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Massimo L. Salvatori
Il cavallo zoppo del Cavaliere
11 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
Massimo L. Salvatori, su Repubblica del 22 luglio 2003, riflette su alcune caratteristiche dell’attuale fase del regime di B. “Quello che più inquieta è che il nostro presidente del Consiglio, divenuto un capitolo centrale della storia d’Italia, rappresenta in maniera autentica una parte importante della nostra società, che ammira i forti e i furbi, s’infischia d’ogni senso della legalità e bada al sodo dei propri interessi”.

Occorre ormai rendersi conto che Silvio Berlusconi appartiene ai "grandi" protagonisti della storia d’Italia. Per esser tali, nell’accezione qui adoperata, conta il fatto d’incarnare e interpretare in maniera storicamente significativa un certo coagulo d’interessi e orientamenti dominanti e il corrispondente "spirito del tempo". Ci sarà nella nostra storia nazionale un’era Berlusconi. Nella cultura, nella scienza, nello sport non si può emergere almeno ai primissimi posti se non per effetto d’una selezione che non consente, per così dire, "usurpazioni". Nel campo della politica e del governo ogni cosa è invece possibile. I titolari del potere supremo possono essere dei Jefferson o dei Wilson oppure dei Gorge W. Bush. I primi autentici giganti, quest’ultimo un piccolo "uomo senza qualità" divenuto il leader più potente del mondo unicamente grazie a una combinazione d’interessi che lo ha trascinato alla Casa Bianca, lo sostiene e dirige.

Ma Berlusconi, a differenza di Bush, non è classificabile come "un uomo senza qualità". Egli non è eterodiretto; ha creato un movimento e dirige in prima persona affari e governo. Ha riunito intorno a sé la "sua" Italia e la rappresenta. Si potrà abbatterlo dallo scranno di Palazzo Chigi, ma non più sbalzarlo dagli annali della nazione. Il suo posto è dunque accanto a Depretis, Crispi, Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Andreotti, Craxi, a coloro insomma che hanno non solo segnato profondamente la nostra storia, ma impresso uno stile e dato volto a orientamenti altamente tipici. Un filo rosso lega questi uomini diversissimi nelle loro personalità e nelle loro finalità: hanno condiviso progetti tesi a ricollocare la vita nazionale lacerata da profondi contrasti su nuovi equilibri, vuoi servendosi prevalentemente del compromesso o dell’esclusione autoritaria vuoi combinando i due fattori. D’essi nessuno ha conseguito pienamente i suoi scopi. La maggioranza ha fallito, due soli hanno ottenuto un sostanziale successo, uno ha portato il paese alla rovina. Ad avere un sostanziale successo sono stati Depretis, il quale col trasformismo riuscì a ricompattare la destra e la sinistra liberali, fronteggiando i nemici cattolici, anarchici, socialisti e repubblicani, e De Gasperi, che creò un forte centro, isolando la sinistra socialcomunista e la destra neofascista e lanciando la ricostruzione economica del paese. Crispi e Giolitti furono gli esponenti di progetti d’integrazione nazionale condotti con le armi opposte per un verso dell’autoritarismo e del militarismo, per l’altro d’un riformismo liberaldemocratico, entrambi delusi nei loro esiti. Mussolini giocò la carta della ricostruzione dittatoriale del paese e portò l’Italia alla distruzione. Andreotti, prendendo atto che l’Italia partitica era un abito d’Arlecchino con pezze alcune grandi e alcune piccole, finì per cercare compromessi in modo disincantato con tutti a seconda dei tempi, delle circostanze e delle convenienze.

Depretis, Crispi, Giolitti, De Gasperi, Andreotti furono statisti che avevano alle spalle vecchie scuole con robuste radici. Mussolini, Craxi e Berlusconi hanno invece incarnato, nella specificità dei loro itinerari, i classici "uomini nuovi". Non è un caso, probabilmente, che li accomunino un tratto, un piglio, una psicologia: avversione-odio per gli avversari, gusto "gladiatorio", convinzione d’esser "unici", piacere e bisogno d’una corte di seguaci devoti ed entusiasti di vivere nella cerchia d’un "capo" osannato nel contesto d’un culto spettacolarizzato della personalità.

L’ascesa di Mussolini è stata resa possibile dalla disfatta dei liberali, dei popolari e della sinistra socialista e comunista; Craxi s’è incuneato tra la crisi dei comunisti, forti di voti ma via via più deboli strategicamente e svuotati d’identità, e la perdita della capacità della Democrazia cristiana di mantenere il bastone di comando. Ma la grande ascesa del primo è finita nella guerra civile; quella minore del secondo nel disegno frustrato di rifondare la sinistra italiana e di rendere politicamente a sé subalterna la Democrazia cristiana, fino a che la frana lo ha travolto con l’intero sistema politico della Prima repubblica. L’ascesa di Berlusconi, l’imprenditore che non aveva alcuna radice politica, alcuna scuola politica cui collegarsi, ha anch’essa alla base il proposito di rifondare il paese partendo dal crollo d’un sistema partitico. Uomo in ciò davvero tutto nuovo, mai visto in precedenza, è il plutocrate diventato padrone anche d’un partito creato con l’uso congiunto di danaro e mezzi d’informazione, che s’è proposto come il salvatore da un Armagedon statalista-comunista da lui inventato. Ma occorre aggiungere che egli non avrebbe potuto vincere la battaglia per il potere se moltissimi non avessero creduto alle sue promesse. Il nucleo più serio di queste, che si collegava all’onda lunga del neoliberismo d’origine thatcheriana, era la determinazione - in cui credettero gran parte del ceto imprenditoriale, strati popolari, giovani senza lavoro - d’aprire le porte a un nuovo corso "liberale", capace d’abbattere vecchie bardature burocratiche e stataliste, sprigionare energie e capacità represse, rilanciare lo sviluppo dell’economia e della società. Garantiva la sua meravigliosa storia di self-made man, d’"americano" in Italia.

Ma il piano, dopo aver agito come una possente arma propagandistica che ha portato all’attuale governo, s’è decisamente intorbidato. Efficace contro gli avversari in chiave negativa, l’arma s’è spuntata in fase di realizzazione. La severità liberistica thatcheriana s’è caricata di miracolismo irresponsabile, di promesse mancate rivolte a destra a manca, ai ricchi come ai poveri, al Nord come al Sud, a Bossi come a Fini. La coalizione delle forze politiche di centrodestra ha mostrato sempre più in sede di governo la sua eterogeneità e conflittualità interna. Il Parlamento berlusconiano, che avrebbe dovuto lavorare al ritmo di "Cento giorni" dopo "Cento giorni", ha fatto succedere i mesi per difendere prioritariamente i conflitti d’interessi d’ogni genere del Cavaliere. Il governo "forte" si trova tiranneggiato da Bossi, il quale parla e straparla con il suo piccolo elettorato ma con in mano una enorme rendita di posizione che ha imparato da Craxi a usare e fa ora macinare rabbia a Fini e Follini come in passato De Mita. Il conflitto con la giustizia è tenuto aperto ogni giorno dal guardasigilli, che opera zelantemente per tenere in piedi l’asse tra Bossi e il Cavaliere. Il ruolo dell’Italia nell’Unione europea è inquinato da comportamenti che suscitano indignazione. L’economia boccheggia. Il cavallo del Cavaliere è zoppo, ma, anche se non galoppa, continua a camminare.

Quello che più inquieta è che il nostro presidente del Consiglio, divenuto un capitolo centrale della storia d’Italia, rappresenta in maniera autentica una parte importante della nostra società, che ammira i forti e i furbi, s’infischia d’ogni senso della legalità e bada al sodo dei propri interessi. Questo è il problema presente più importante e grave della nazione. Ormai i miracoli promessi appaiono giocattoli la cui montatura è rotta. Tutto, a questo punto, nella vicenda politica del Cavaliere è emerso alla luce del sole. La sua parabola nella vicenda del nostro Stato è destinata a finire male per lui se infine perderà e male per il paese se egli continuerà a vincere. Quando lanciò il progetto di "Nuova Libertà" Wilson disse che nulla era «assolutamente intollerabile» quanto «il controllo dei grandi affaristi sul governo». Ma oggi a questo noi siamo in Italia: nelle mani d’un gruppo di governo guidato da un affarista circondato da vari personaggi scadenti, privi d’ogni senso dell’etica pubblica e intellettualmente squalificati. Siamo a un tramonto politico. Berlusconi, assurto a "grande" protagonista della nostra storia, è divenuto al tempo stesso l’espressione d’una delle nostre maggiori miserie nazionali.

Orbene, d’ora innanzi avremo piena la misura dell’altra Italia e della sua capacità politica.

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