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Anna Marson
Il festival che promette felicità
17 Aprile 2008
Altre città italiane
Le luci (poche) e le ombre (molte) di un tipo di evento che sempre più caratterizza le politiche urbane. Da Carta estnord, n. 13/2008

Ci volevano alcuni creativi d’eccezione per organizzare un festival che si propone, nientemeno, che di rappresentare come “paesaggio della felicità” ciò che resta delle cittadine industriali della pedemontana triveneta con il “passaggio al postfordismo”.

Rovereto, Schio, Valdagno, Montebelluna, Conegliano, Vittorio Veneto, Maniago: luoghi di antica vocazione protoindustriale, accanto a vere e proprie company town, ma anche nodi commerciali sulle antiche vie d’Alemagna, sedi di importanti commerci testimoniati in alcuni casi dalla presenza di consistenti comunità ebraiche. Esattamente l’opposto del Veneto contadino, arretrato e ignorante divenuto luogo comune nell’Italia della ricostruzione postbellica degli anni Cinquanta.

Ciò nonostante, città tutte più o meno travolte dal selvaggio sviluppo, immobiliare prima ancora che produttivo, dei decenni più recenti, che ne hanno a volte conservato i pregevoli centri antichi ma sfigurato i confini, le campagne, la parte esterna del corpo. Il rapido smembramento delle forme consolidate è andato di pari passo con lo sgretolamento delle regole sociali consolidate, spesso un po’ pesanti e chiuse, ma comunque in grado di riprodurre una tranquilla e peculiare convivenza civile.

E con la forma va perdendosi anche la memoria, giacché oggi la Pedemontana veneta, più che un’organizzazione sociale, produttiva e territoriale peculiare designa più volgarmente un progetto autostradale.

“Perché la città torni a diventare impresa e l'impresa torni a essere città”, recita dunque l’iniziativa che dal 18 al 20 aprile prossimi intende promuovere “un rinnovato senso del lavoro, di progettazione e di vita proteso al perseguimento della felicità”. Chi sono costoro, e con chi intendono comunicare?

Un ex giornalista d’un noto quotidiano di sinistra, in seguito responsabile per la comunicazione d’un rilevante monopolio, ora portavoce del Presidente regionale; un geniale organizzatore d’eventi e arredatore, da qualche tempo direttore editoriale d’una rivista nazionale che sponsorizza l’evento; l’attivissimo cantore della nuova classe imprenditoriale postfordista; qualche docente di economia e affini, qualche giornalista, un editore, una sindacalista pedemontana. Un mix interessante, non c’è che dire, per chi apprezza il genere, ma per organizzare che cosa?

Beh, un festival, come dice il titolo stesso dell’evento.

Se non fosse un festival, il fatto che gli organizzatori dichiarino che “questo territorio, e le sue imprese, devono diventare attrattivi per migliaia di lavoratori intellettuali provenienti da ogni angolo del pianeta, offrendo loro come prospettiva quella di lavorare nelle aziende più innovative del mondo, in una “metropoli” che offre occasioni, stimoli culturali e un paesaggio dove vivere felici” aprirebbe diversi interrogativi. Che cosa significa oggi essere un’azienda innovativa? Sono davvero le metropoli, e nel caso quali metropoli, i luoghi che offrono stimoli culturali e un paesaggio che fa vivere felici? Le nostre comunità residue sono davvero disponibili a convivere con ulteriori migliaia di lavoratori provenienti da ogni angolo del pianeta, per ora verosimilmente attratti dai differenziali salariali rispetto ai paesi d’origine più che da altri fattori? E che significa occuparsi del nostro paesaggio? Argomenti che sarebbe assai utile fossero discussi nei luoghi consoni, deputati ad assumere le decisioni in nome della collettività, siano essi le aule dei consigli regionali o comunali piuttosto che le sedi delle organizzazioni di categoria e quant’altro. Ma che invece brillano per assenza di dibattito pubblico, a iniziare dalla campagna elettorale e dai relativi programmi partitici.

La risposta implicita che il festival ci fornisce è l’evento-spettacolo come nuovo motore dell’economia urbana, poco importa se innanzitutto dell’economia immobiliare. Tesi un po’ vecchiotta, oggetto di un dibattito disciplinare da una ventina d’anni, e ahimé tornata in strepitosa auge dopo la recente designazione di Milano a sede Expo.

Relegati al ruolo di consumatori passivi, non ci resta che approfittare di quel poco di sicuramente interessante che il festival offre, come i filmati d’autore in programma a Vittorio Veneto. Tra questi il bellissimo “Pier Paolo Pasolini e la forma della città”, girato nel 1972 a Sanaa e Orte, i cui contenuti costituiscono una lucida denuncia delle tesi fatte proprie dagli organizzatori.

La coerenza è proprio passata di moda, anche da queste parti prossime alla montagna?

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