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Stefano Rodotà
Il diritto calpestato
17 Gennaio 2009
Articoli del 2009
Le minacce di governo impediscono l’esercizio della legalità: siamo tornati all’Italia dei bravi manzoniani. Da la Repubblica, 17 gennaio 2009 (m.p.g.)

Questo povero paese è ormai prigioniero di continue rotture della legalità, che decompongono un tessuto civile sempre più debole, e violano gli stessi diritti fondamentali delle persone. Vittima sacrificale, una volta di più, è Eluana Englaro, alla quale la prepotenza governativa nega quel diritto di morire con dignità che le era stato definitivamente riconosciuto da limpidissime e rigorose decisioni della magistratura.

Prepotenza è la parola giusta, e lo conferma il sincero comunicato con il quale la clinica di Udine ha fatto sapere di non poter dare a Eluana Englaro l’assistenza necessaria per l’interruzione dei trattamenti che da diciassette anni la mantengono in uno stato vegetativo persistente. E’ il timore della revoca della convenzione, minacciata dal ministro della Salute, ad aver determinato la decisione della clinica, che dice francamente di non poter correre il rischio della perdita del posto di lavoro per centinaia di suoi dipendenti e di quanti collaborano con essa dall’esterno. Il ricatto dell’occupazione, mai forte come in questi tempi, dà forza ad una brutale imposizione politica.

Eluana Englaro è vittima di un accanimento ideologico che nega la sua umanità, incrina la fiducia con la quale i suoi familiari hanno sempre creduto nello Stato di diritto, non si preoccupa della stessa grammatica giuridica.

All’origine vi è quel nebuloso provvedimento del ministro Sacconi, "un atto di indirizzo" rivolto alle regioni senza sufficiente base giuridica, specchio fedele di una politica che si mette al servizio di insostenibili posizioni ideologiche.

La rottura della legalità è netta. Vi è una sentenza passata in giudicato di cui il governo impedisce l’attuazione. Il fatto già in sé grave, lo diviene ancora di più alla luce di un precedente: il tentativo delle Camere di bloccare l’esecuzione della sentenza, sollevando un conflitto di attribuzione tra il Parlamento e la magistratura respinto duramente dalla Corte costituzionale.

Dove aveva fallito il Parlamento, che pure aveva cercato un simulacro di rispettabilità giuridica, rischia l’aver successo un governo che impugna come una clava un puro potere di intimidazione.

Così è, perché gli argomenti giuridici alla base dell’atto di indirizzo del ministro sono praticamente inesistenti. Si fa riferimento a un parere del Comitato nazionale di bioetica privo di ogni valore giuridico vincolante e per di più approvato a maggioranza. Si invoca la convenzione dell’Onu sui diritti dei disabili che, da una parte, non è ancora pienamente operativa in Italia e, dall’altra, dice cose che non riguardano il caso di Eluana Englaro.

L’articolo 25 di quella convenzione infatti dice che non si possono interrompere i trattamenti di idratazione e alimentazione forzata, ma questo divieto riguarda solo il fatto che non si può imporre l’interruzione. Cosa ovvia, ma assolutamente diversa dal fatto che quei trattamenti possono sempre essere rifiutati, come ha riconosciuto la Cassazione nel caso di Eluana Englaro, dando attuazione ad un principio presente nella nostra Costituzione in vari documenti internazionali, che attribuiscono alla persona il potere di disporre liberamente della propria vita. E non si dica che la vita è un bene indisponibile. Ancora pochi giorni fa una donna ha rifiutato un’amputazione, ed è morta. "Contro la forza, la ragion non vale", dice un rassegnato proverbio.

Oggi dobbiamo concludere che non vale neppure il diritto dichiarato nelle sedi e nelle forme proprie. In Italia, come sta accadendo in Francia, si sta consolidando l’orientamento secondo il quale la sola legittimazione politica può cancellare ogni altro potere o garanzia. I familiari di Eluana dovranno continuare la loro civile lotta, e nei prossimi giorni il Tar dovrà pronunciarsi sulla legittimità della decisione della Regione Lombardia che ha vietato alla clinica di dare esecuzione alla sentenza della Cassazione.

Ma, di fronte ad una prepotenza che è tutta politica, bisogna chiedersi se da chi non condivide l’orientamento del governo, e ha precisi ruoli e responsabilità politiche, sia stato fatto tutto quello che era necessario per difendere diritto umanità civiltà. L’opposizione si è espressa solo attraverso prese di posizione personali, prigioniera solo di paure interne, visto che più di un’indagine ha dimostrato che l’opinione pubblica è nella maggioranza a favore dell’interruzione dei trattamenti, anche in significativi ambienti cattolici. Una opposizione silenziosa, che non comprende il senso della difesa dei diritti e della civiltà giuridica, ha poco futuro davanti a sé.

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