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Jenner Meletti
Il Chilometro Zero della Pianificazione Territoriale
16 Gennaio 2015
Nostro pianeta
Le mode sono una bella cosa, come tante altre, quando vengono considerate strumenti ed espressione di cambiamento. Quando invece diventano un fine, un'ideologia, anche le migliori intenzioni naufragano. Jenner Meletti e Carlo Petrini sui distretti alimentari locali,

Le mode sono una bella cosa, come tante altre, quando vengono considerate strumenti ed espressione di cambiamento. Quando invece diventano un fine, un'ideologia, anche le migliori intenzioni naufragano. Jenner Meletti e Carlo Petrini sui distretti alimentari locali, la Repubblica 16 gennaio 2015, postilla (f.b.)



POMODORI A GENNAIO E INSALATA DI SERRA:
ANCHE IL KM0 PUO' FARE MALE ALL'AMBIENTE
di Jenner Meletti


«KM ZERO », quasi un mito. Vedi il cartello appeso davanti al negozio o al ristorante e immagini il contadino che ogni mattina, magari a piedi, viene a portare qui l’insalata, la gallina, i pomodori. Agnelli che non arrivano dall’altra parte del mondo, latte portato da una stalla vicina, così puoi ascoltare i muggiti delle mucche. «Solo noi italiani — dice Sandra Chiarato della Coldiretti veneta — potevamo inventare un marchio come questo. In Cornovaglia, davanti ai ristoranti, c’erano i cartelli “Kilometri 100” e avevano un grande successo. Km 0 poteva nascere solo in questo nostro Paese dove abbiamo ogni ben di Dio sottocasa». C’è una legge del 2008, nella Regione Veneto, fatta proprio per «orientare e sostenere i consumi dei prodotti agricoli a chilometro zero». «L’idea di consumare ciò che la terra produce vicino a casa tua — raccontano Luca Motta della Coldiretti veneta e i funzionari del Csqua, il centro servizi qualità alimentare della Regione — è ottima, e non solo perché meno chilometri si percorrono, meno si inquina. Comprando dal produttore o nel mercato dei contadini puoi salvare frutta e verdura che altrimenti andrebbero perdute. Il nostro è soprattutto un movimento culturale: per non dimenticare i prodotti della nostra terra, per spiegare a tutti che il “cibo” non è solo quello che si trova incellofanato nei banchi dei supermercati ».

Quando un’idea diventa business, c’è però chi ne approfitta. «La legge non ha ancora i regolamenti attuativi e adesioni e controlli sono ancora su base volontaria. E così puoi trovare fruttivendoli con il cartello Km 0 che vendono banane ed ananas. Radicchi a gennaio, ciliegie a maggio, meloni e cocomeri a luglio, pomodori per tutta l’estate… Devi produrre nella stagione giusta e solo ciò che è legato al territorio. Un pomodoro maturato a gennaio qui al nord potrà essere geograficamente a chilometro zero, ma resta una scelta assurda: come puoi risparmiare CO2 sui chilometri senza tenere conto del gasolio bruciato nelle serre? ».

C’è però chi contesta l’utilità del Km 0, anche quando è realizzato secondo le regole. «Io penso — dice Dario Bressanini, docente di scienze chimiche e ambientali all’università di Insubria e autore del libro Pane e bugie — che il Km 0 sia un’illusione. Non basta dire: la frutta e la verdura sono prodotte qui vicino dunque non inquinano. Se usi la tua auto per andare a comprare un solo chilogrammo di verdura a 10 chilometri di distanza — lo studio è stato fatto dalla Lincoln University — generi più CO 2 che facendola arrivare direttamente dal Kenya. Se pensate di spendere meno e di trovare una qualità migliore, fate bene a servirvi dal contadino. Ma non pensate di salvare l’ambiente».

Secondo il Defra — il ministero dell’ambiente e dell’agricoltura britannico — il food mile, che si può tradurre con miglio alimentare, non può essere una misura attendibile dell’impatto ambientale totale. Non basta seguire il viaggio delle merci: è stato calcolato infatti che il 48% dei chilometri sono percorsi dal compratore. Un furgone che trasporta 100 polli in un punto vendita fa muovere le cento auto di chi va a comprare un solo pollo. «Helman Schlich e Ulla Fleisner dell’università di Giessen hanno accertato che il costo energetico totale dell’agnello importato dalla Nuova Zelanda è inferiore a quello prodotto in Germania, dove l’agnello deve essere tenuto al coperto, riscaldato e nutrito con mangimi per cinque mesi. Produrre un chilo di pomodori in Svezia, ovviamente in serra, costa 66 megajoule (unità di misura dell’energia spesa dall’aratura alla raccolta e non solo per il trasporto, ndr) mentre farli arrivare dalla Spagna costa “solo” 5,4 mj. E questo vale, con numeri diversi, anche per le fragole del Sud Africa, le mele dell’Argentina, la verdura del Nord Africa…». Chi ama i farmers market o gli spacci delle aziende contadine conosce però il «peso» dei chilometri. I Gas, gruppi di acquisto solidale, con un solo furgone vanno a prendere la frutta e la carne per un intero condominio. Sono circa 80, in Veneto, i ristoranti, bar, panifici, gastronomie a Km 0. La trattoria Ballotta, a Torreglia, la porta dei Colli Euganei, è stata la prima ad aderire all’iniziativa. «Al primo posto — dice Fabio Legnaro, il titolare — ci vuole l’onestà. Io in inverno non uso pomodoro di serra ma la conserva preparata in estate. I piselli li surgelo a primavera. Onestà vuol dire, in questi giorni, proporre in menù, come freschi, solo i radicchi, le verze, le cicorie e poco altro. Km 0 adesso è al 20% del totale, a giugno arriveremo al 70%, con una media annuale del 40%».

«L’Italia dipende dall’estero — dice Dario Bressanini — per il 70% del grano tenero, per il 40% di quello duro, per il 25% del mais, per il 90% della soia e per il 50% della carne. La nostra bilancia agroalimentare è in rosso per 10 miliardi di euro all’anno. Non è certo con la cipolla bio di Tropea o le lenticchie di Castelluccio — peraltro buonissime — che riusciremo a pareggiare i conti».

UNA RICETTA VINCENTE,
SE SI RISPETTA IL BUON SENSO
di Carlo Petrini

Letteralmente, non ha ragione il proverbio per il quale «se ciascuno pulisce davanti alla propria casa, tutta la città sarà pulita». Perché la città ha anche edifici pubblici, spazi non abitati, zone di servizio o di passaggio. Ma è anche vero che quanto sicuramente ognuno di noi può fare è proprio pulire davanti a casa propria. A chiusura di ogni incontro pubblico su questioni globali si leva sempre una mano per chiedere: «Ma noi cittadini, nella nostra quotidianità, cosa possiamo fare?». Ecco: cominciamo a pulire davanti alla nostra casa.

Con i nostri gesti quotidiani di acquisto, con le scelte alimentari. Stabiliamo che c’è una parte della nostra vita quotidiana che ci obbliga a fare chilometri: beviamo caffè, tè, mangiamo cioccolata, banane. Queste sono le piazze, i giardini, le zone della città che non possiamo pulire. Qualcuno si preoccuperà di rendere quei consumi quanto più sostenibili possibile (non possiamo pulirle, quelle strade in comune, ma possiamo contribuire a non sporcarle, se le attrezzano con cestini e noi rispettiamo le regole del vivere in comunità), allora serviranno ancora chilometri, ma almeno saranno bio ed equi. Ma non viviamo solo di caffè e banane.

Viviamo anche di pane, verdura, carne, frutta, latte, formaggi: questo è il pezzetto di strada davanti a casa nostra. Qui possiamo fare la differenza. Badando alla stagionalità di quel che scegliamo, che è un accorciatore di distanze. Prediligendo i mercati della vendita diretta. Perché il Km 0 è un modo diverso di dire buon senso civico ed ecologico. E solo chi non ha voglia di prendere sul serio né la civiltà né l’ecologia prende alla lettera quel vecchio proverbio per dire che i comportamenti del singolo non bastano, non servono a niente. E intanto la città resta sporca.

postilla
Quando diversi anni fa si recensivano su queste pagine le memorie dei due giornalisti fondatori del movimento per la “Dieta delle Cento Miglia”, il tentativo era quello di sottolineare come anche agendo su un organo abbastanza improprio come la pancia, si potesse stimolare la riflessione su temi ambientali di una notevole rilevanza. Ci provavano in molti, con percorso logici diversi, come il direttore della rivista
Regional Planning Association quando raccontava il suo acquisto di una mela di produzione locale in centro a New York, risalendone poi le precondizioni territoriali e di distribuzione commerciale. Tanto per chiarire, in un paio di battute, che quello slogan del distretto locale di produzione alimentare è appunto solo uno slogan, e da solo serve solo a dar aria ai denti, se non si accompagna a quella cosa che, gira e rigira, si chiama ancora pianificazione territoriale, a una dimensione sufficiente a includere ragionevoli bacini alimentari (come in Italia ci spiegava già Giovanni Astengo all'epoca della Costituente e delle circoscrizioni amministrative da riformare, o prima di lui Patrick Abercrombie, o il dibattito ancora precedente sulla greenbelt). Da lì, da quella definizione preliminare, si può partire a sviluppare le idee che, più o meno, riassume poi anche Carlo Petrini nel suo intervento, altrimenti procedendo per slogan, o per progetti settoriali frammentati di educazione, o promozione, o politiche fiscali, magari si fanno due o tre passetti in avanti in un aspetto, per vederne decine indietro in altri. Il resto, sono mode, più o meno carine, da seguire se ci piace, ma da non sopravvalutare (f.b.)
Riferimenti diretti ai temi citati nella Postilla: Ascolto il tuo stomaco, città (Mall dicembre 2007); Tom Philpot, La Grande Mela prodotta qui (Mall gennaio 2008); Giovanni Astengo et. al., Piano Regionale Piemontese 1947 (Mall dicembre 2005)

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