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Katia Caldari
Il capitalismo invecchia? La scommessa perduta del futuro
22 Novembre 2009
Capitalismo oggi
Proseguono le interviste di Cosma Orsi agli economisti, per comprendere com’è oggi il capitalismo. Il manifesto, 22 novembre 2009

Gli Stati nazionali hanno optato per lo status quo, sperando che la situazione si mettesse in qualche modo a posto da sola

La crisi, nonostante le speranza di molti governi nazionali e alcuni studiosi, non si chiuderà con un ritorno ai precedenti assetti sociali, istituzionali. L'economia mondiale risulterà profondamente trasformata, anche se è impossibile pronosticare in quale direzione cambierà. Per il momento, è chiaro che gran parte delle misure adottate a livelo nazionale e internazionale sono finalizzate al mantenimento dello status quo. L'intervista a Katia Caldari, la seconda di questa serie, si muove proprio su quest'asse.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

Fin dall'inizio della crisi, è stato evidenziato come essa sia stata causata dai cosiddetti «titoli tossici» e innescata da una serie di innovazioni, fra cui la securitization con la possibilità per le banche di vendere i mutui (anche subprime) sui mercati obbligazionari. Ne è stata così sottolineata la natura finanziaria.

I subprime erano presenti negli Usa dal 2005 ma è stata la loro diffusione sul mercato finanziario internazionale che ha creato il vero problema. Alle prime insolvenze (con l'aumento dei tassi d'interesse), il mercato è caduto nel panico. Non c'è dubbio che la crisi attuale abbia natura finanziaria; del resto sono state le banche a esserne inizialmente coinvolte (Northen Rock, Bear Stearns). Ma gli aspetti finanziari non sono sufficienti a spiegare tutta la storia. Dietro l'emergere di una crisi nel mercato finanziario vi sono spesso elementi di debolezza strutturale.

Se consideriamo l'economia americana degli ultimi anni, vediamo che a fronte di una crescita economica piuttosto moderata, il consumo privato come percentuale del Prodotto interno lordo è cresciuto in misura maggiore, insieme al livello di indebitamento medio procapite. La crescita del consumo non è stata finanziata da un aumento proporzionale del reddito ma da un incremento sproporzionato del livello del debito. Inoltre, con la forte diminuzione del tasso d'interesse attuata da Greenspan dopo l'attacco alle «Torri gemelle», anche le banche hanno innalzato il loro livello di indebitamento. Ma il debito rappresenta ricchezza disponibile solo in un tempo futuro e genera, quando le sue dimensioni acquisiscono carattere di eccezionalità come nel caso americano, una debolezza strutturale che non permette ai singoli soggetti e al paese nel suo complesso di affrontare eventuali shock senza ripercussioni gravi.

Guardiamo ora all'Europa, dopo gli Stati Uniti l'area maggiormente colpita dalla crisi.

Il contagio della crisi è stato spiegato in termini di integrazione globale dei mercati e spesso si è posto l'accento sui mali della globalizzazione (come ha fatto il nostro Ministro dell'Economia Giulio Tremonti). Ma, a ben guardare, anche i paesi europei evidenziavano una situazione di debolezza strutturale prima della crisi: l'economia è stata stagnante in termini di crescita del Pil, con un livello di disoccupazione che è andato via via crescendo, e la bilancia delle partite correnti è peggiorata negli anni.

Inoltre, nonostante la politica restrittiva perseguita dalla Banca centrale europea, l'inflazione effettiva non è diminuita nel tempo, mentre in molti paesi (primo fra tutti l'Italia) le famiglie hanno sofferto e stanno ancora soffrendo gli effetti dell'introduzione della moneta unica in termini di potere d'acquisto, a causa di un livello generale dei prezzi drogato da una conversione all'euro priva di qualsiasi controllo. Anche in Europa, l'impoverimento reale è stato spesso ammortizzato col ricorso all'indebitamento e per un po' la situazione è parsa di «accettabile normalità». Tuttavia, quando l'aumento dei prezzi legato al costo del petrolio ha spinto la Bce (con un targeting sull'inflazione complessiva, senza distinguere la componente da costi rispetto a quella da domanda) ad aumentare ulteriormente i tassi di interesse, il costo del debito è salito in modo preoccupante. Con una domanda interna già bassa e la diminuzione della domanda americana, le imprese hanno arrestato gli investimenti e la crisi, da finanziaria, è diventata decisamente «reale».

In tal senso è giustificato un confronto con la crisi del '29. L'impulso dato alla Grande Depressione seguita al crollo della borsa di Wall Street e ai suoi effetti domino, era di natura finanziaria: un boom speculativo aveva investito pesantemente il mercato azionario americano. Ma a monte, anche in quel caso, esistevano debolezze strutturali, reali: dopo il boom economico del periodo post bellico, era seguito un vero e proprio collasso della produzione e del consumo che avevano preparato il terreno al cambiamento degli umori nel mercato borsistico.

La grande differenza sta nelle misure che sono state adottate al verificarsi della crisi: allora i governi sono entrati in una nefasta spirale protezionistica nel tentativo di salvare l'economia reale (soprattutto in termini di occupazione) e le autorità monetarie hanno reagito con politiche restrittive che hanno peggiorato la situazione. Con la crisi attuale si è deciso di salvare le banche, pensando forse che bloccando la crisi nella sua dimensione finanziaria, lì si sarebbe fermata.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

I modelli econometrici si sono evidentemente dimostrati incapaci di predire il futuro (si veda la Lehman Brothers, caduta nella spirale della bancarotta nonostante il suo staff di economisti esperti). Qualcuno ancora rimane stupito. Ma stupito di cosa? In tempi lontani l'economista inglese Alfred Marshall ricordava che l'economia è una scienza che ha che fare con l'uomo «di carne e di sangue», il quale non sceglie e agisce solo sulla base del calcolo dell'interesse personale; l'economia quindi non è riducibile a puro calcolo matematico e non è - né può essere - una scienza esatta, al pari della fisica. È una scienza inesatta che ha che fare con una materia molto complessa e aleatoria. Affidare la comprensione o previsione del futuro a un modello basato su una lunga lista di assunzioni irrealistiche non può che portare a delusioni.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?

Il mercato non è una macchina perfetta che fa ottenere sempre e comunque risultati ottimali. È una macchina imperfetta, complessa. Anche questo non è un aspetto nuovo. Si era ben evidenziato con la crisi del '29; ma lo sapeva bene perfino Adam Smith che è considerato il padre fondatore dell'economia politica.

Il mercato deve essere senza dubbio regolato. Il problema semmai è capire da chi. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, il singolo Stato si è già dimostrato insufficiente o incapace di intervenire efficacemente in tal senso. La globalizzazione impone nuove sfide e per farvi fronte occorre coraggio: di cambiare, di rinunciare alle vecchie logiche di equilibrio - o pseudo-equilibrio - internazionale. Siamo ancora regolati da istituzioni nate alla fine della seconda guerra mondiale, create in quel contesto storico per quel contesto storico. Il «Washington Consensus» aveva (forse) ragione di esistere allora ma oggigiorno è decisamente anacronistico.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

La Cina riceve ormai l'attenzione che ogni grande nazione economica deve avere. Ma perché non si parla di India che pure sta imponendosi come paese di nuova industrializzazione fortemente competitivo a livello mondiale? E perché ancora Washington? Gli Stati Uniti vengono ancora considerati la nazione in grado di far pendere l'ago della bilancia delle decisioni mondiali, soprattutto per il potere militare. Ma questa situazione non ha più ragione di essere dal punto di vista del potere economico, che si sta diffondendo rapidamente in altre parti del mondo. In questo contesto, l'Europa avrebbe grandi potenzialità ma è anche evidente che, allo stato attuale, è incapace di imporsi quale importante attore nell'assetto economico-politico mondiale. Soffre di troppe divisioni, frammentazioni. Non esiste, di fatto, una politica economica comune; la politica monetaria e la moneta unica non sono sufficienti per fare dell'Europa un'area compatta piuttosto che un insieme di paesi diversi. L'attuale crisi ha evidenziato molto bene la pressoché totale mancanza di coesione decisionale.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Le banche più che salvate andrebbero regolarizzate e controllate. La ricchezza di un paese è data anche dall'assenza di contrasti sociali ed è fatalmente legata al grado di occupazione e alla produzione. In questa crisi si è scelto prima di tutto di salvare le banche, ovvero le lobbies ad esse collegate o in esse rappresentate, ubbidendo a logiche che sempre più, purtroppo, vedono il potere economico legato inestricabilmente a quello politico. Ma, come ho detto, la crisi non è solo finanziaria: è anche e soprattutto economica e per questo l'intervento sulle banche non è sufficiente.

Tra l'altro, va sottolineato che finanziando le banche non si sta facendo neanche un vero e proprio intervento sul lato dell'offerta. Se pensiamo al nostro paese, l'offerta è data soprattutto dalla media e piccola impresa, che sono invece escluse da questi tipi di intervento, come la crisi di molti distretti industriali dimostra chiaramente.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Il prezzo è ovviamente alto ma soprattutto è alto il prezzo delle non scelte: i governi hanno, di fatto, optato per lo status quo, sperando che la situazione si mettesse in qualche modo a posto da sola, con un ragionamento del tipo «passata la burrasca, tutto (o quasi) tornerà come prima». Quasi, perché le famiglie delle generazioni attuali e di quelle future avranno sulle spalle il costo di queste non-scelte. Con il rischio, o la certezza, che la disparità sociale che oggigiorno è già grande e crescente, aumenterà ancora di più.

La prima intervista, con Giorgio Lunghini, è apparsa mercoledì 18 novembre. Per la prossima settimana, l'appuntamento è per mercoledì 25 novembre con Giacomo Beccattini

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