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Eugenio Scalfari
Il Mago Merlino e la finanza creativa
17 Agosto 2005
Articoli del 2004
Il consueto editorile settimanale, sull'ultima trovata del nostro premier e ciò che c' è dietro. Su la Repubblica del 19 settembre 2004, penultimo giorno per votare il referendum abrogativo (non ancora di B:, ma di uno dei suoi guasti)

L´AUTUNNO meteorologico comincerà secondo il calendario il 21 settembre. L´autunno economico comincerà secondo il calendario parlamentare con la sessione di bilancio l´11 ottobre. Il previsto autunno caldo più o meno entrerà in scena in contemporanea alla legge finanziaria della quale, allo stato dei fatti, si conoscono soltanto le cifre di copertina. Che sono assai controverse: 30 miliardi di euro tra tagli e maggiori imposte, con l´obiettivo di riportare l´indebitamento rispetto al Pil dal 4,4 al 2,7%, aumentare il potere d´acquisto degli italiani del 2,2% bloccare la crescita del debito pubblico all´attuale livello del 106% rispetto al Pil e infine introdurre uno sgravio fiscale di 5 miliardi sull´Irpef e di 1 miliardo sull´Irap.

Questa gragnola di cifre è di difficile comprensione per gran parte dei consumatori, dei contribuenti e dei lavoratori. Debbo dire che la trasparenza tanto invocata e propagandata dal ministro Siniscalco dopo i bilanci creativi e fumogeni del triennio Tremonti, si è alquanto offuscata dopo pochi mesi.

Parlare di trasparenza in una legge finanziaria dove, stando a quel che sostiene Berlusconi, non ci saranno né tagli né maggiori imposte ma uscirà dal cilindro del prestigiatore uno sgravio fiscale di 6 miliardi, un aumento del potere d´acquisto e un abbattimento dell´indebitamento, sembra ancora una volta un miracolo, un articolo di fede più che una manovra finanziaria lucidamente pensata. Per chi quella fede non ce l´ha la parola giusta è piuttosto quella di un trucco, esattamente come accadde nei tre anni del consolato Tremonti, durante i quali sembrò che tutto filasse alla perfezione e che la finanza pubblica e l´economia marciassero col vento in poppa, alla faccia delle Cassandre che ? inascoltate ? preannunciavano vento e tempesta.

Siniscalco, che per quei tre anni aveva condiviso il metodo creativo di tremontiana memoria, elevato ai fastigi del potere certificò che le Cassandre avevano ragione, mise in cantiere una finanziaria riparatrice ma poi, al momento di vararla, ha rispolverato i metodi del predecessore.

Trenta miliardi di manovra (sessantamila miliardi di vecchie lire) dove trovi sgravi fiscali, incentivi, diminuzione dell´indebitamento, aumento del potere d´acquisto, senza né lacrime né sangue, così, con la bacchetta magica del mago Merlino o della Fata dai capelli turchini di Pinocchio o dei poteri di intercessione presso il buon Dio posseduti da Padre Pio. Da Tremonti per legittima eredità trasferiti a Siniscalco.

Nel Polo tutti fanno finta di crederci, anche Fini e perfino Follini. Del resto che possono fare? Rivelare che anche Siniscalco imbroglia le carte del bilancio né più né meno del suo predecessore? E che la famosa scrivania che fu di Quintino Sella continua ad assistere al gioco delle tre carte con grave disdoro per la memoria del suo primo titolare?

«Zitti zitti piano piano / senza fare confusione / per la scala del balcone / presto andiamo via di qua», cantavano i protagonisti dell´opera buffa di rossiniana memoria. Così i nostri ministri dell´Economia, sperando che i gonzi credano alle loro cifre miracolistiche.

Noi apparteniamo a quel gruppetto di irriducibili che non ci stanno ad esser presi platealmente in giro. Speravamo che Siniscalco avesse imparato la lezione della realtà, ma non è stato così. Il tremontismo, finché a Palazzo Chigi ci sarà Berlusconi, rinasce ogni volta dalle ceneri. Quindi non sperate che a via XX Settembre, sede del ministero Tesoro-Bilancio-Finanze-Mezzogiorno-Partecipazioni Statali, la musica sia cambiata. È cambiato il direttore dell´orchestra che era poi il primo violino del direttore precedente; ma suona lo stesso spartito con gli stessi orchestrali.

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Per far quadrare i conti il coniglio uscito dal cilindro di Siniscalco è il tetto del 2% della spesa. Significa che il 2% d´aumento rispetto alla spesa dell´esercizio 2004 è il limite imposto a ciascun dicastero, salvo la Difesa e la ricerca scientifica. Poiché l´inflazione è ufficialmente del 2%, il tetto sta a dire che in termini reali la pubblica amministrazione non dovrebbe spendere un solo centesimo in più dell´anno scorso.

Naturalmente nessuno ci crede. Le spese della Sanità sono già fuori di almeno tre volte (se basta); quelle per la Scuola (ricerca a parte) del doppio. Trasporti e poste, per starci dentro, dovranno stringere gli organici che già hanno subìto consistenti salassi. Gli incentivi alle imprese saranno ridotti alla metà (da un miliardo a 500 milioni) in una fase in cui avrebbero dovuto essere a dir poco triplicati. Non parliamo dei lavori pubblici ordinari, sebbene la spesa per investimenti abbia un moltiplicatore maggiore. Giustizia, sicurezza, personale della pubblica amministrazione, dentro a quei tetti non ci stanno nemmeno a randellate.

In tutto sono 8mila i capitoli di spesa che dovrebbero osservare il tetto del 2%. La Ragioneria dello Stato, malgrado un certo grado di modernizzazione effettuata, avrà i risultati al più presto sei mesi dopo per quanto riguarda le spese effettuate in conto competenza. In termini di cassa li ha dopo tre mesi, ma lì si verifica da almeno cinque anni un miracolo di segno inverso: più si cerca di limitare la spesa di competenza e più cresce quella di cassa, cioè il cosiddetto fabbisogno.

State attenti, cari lettori, alla terminologia truffaldina che usano i "clerici" delle finanze pubbliche: il fabbisogno sono i soldi realmente spesi dai vari sportelli della pubblica amministrazione; per finanziare il fabbisogno lo Stato contrae debiti sul mercato emettendo titoli; questi titoli vanno ad aumentare lo stock del debito pubblico; viceversa quello che viene chiamato indebitamento non è né debito pubblico né fabbisogno ma il rapporto tra la spesa di competenza e il profitto interno lordo (Pil) ed è quel rapporto che secondo il patto europeo di stabilità non deve superare la soglia del 3%.

Il tetto imposto da Siniscalco sulle spese correnti dovrebbe appunto incidere sull´indebitamento ma non c´è nessun tetto al fabbisogno nei confronti del quale si potrebbe imporre soltanto uno slittamento di quelle uscite di cassa, come Tremonti tentò in varie circostanze di fare ma con risultati assai modesti perché il "tagliaspese" non è che un metodo di rinvio a due tre mesi scaricando poi tutte insieme le spese rinviate e quelle correnti.

Ebbene, la differenza in termini di Pil tra indebitamento e fabbisogno è salita dallo 0,8 del ?96 all´1,7 del 2001 e addirittura al 2,4 dell´esercizio in corso. Si manterrà più o meno su questo livello negli anni prossimi fino ad un´impennata del 2,6 nel 2008 che vuol dire più o meno 70 miliardi di euro, 140.000 miliardi di vecchie lire. Oggi come oggi il fabbisogno supera l´indebitamento per 60 miliardi di euro e questo è il buco creato dal governo nella nostra pubblica finanza.

Per colmarlo Siniscalco pensa a 100 miliardi di privatizzazione nei prossimi quattro anni con l´obiettivo di bloccare il debito pubblico al livello attuale. Qualcuno può credere a questa fandonia?

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Berlusconi (e Siniscalco con lui) pensano di far aumentare nel 2005 il potere d´acquisto degli italiani perché si sono finalmente accorti che la popolazione in tutte le sue classi di reddito ma soprattutto in quelle con redditi più bassi si è effettivamente impoverita. Finora il presidente del Consiglio aveva negato ostinatamente l´evidenza, ma adesso ha dovuto ammetterla e correre ai ripari.

Poteva scegliere varie strade per ottenere quel risultato. Per esempio poteva restituire il fiscal drag ai lavoratori, cioè la differenza tra l´inflazione programmata e quella certificata dall´Istat. Ma seguire quella strada significava tirar fuori soldi veri. E soldi veri non ci sono. Allora si è inventato un giochino. Ha detto che i consumatori otterranno uno 0,7% di vantaggio dal blocco dei prezzi cui si sono impegnati alcuni settori della grande distribuzione; un altro 0,7% lo otterranno dal contenimento dell´inflazione (contando due volte lo stesso parametro come ha rilevato ieri su questo giornale Massimo Riva) infine un altro 0,8 dalla diminuzione dell´Irpef. Il totale fa appunto 2,2. Da questo incremento, frutto d´una simulazione nella quale il solo dato certo è lo sgravio dell´Irpef, dovrebbe venire la famosa scossa e il rilancio dei consumi e della domanda interna.

Numeri e ipotesi scritti sull´acqua. Il blocco dei prezzi non darà alcun incremento al potere d´acquisto, tutt´al più non lo farà diminuire ulteriormente. Lo sgravio dell´Irpef di 5 miliardi rappresenta un rivolo quasi inavvertibile sulla platea dei redditi fino a 30.000 euro annui; non darà alcuna scossa ai consumi, tant´è che il pacifico e pacioso Billè, presidente della Confcommercio, minaccia scioperi a catena se non ci saranno provvedimenti seri di sostegno della domanda. I famosi sgravi fiscali effettuati da Ronald Reagan e tanto celebrati dalle destre di mezzo mondo non scossero minimamente l´economia americana e questo è un altro caso di falsità che va infine messo a nudo: il rilancio della congiuntura Usa cominciò con Clinton e con la sua politica di riduzione dei tassi d´interesse. Questa è la verità. Gli sgravi delle imposte sul reddito non servirono assolutamente a niente e furono soldi buttati dalla finestra.

Perciò la scossa tanto attesa e auspicata non ci sarà. Ci sarà invece un aumento delle imposte comunali provinciali regionali anche per finanziare gli sgravi dell´Irpef, sicché il governo si riprenderà con una mano quel poco che avrà dato con l´altra. Quando si dice il gioco delle tre carte non si parla a vanvera ma con i dati di fatto in mano.

A questa finanza imbrogliona mancano tuttavia alcuni capitoli tutt´altro che marginali. Manca la costruzione della rete di infrastrutture moderne e adeguate. Manca un sistema di ammortizzatori sociali il cui costo minimo s´aggira sui 5-6 miliardi. Manca il potenziamento della ricerca, sulla quale bisognerebbe investire almeno 1,5 miliardi. Mancano infine l´aggiornamento dei contratti scaduti e la necessità da tutti avvertita che il monte salari cresca adeguatamente. Questa sì, sarebbe una scossa salutare, ma le nostre imprese non sono in grado di sopportare oneri aggiuntivi sul costo del lavoro in mercati dove la concorrenza internazionale è durissima.

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Un modo c´è e consiste nella fiscalizzazione degli oneri sociali trasformando la contribuzione in imposte di scopo a carico della fiscalità generale. Non per tute le retribuzioni poiché il peso per le casse pubbliche sarebbe insopportabile, ma certamente per le categorie di lavoratori a basso reddito.

In questo modo si alleggerirebbe il costo del lavoro di almeno il 40%, facendo coincidere il salario netto con quello lordo e creando uno spazio importante per migliorare i conti delle imprese e il salario netto dei dipendenti.

Questa sì, sarebbe una scossa salutare. Per completare la riforma fiscale voluta da Berlusconi ci vogliono 22 miliardi. Se questa cifra venisse intanto impiegata nell´operazione che definirei del "salario netto" gli effetti sulla domanda interna sarebbero certamente sensibili e con essi i recuperi per le finanze pubbliche. Mi domando perché, invece di litigare sul nulla, i partiti del centrosinistra non portino avanti proposte di questa natura facendone il nucleo propulsivo del loro programma elettorale. Credo che sarebbero seguiti da molti consensi a destra al centro e a sinistra.

Post Scriptum. Domani scade il termine per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione artificiale. Una pessima legge che merita d´esser cancellata. Personalmente non ho più firmato documenti referendari dai tempi dell´aborto e del divorzio, ma questa volta sento il bisogno e il dovere democratico di farlo. Così pure quando sarà approvata la legge di riforma della Costituzione attualmente in discussione in Parlamento, che meglio sarebbe chiamare controriforma. A titolo personale mi permetto perciò di rivolgere ai nostri lettori un pressante appello a firmare la richiesta referendaria che tutela imprescrittibili diritti di libertà.

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