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James Bennet
Il Day-After della Pace: progettare la Palestina
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Un progetto forse un po' sopra le righe, ma senza dubbio stimolante. Dal New York Times, 15 maggo 2005 (f.b.)

Titolo originale, The Day After Peace: Designing Palestine – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La sensibilità per la nostalgia dei palestinesi, per il loro attaccamento alla terra, o anche per come appaiono davvero al momento le loro città, sarebbe venuta dopo. Quel sabato di gennaio, l’anno scorso, nel suo studi di progettazione a Santa Monica, California, tutto quello che Doug Suisman aveva erano delle carte e delle foto aeree, la spinta dell’adrenalina in vista di una scadenza, e la grandiosità del suo compito: progettare lo stato palestinese.

Anche per gli standard di questi giorni movimentati e imprevedibili del Medio Oriente, un’idea del genere appare piuttosto presuntuosa: nell’ambito di un’indagine di due anni da due milioni di dollari, per determinare se lo stato di Palestina potrebbe riuscire, la Rand Corporation si era rivolta a Suisman, un architetto di punta e di impegno civico con qualche retroterra nella regione, per immaginarlo. Era stato in Israele una volta, nel 1972, e non aveva mai visitato le principali città palestinesi.

La Rand aveva notato che con tutta l’attenzione dedicata ai possibili confini fra Israele e una teorica Palestina, nessuno aveva sforzato l’immaginazione riguarda alla struttura di quest’ultima. La Palestina continuava ad essere sogno o incubo, un’astrazione per diplomatici e politici, non una sfida concreta per urbanisti. Eppure sia il presidente americano che il primi ministro israeliano ora parlavano di una eventuale creazione di stato palestinese. Se il mondo faceva sul serio riguardo alla soluzione dei due stati, ragionava la Rand, qualcuno doveva iniziare a progettarla, la Palestina, in particolare visto che la sua popolazione iniziava a ingrossarsi. L’alternativa di una terra affamata e impoverita sulle soglie di Israele, se non nel suo salotto, poneva un problema, un pericolo per il mondo.

Rand, un think tank indipendete no-profit con fama di neutralità e trascorsi di collaborazione con i programmi spaziali e i militari, ne ha concluso che la sfida poteva essere affrontata. Ha costruito un’immagine spaccato della vita in West Bank e nella Striscia di Gaza Strip, che mostra quanto lontani siano i palestinesi da una condizione statuale: l’economia vacillante e dipendente, un potere “corrotto, non rappresentativo, autoritario”, l’inadeguata disponibilità idrica, il peso dell’occupazione israeliana. Ha suggerito una lunga serie di interventi, per 33 miliardi di dollari, in oltre 10 anni. E ha affiancato a questa valutazione un secondo studio, un’immagine di quanto potrebbe avvenire, l’immagine sognata quel sabato da Suisman nel suo studio.

Steven N. Simon, uno dei coordinatori della ricerca Rand, ha incaricato Suisman dopo aver sondato parecchi urbanisti per un possibile piano. Suisman, progettista di spazi pubblici e sistemi di trasporto, soprattutto nella zona di Los Angeles, era “il più entusiasta”, secondo Simon. “Vedeva un potenziale, in un modo forse possibile solo a un naif”.

Alla Rand, dove l’analisi deve essere rigorosa, non romantica, ora scommettono tutto sulla naïveté. Hanno presentato l’idea di Suisman per la Palestina alla Casa Bianca, all’Unione Europea, alla Banca Mondiale e a altri, oltre che a palestinesi e israeliani. L’idea ha catturato attenzione e immaginazione, almeno quella di alcuni decisori palestinesi.

Nei suoi aspetti più prosaici, la proposta chiede la semplice connessione di punti, un treno ad alta velocità, una rete di fibre ottiche esteso a tutta la West Bank e a Gaza, a collegare le principali città e cittadine palestinesi. Ma si tratta anche di immaginare non solo il paesaggio, scomposto com’è dai posti di blocco e dalle postazioni fortificate dopo anni di conflitto, ma anche l’esperienza della Palestina. In luogo della frammentazione politica e sociale, Suisman propone l’unità attraverso i collegamenti più moderni e veloci. In luogo della condizione di quasi paralisi, offre una condizione di movimento. Chiama tutto questo “ l’Arco”. È uno scorcio, tanto raro da vedersi in questi tempi, di una terra di riconciliazione, del dopo-conflitto, del dopo-occupazione, del dopo-terrorismo.

Quando Suisman ha concluso una recente presentazione, in una sala riunione ancora buia a Ramallah, nella West Bank, Jihad al Wazir, il vice ministro delle finanze, ha rotto il silenzio dicendo di avere le lacrime agli occhi.

”Sono rimasto molto scosso” ha dichiarato poi Wazir. “C’era una bellezza, una semplicità, nel progetto, e coerenza, coordinamento”. Molti dei pianificatori palestinesi, ha aggiunto, “erano persi nei dettagli, senza una cornice unificante, o un’immagine del futuro stato palestinese”.

Analizzando in prima istanza le mappe, Suisman non si è soffermato su dettagli, presenti o passati. Ha ragionato su quanto sarebbe venuto poi, in particolare sulla previsione degli analisti Rand secondo cui la popolazione palestinese nella West Bank e a Gaza dovrebbe raddoppiare nei prossimi 15 anni, fino a 6,6 milioni, dagli attuali 3,6.

Per un confronto di idee, Suisman ha chiesto la collaborazione di Robert Lane della Regional Plan Association di Manhattan, vecchio amico dai tempi della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation alla Columbia University. I due, insieme, hanno cercato quello che il comune mentore, Klaus Herdeg, aveva loro insegnato a immaginare come “struttura formale”: non confini di stato, ma modelli di vita umana modellati sull’insediamento.

Il mondo pensa che la West Bank manchi di un chiaro confine politico, ma, come i due hanno scoperto, ne ha sin troppi. Gli urbanisti erano soverchiati dalla pazzesca trama di insediamenti israeliani e centri palestinesi, sovrapposti alle discontinue zone a controllo palestinese o israeliano. Lane ricorda di essere rimasto allibito per “quanto disaggregato e discontinuo, e incoerente fosse il paesaggio”.

Allora, per rimuovere gli strati sedimentati da decenni di guerra e politica, hanno appoggiato un foglio trasparente sulla mappa, e iniziato a riportare elementi chiave: i principali centri di popolazione, le strade, le alture. Poi hanno messo i fogli l’uno sopra l’altro, per individuare le forme comuni. Hanno notato la linea dei crinali che correvano da nord a sud lungo la West Bank. Hanno notato come i palestinesi si fossero concentrati nei nuclei sul versante occidentale dei crinali, dove le piogge provenienti dal Mediterraneo erano più abbondanti.

”A metà del lavoro” ricorda Suisman “stavamo guardando quegli schemi, e io ho detto ‘Sembra una pazzia, ma credo che dobbiamo far questo’, e ho semplicemente tirato una riga”.

La ferrovia ad alta velocità scorrerà per oltre 100 chilometri lungo i crinali della West Bank, collegando Jenin nel nord con Hebron nel sud. Il tracciato poi si piegherà come un amo da pesca, attraverso il deserto del Negev, per connettere la West Bank alla Striscia di Gaza Strip, coprendo complessivamente oltre 200 chilometri e unendo i due territori che gli esperti di sviluppo considerano essenziali per un’economia palestinese. Lungo la linea ferroviaria, Suisman propone di stendere un acquedotto, un cavo di fibre ottiche, elettrodotto, autostrada a pagamento, e una striscia a parco.

Le stazioni della ferrovia verranno collocate a una certa distanza dai centri urbani esistenti, ciascuno connesso attraverso altri mezzi di trasporto pubblico. L’idea è di creare nuovi poli residenziali e di attività, a contenere la popolazione in crescita conservando gli spazi aperti. La lunga linea tagliata dalle trasversali suggerisce una embrionale spina dorsale e, inevitabilmente, un ramoscello di ulivo.

Gli studi della Rand sono stati promossi da finanziatori californiani, che sperano di favorire la fine del conflitto. Carol e David Richards hanno sostenuto l’analisi di fattibilità di uno stato palestinese. Mr. Richards afferma di aver preso l’iniziativa dopo che Bush si era dichiarato a favore di una soluzione a due stati.

”Sono un sostenitore di Israele, ma credo che la loro occupazione della West Bank li danneggi” dichiara Richards, ex dirigente finanziario che ora lavora in proprio. “È una politica sbagliata, e noi americani l’abbiamo tollerata e sostenuta”.

L’ Arco nasce dalla proposta di un altro finanziatore, Guilford Glazer, perché la Rand progettasse una nuova città palestinese a contenere qualunque esule di ritorno, dalla guerra arabo-israeliana del 1948 a tutti i discendenti. Nato a Knoxville, Tennessee, nel 1921, Mr. Glazer, costruttore, è stato in parte ispirato dal modello della Tennessee Valley Authority, dall’idea che i palestinesi avrebbero tratto vantaggio da un progetto di dimensioni simili (la Rand stima che l’ Arco costerà circa 6 miliardi di dollari, e che aiuterà i palestinesi a rafforzare la propria economia offrendo lavoro a 100-160.000 persone l’anno per cinque anni). Quando l’ Arco sarà costruito, dice “sarà una cosa troppo preziosa per andare persa, e sarà un motivo per resistere alla violenza”.

Sin dall’inizio, Suisman ha messo indiscussione il modello di polo unico proposto da Glazer, di una sola città centrale. Cose del genere, come Washington o Brasilia, possono impiegare decenni a raggiungere lo stadio di maturità, e nel frattempo consumano risorse nazionali. Mr. Glazer ha sottoscritto questo approccio più progressivo.

Visto attraverso gli occhi di chi sta dentro il conflitto, l’ Arco può sembrare pura fantasia. Israele prevede di ritirare unilateralmente soldati e insediamenti da Gaza entro quest’anno. Ma le due parti a malapena discutono, e la leadership palestinese, divisa al suo interno, non ha deciso cosa fare delle infrastrutture esistenti.

La Rand propone immagini future di turisti, uomini d’affari e merci sbarcate ai nuovi scali marittimo e aeroportuale di Gaza, il tutto poi smistato nel giro di minuti verso posti come Betlemme o Nablus. Si possono anche prevedere collegamenti futuri con Egitto, Giordania, Siria, Libano e le principali città di Israele. Ma pensando al contrabbando di armi o ad azioni terroristiche, Israele non mostra segni di attenuazione dei controlli ai confini di Gaza e West Bank.

Sul giornale israeliano Ha’aretz, l’editorialista Meron Benvenisti ha chiamato Arco “una favola per adulti”. Ha scritto che il presupposto di uno stato palestinese dotato di confini non si realizzerà mai. “Tutti i progetti carichi di buona volontà e atteggiamento positivo diventano leggende agrodolci, e si riducono semplicemente ad immaginare quello che potrebbe essere, se solo ...”.

Quelli della Rand sono piuttosto cinici rispetto a chi vive direttamente il conflitto: “Sanno solo perfettamente dove stanno tutti i posti di blocco” dice C. Ross Anthony, altro coordinatore del gruppo di indagine, parlando dei pianificatori locali. “L’idea di una semplice linea è qualcosa che non possono concepire, perché sono completamente immersi nei dettagli della quotidianità”.

Suisman e gli analisti della Rand tentano anche di stare al di sopra del pantano sulle politiche regionali, concentrandosi non tanto sulle forme dell’accordo di pace, quanto sulla vita che si potrebbe condurre in quello che chiamano “il day-after della pace”.

Ma quando alla fine Suisman è davvero andato in Israele e nella West Bank quest’anno, tra febbraio e marzo, ha imparato quanto poco la gente conti sulle dichiarazioni di neutralità. Lo stesso tentativo della Rand, di evitare la politica, rendeva la proposta politicamente sospetta. Abituati a sostegni e consulenze internazionali, i palestinesi non facevano obiezioni a progetti che venissero dall’esterno, addirittura da un ebreo esterno. “Non sapevo che fosse ebreo, ma per ma non fa nessuna differenza” ha dichiarato Ghassan Khatib, ministro della pianificazione. “Ci sono molti ebrei che vivono all’estero, e che hanno un punto di vista obiettivo”.

Il problema stava nei particolari del progetto e nel suo modo di presentarsi. Suisman è rimasto stupefatto dalla pioggia di obiezioni, quando ha presentato l’Arco ai funzionari palestinesi più attenti ai dettagli, gli avvocati e analisti dell’Unità di Sostegno ai Negoziati dell’OLP. Ricorda che gli è stato chiesto, da una degli interlocutori, se era una coincidenza il fatto che il piano corrispondesse quasi perfettamente a quella che lei chiamava la strategia di annessione di Israele per la West Bank.

Effettivamente, era una coincidenza. La Rand aveva tentato di evitare la questione degli insediamenti, uno dei problemi più infuocati del conflitto: “Per gli obiettivi di questo studio, avevamo scelto di mettere da parte il problema degli insediamenti israeliani”, recita il progetto Arco. Ma per i palestinesi, evitare gli insediamenti significa sostenerli. Alcuni degli avvocati pensavano che Arco potesse aiutare Israele a tenersi buona parte della West Bank orientando l’urbanizzazione palestinese verso est, lontano dal confine. Ritenevano che la Rand, che non ha alcun ruolo nelle relazioni israelo-palestinesi, fosse in campo solo per farsi pubblicità con un gesto di alto profilo. Suisman e gli altri relatori della Rand erano su un terreno scivoloso.

Un consigliere politico dell’Unità di Sostegno ai Negoziati disse che il gruppo della Rand avrebbe dovuto avere più accortezza politica. Parlando in forma anonima dato che non era consentita dall’OLP alcuna dichiarazione pubblica, sosteneva che gli americani avrebbero dovuto capire come i palestinesi associassero qualunque sistema di trasporto ai sistemi di controllo da parte di Israele, che sta già realizzando gallerie e passaggi per collegare le énclaves palestinesi senza interferire con gli insediamenti.

Dopo questo teso primo incontro, alcuni dei tecnici invitarono a cena Suisman in uno dei ristoranti più chic di Ramallah, Darna. Alla fine, dopo aver fumato le pipe shisha, Mr. Suisman tirò fuori le sue mappe, le spiegò sul tavolo, e tentò di alleviare le loro paure discutendo sul modo di collegare meglio le città occidentali della West Bank all’ Arco.

In parte ammorbiditi, i componenti dell’Unità alla fine presentarono una serie di giudizi pro e contro l’ Arco. I tecnici erano compiaciuti per gli elementi del progetto che sostenevano le posizioni negoziali palestinesi, come la proposta di un collegamento West Bank-Gaza.

Anche Israele rispose in modo cauto all’idea, presentata ufficialmente dalla Rand ai funzionari a Gerusalemme e Tel Aviv. David Siegel, portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington, dichiarò, “Il rapporto contiene molti elementi positivi, e noi sosteniamo lo sviluppo di un’economia palestinese”.

Osservò che il problema principale era “il libero movimento di persone e merci”, aggiungendo “Questo dipende però dalle riforme politiche e di sicurezza da mettere in atto”. La Rand sostiene anche una revisione della sicurezza palestinese.

Entrambe le parti avevano motivi di mettere in discussione la posizione del progetto al di sopra delle dispute politiche perché, alla fine, conteneva implicazioni politiche ineludibili, e presentate come fredde conclusioni analitiche. “La cosa più importante di tutto, è che lo propone la Rand” commentava il Dr. Ziad Asali, presidente del gruppo di sostegno American Task Force on Palestine, riferendosi all’importanza posta ad una Palestina pienamente sovrana. “Non si tratta esatamente di Peace Now, o di qualche altro gruppo estremista. Qui c’è direttamente l’ establishment a dare la propria credibilità”.

Ariel Sharon, primo ministro israeliano, chiama Gerusalemme capitale eterna e indivisibile del paese. Ma gli analisti della Rand hanno dedotto che “senza una credibile presenza sovrana a Gerusalemme, il nuovo stato di Palestina avrà un serio deficit di legittimazione fra il suo popolo” che “renderà problematico l’emergere di uno stato stabile e di un buon governo”. D’altra parte, gli studi liquidano una delle questioni centrali poste dai palestinesi in una nota a piè di pagina. Per gli esuli della guerra del 1948 e i loro discendenti, i palestinesi reclamano il diritto al ritorno alle abitazioni originali, in quello che ora è Israele. Gli analisti della Rand osservano seccamente, “Un ritorno del genere, sempre che avvenga, probabilmente sarà di piccole dimensioni”. La Rand stima comunque circa 630.000 rientri del genere verso lo stato palestinese.

Sul terreno concreto, a Ramallah, Suisman ha visto con piacere confermato uno dei suoi presupposti. Nel corso della sua quarta visita alla città, ha convinto i suoi colleghi a lasciargli vedere un po’ il centro, invece di far solo la spola fra uffici.

”Volevo dire: Esiste! C’era una grande vitalità, e mi sentiva a mio agio, la scelta di concentrarsi sulla rivitalizzazione dei centri storici e di collegarli alle stazioni, era giusta”.

A quel punto, Suisman poteva cogliere direttamente l’intensità politica che il suo progetto aveva eluso. Fu sorpreso dall’emozione con cui i palestinesi parlavano di fiori e alberi di ulivo, da tutte le foto in bianco e nero che aveva visto.

”C’è tanto legame col passato, nei palestinesi. Per me, il passato è un’influenza molto forte, ma può anche essere una trappola”. Dapprima impressionato dal peso della storia su chi incontrava, Suisman si stancò in fretta delle loro litanie. Ricorda di aver ascoltato un conoscente israeliano rievocare un fatto del 1949. “Alla fine ho detto: beh, io sono nuovo di qui, sono stato paracadutato da fuori. Ma in due viaggi ho imparato una cosa: nel momento in cui sento citare una data storica, so che la conversazione non andrà da nessuna parte”.

Nigel Roberts, direttore della Banca Mondiale per West Bank e Gaza, afferma che sorprendentemente esiste poca riflessione di lungo periodo sulla Palestina. “Chiaramente è molto, molto distante da dove siamo oggi” dice riferendosi all’ Arco. “Ma ci devono essere questi tentativi di immaginare come possa apparire il futuro, in modo tale da poter lavorare a partire da essi”.

Suisman dice di essere contento che la sua idea non sia finita in un cassetto. “Come urbanisti, ci si abitua al fatto che molte idee non prendono piede”. Altri componenti del gruppo di lavoro della Rand, sostengono cautamente di sperare solo di poter collaborare coi palestinesi nella pianificazione interna, non di volersi sostituire a loro.

Khatib, ministro della pianificazione, ha detto di Arc, “In linea di principio, è un tipo di approccio attraente”. Il gruppo della Rand lo ha informato in due occasioni sul programma, e il ministro ha risposto che i suoi tecnici volevano proporre altre modifiche, come la priorità agli insediamenti sul lato occidentale della West Bank.

Suisman visiterà Gaza questo mese. Ha detto che vuole “vedere il resto del posto, dopo averci vissuto per un anno e mezzo con l’immaginazione”. Si ferma e sorride. “Credo che, in qualche modo, sia una cosa molto palestinese”

Nota: il testo originale al sito del New York Times (f.b.)

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