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Vittorio Emiliani
Il fiume abusato
17 Dicembre 2008
Articoli del 2008
“Dietro il caso Tevere decenni di politiche urbanistiche scellerate”. Ma chi governa fa finta di niente, e altri pagano, oggi e domani. L’Unità, 16 dicembre 2008

Il Tevere è sempre stato considerato, fin dall'antichità, un fiume pazzo e scatenato. Se infatti il Danubio, dalla magra alla piena, raddoppia le portate, se il Po le incrementa di quattro volte, il Tevere può passare dalla miseria di 40 metri cubi al secondo anche a più di 3.000 metri cubi, cioè aumentare di 70-80 volte, in un numero limitato di ore. Ce ne accorgemmo in una discesa in gommone del Tevere, il 17 giugno 1986 (eravamo in quattro e avremmo raccontato l'avventura sul Messaggero): la mattina dovemmo spingere quasi l'imbarcazione dalla Villa di Plinio, curator alvei et riparum, presso Anghiari, per un bel tratto, poi ci colse un fortissimo temporale che rese così repentinamente alte e veloci le acque, divenute «bionde» per lo scioglimento delle argille, da farci attraccare con gran fatica ad una riva.

La piena tiberina di tre anni fa ha raggiunto nel tratto urbano i 12 metri. Quest'ultima l'ha superata di oltre un metro. Nel 1937 era salita a 17 provocando seri danni. Molto minori però di quella del novembre 1870, dopo la breccia di Porta Pia, veramente disastrosa (subito definita dai clericali «il castigo di Dio» per i Savoia), perché nel frattempo erano stati alzati fra fine '800 e primi anni del '900 i muraglioni. Non belli a vedersi, molto nordici e però utili. Hanno salvato la città dalle acque alluvionali con l'eccezione di qualche zona più bassa: Prima Porta, Magliana, Tordivalle (dove il nuovo Ippodromo del trotto, trasferito da Villa Glori, andè sott'acqua proprio il giorno dell'inaugurazione). Giuseppe Garibaldi si era battuto per un progetto più ambizioso: quello - che era stato, in sostanza, sponsorizzato da Giulio Cesare - di un canale scolmatore a ovest, da attivare nelle fasi di piena per salvare dalle alluvioni la città disposta allora per la maggior parte sulla riva sinistra. Ma non ebbe successo.

Tuttavia i veri problemi del «fiume scatenato» nascono a monte di Roma, soprattutto quando il Tevere riceve gli affluenti Paglia, in particolare, e Nera e successivamente l'Aniene. Il bacino del Paglia infatti è soggetto a piogge particolarmente intense, a forti temporali che aumentano di colpo le portate del corso principale, non essendovi in zona serbatoi idrici di «laminazione». Come del resto l'Aniene, le cui piene coincidono sovente con quelle del Tevere che ad un certo punto non riceve più le acque dell'affluente e le respinge, con un devastante effetto-rigurgito.

In Italia abbiamo, forse per disperazione, cementificato anche l'alveo di taluni torrenti e canali di rilevante pendenza, le cui acque raggiungono così velocità prima impossibili: accade (leggo dal Rapporto dell'Autorità di bacino del Tevere) «nelle formazioni impermeabili sede dei bacini Licenza e Fiumicino, corsi d'acqua che tanta parte hanno nella genesi delle piene del fiume Aniene ». E quindi del Tevere. Follie. Ma non meno pesanti, e pazzeschi, sono i danni provocati dall'abusivismo edilizio che i Comuni hanno tollerato nel tratto Roma-Orte. O che hanno addirittura cercato di legalizzare e di far avanzare in zone alluvionali - per esempio a Monterotondo - contro le prescrizioni dell' Autorità di bacino protestando ufficialmente contro di esse.

I fiumi infatti, da che mondo è mondo, devono poter sfogare la forza idraulica, devono poter disporre di vaste aree golenali ai lati dove esondare senza ostacoli. Tranne che in Italia, tranne che nel Lazio. Qui si sono consentite in tratti strategici costruzioni di ogni tipo e dimensione (come lungo l'asta mediana del Po o dell'Arno, del resto), che, durante le piene, vanno regolarmente sott'acqua.

Ma sono loro la causa primadi alluvioni che diventano in tal modo disastrose anche per zone e abitanti che non dovrebbero esserne colpiti. Se le golene rimanessero golene e non diventassero pioppeti o aree fabbricabili. Fenomeno colposo che si ripete alla foce del Tevere dove si è costruito in aree assolutamente vietate, nelle quali la trasgressione è da tempo la norma. Salvo versare poi amare lacrime. Su che cosa? Sulla propria superficialità e insipienza.

Dopo la grande alluvione del 1937 si pensò di rendere più veloce la discesa delle acque di piena verso il mare con una tipica Grande Opera (anche Benito Mussolini le amava in sommo grado): il "drizzagno" destinato a tagliare l'ampia ansa naturale della Magliana. Con un effetto grave a monte però- ha spiegato uno dei maestri dell' idraulica del Tevere, il professor Gianmarco Margaritora, per anni cattedratico alla Sapienza - nel senso che il Tevere, non potendo più sfogare la forza idraulica nel disegnare l'ansa della Magliana, la sfogò scavando all'indietro, su sufino a Ponte Milvio. In tal modo, ridottesi a causa delle dighe, i trasferimenti a valle di inerti, cioè di sabbia e ghiaia, il letto tiberino nei periodi di magra si abbassò che la corrente andava a battere pericolosamente sotto le fondamenta dei muraglioni stessi. Col rischio di infiltrazioni e di «fontanazzi» (nella zona del Flaminio). Per cui si dovettero adottare, grazie agli studi di Margaritora e di altri, delle «soglie» capaci di trattenere la sabbia ed alzare quindi il livello estivo delle acque. A conferma che le Grandi Opere fanno più male che bene e che bisogna «rinaturalizzare» i fiumi o lasciarli fare.

Certo, senza le dighe, l'onda di piena sarebbe a Roma assai più forte, e quindi pericolosa (con portate di 3.000-3.500 metri cubi al secondo). La più grande è quella dell'Enel a Corbara, in Umbria, sotto Baschi. La quale però, per alcune «fessurazioni» createsi ai lati, non può venire utilizzata in tutta la sua capacità riducendo così i benefici per il contenimento delle alluvioni tiberine. L'Autorità di Bacino ha elaborato in questi anni svariati piani per interventi di prevenzione e di difesa. Il CNR ha pure presentato nel 2006 ai Lincei i risultati di uno studio teorico sulle possibili alluvioni a Roma. Tutti i tecnici concordano sulla necessità di mettere in sicurezza il fiume fra Prima Porta e Ponte Milvio. Ma non si trovano i soldi necessari per interventi mirati, graduali, precisi. Per il bacino tiberino fra Roma e Orte il piano 2006 dell'Autorità fluviale prevede 1,6 miliardi di euro di spesa in più annualità. Queste sono le vere Grandi Opere,ma fanno poco rumore, poca audience, danno poca visibilità televisiva. E quindi non vengono finanziate. Fino al giorno del disastro? Una volta, almeno, lo attribuivano all' ira di qualche dio.

La buona politica fa acqua mentre il paese annega

Il Tevere sorvegliato speciale ma non è l’unico fiume a fare paura in questi giorni. Il problema non è come contenere l’allarme ma in che modo realizzare una strategia duratura per evitare l’emergenza. Interventi decisi e meno spreco di denaro pubblico tra mega appalti miliardari e supercommissari inutili

Il Tevere continua amettere paura, allaga, fa danni. Altri ne provocano fiumi, fiumare e torrenti nel Sud. Tutto per mancanza di investimenti ordinari, continui, incessanti. Ma vedrete che nella prossima riunione del Cipe il governo, per mano del ministro Altero Matteoli, caverà dal cilindro una somma cospicua (oltre 16 miliardi di euro)per alcuni maxi-progetti destinati ad essere varati chissà quando, magari per quella Autostrada della Maremma tanto cara al deputato di Cecina e al sindaco di Orbetello (che è poi sempre Matteoli), per la quale non esistono né un vero tracciato né un finanziamento reale. Opera che due trasportisti seri come i docenti milanesi Andrea Boitani e Marco Ponti hanno classificato al penultimo posto per rapporto costi/benefici, con la scritta «da non fare», fra quelle del governo Berlusconi 2001.

La politica dovrebbe fare uno e anche due passi indietro e darsi in questo campo strategico delle priorità vere sulla base di studi fondati sul rapporto fra costi (per i quali bisogna avere tutte le risorse e non inventarle)e benefici (di carattere diffuso, sociali ed economici). Allora ricominceremmo ad essere un Paese serio e a risalire dal pantano in cui populismo, clientelismo e videocrazia ci hanno precipitato. Buona politica sarebbe dunque:

1)applicarsi a completare le grandi opere in atto e mai finite (come la Salerno-Reggio Calabria ed altre di cui l'Unità si è occupata nelle scorse settimane con una approfondita inchiesta);

2) finanziare (ma completamente) opere medie e piccole che danno in breve tempo benefici al territorio e lavoro, occupazione, anche alle imprese minori invece escluse dai maxi-appalti. Le opere pubbliche dal costo superiore ai 50 milioni impegnano quasi undici anni per essere completate, 4,3 dei quali per la sola progettazione, mentre quelle di piccola o media entità ne impegnano molti di meno;

3)non nominare, per via politica, Supercommissari dai lauti stipendi destinati a travolgere norme, vincoli, trasparenze (lo rimarcano il Wwf e altre associazioni), ma lasciar fare, nel caso, alle Autorità di Bacino: le abbiamo create ad imitazione della Authority del Tamigi, con la differenza che questa ha riunito in sé i poteri di decine e decine di soggetti pubblici, mentre da noi Comuni, Province e Regioni hanno rinunciato a poco o a nulla. Coi risultati che vediamo. Secondo l'ultimo Rapporto del Cresme, la «gelata » in atto sui lavori pubblici non riguarda affatto le cosiddette «grandi opere» tanto reclamizzate dal presidente Berlusconi,ma le gare di importo inferiore ai 5 milioni di euro, che fanno poi la manutenzione di un Paese consumato, sfasciato, con tante frane, diffusamente sismico.

Lo stesso presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, propone un elenco di opere di manutenzione. La politica economica esige e propone infatti - come farà Obama negli Usa - una strategia di interventi fondati su progetti pronti, interamente finanziati o finanziabili, e quindi presto cantierabili, con tanta utile occupazione. Ma la politica, la cattiva politica vuole i mega-appalti (temiamo di sapere perché)e i Supercommissari.

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