglia di sopportazione. La calca attorno alla mercanzia per una settimana richiede un apparato smisurato di attrezzature che non reggono. Così ti svegli una mattina e vedi il fiume nero. Finita la festa. Il paesaggio mozzafiato non è più una metafora.

Si potrebbe ironizzare sulle vanterie del turismo a cinque stelle. E invece la prudenza induce a pensare al danno che patiscono gli operatori turistici seri da queste cose.

Pensando anche a quelli che si chiamano consumatori (e produttori di sporcizia) che hanno 72 ore di ferie (perché la crisi si ha mangiato pure le vacanze) e si trovano senza mare per un pezzo delle brevi ferie nel mare trasparente (?) di Sardegna. Danno grave “d'immagine”( si dice così, come Briatore per chiedere i danni da plebeo pic-nic nel suo Rubacuori).

Ma chi tiene al futuro della Sardegna dovrebbe avere meno fretta a rubricare i liquami tra i contrattempi estivi (gli screanzati, i vandali fracassoni, i conti abnormi, ecc.)

E contenere il blabla su efficienza della tecnologia, ricerca dei responsabili tra i gestori degli impianti, task force per studiare il caso e così via. Perchè il tema è un altro. Non piace sentirlo ma è il modello di sviluppo senza limitazioni che è una follia. La disseminazione di attrezzature per l'accoglienza dovunque e comunque. Tutto esaurito? Mai! Serve volume per altra ricettività un mese all'anno? Pronto. Da qui il danno, altro che immagine.

E per stare alle opere di urbanizzazione, occorre dirlo che è roba da matti immaginare dotazioni misurate per il picco di gente a Ferragosto. Il tempo breve nel quale si mette in moto un sistema frammentato in mille nuclei. Nulla di più squilibrato, squilibrante, energivoro, dissipatore, oneroso, ecc.

Della discussione per ridare efficienza al sistema inefficiente ( per colpa di chi?) interessa ora l'aspetto economico. A proposito di obsolescenza di impianti, sarebbe bene sapere chi pagherà gli adeguamenti. Capire le convenienze: cosa ci torna da un investimento pubblico.

Esiste la regola che impone alle imprese che trasformano i suoli per farli diventare case da vendere o da affittare, di pagare le opere di urbanizzazione. Tanto più nel caso di villaggi distanti da insediamenti si pone la necessità di provvedere -non solo con denaro pubblico - alla realizzazione di quanto occorre per tenerle in efficienza. E non è serio immaginare di accollare a una comunità povera i costi di un modello che esibisce lo spreco. Le cinque stelle, le bandiere blu, non dipendono dal pregio dei pavimenti di una suite.

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