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Massimo L. Salvadori
Il berlusconismo e l’opinione pubblica
22 Agosto 2008
Articoli del 2008
“Il consenso al Cavaliere affonda le sue radici nel deterioramento dello spirito pubblico”; prosegue il dibattito sull’Italia di oggi. La Repubblica, 22 agosto 2008

Alla democrazia ci si deve inchinare poiché consente di cambiare i governi pacificamente secondo gli orientamenti prevalenti nell’"opinione pubblica". Ma che ci si debba anche inchinare alle scelte compiute dalle masse degli elettori, è tutt’altra questione. Il motivo è o dovrebbe essere chiaro. Gli orientamenti politici e le scelte elettorali sono prodotti soggettivi, dipendono dalla quantità e qualità degli strumenti di cui si è dotati per guardare, analizzare e valutare la realtà. Questi strumenti a loro volta derivano da ciò che sinteticamente possiamo chiamare la maturità morale e civile di un popolo. Nel 1843 Vincenzo Gioberti pubblicò il suo celebre saggio Del primato morale e civile degli Italiani. Orbene, oggi, a considerare lo stato delle cose, parrebbe giunto il momento di scrivere un saggio da intitolarsi Dell’immaturità morale e civile degli italiani. Si sa che a dir ciò si passa per disfattisti, pessimisti e spargitori di pubblici veleni, ma si badi alla sostanza dei fatti.

La maggioranza del popolo italiano ha portato al potere per l’ennesima volta Berlusconi e i suoi, sorda al conflitto di interessi, ammaliata dal successo che lo ha creato tanto ricco, indifferente ai suoi costanti e volgarissimi attacchi alla giustizia e all’uso delle leggi per motivi personali, insensibile alla sua demagogia e al suo enorme potere mediatico nato dai favori di Craxi e rivolto a modellare a suo piacere l’opinione pubblica. Una scalata, quella del Cavaliere, ad un immenso potere economico, politico e "culturale" che non sarebbe stato possibile – ripetiamolo ancora una volta – in alcun altro Paese democratico maturo. Manifestazione essenziale dell’immaturità morale e civile degli italiani è dunque la larghezza del consenso dato al berlusconismo, il quale non è una categoria soggettiva polemica che si possa far cadere per spianare la strada ad un più elevato confronto tra governo e opposizione, ma una consolidata realtà oggettiva.

Alla base di siffatto consenso vi sono la diffusione in tanta parte del Paese di un atteggiamento di sprezzo per lo spirito di legalità e una concezione prevaricante del potere. L’humus in cui esso rafforza le sue radici, nate e diffusesi certo già ben prima che il Cavaliere facesse la sua apparizione, è un deterioramento dello spirito pubblico che semina potenti germi di inquinamento nell’economia e nel tessuto sociale del Paese, diffonde la corruzione politica e amministrativa, deposita nella mentalità collettiva non solo la compiacenza ma persino l’ammirazione per chi sa fare bene i propri affari aggirando quel che conviene aggirare.

E ora un altro malo aspetto emerge: l’intolleranza razzistica e religiosa verso chi non è "padano", non è italico, non è cattolico. Si tratta di una vera e propria miseria spirituale per quello che fu "un popolo di emigranti", di milioni di disperati, miserabili, disprezzati, mal tollerati, umiliati dalle "razze superiori" che pure ne utilizzavano e sfruttavano la forza lavoro. La vecchia storia della memoria corta.

Di fronte a tutto ciò e a molte altre cose che si potrebbero menzionare, l’opposizione si mostra sbalestrata, sbandata, profondamente divisa. Nel Partito democratico si fanno strada le posizioni di chi, sentendosi spiazzato dal grande consenso dato al berlusconismo, ritiene opportuno nobilitare il confronto con esso, rinunciare a vederlo e a combatterlo a viso aperto in quanto sistema di potere partendo dalla mobilitazione morale e civile, prima ancora che strettamente politica. L’Italia dei valori conduce la sua battaglia contro Berlusconi non avendo le risorse, a partire dalla sua leadership, per darle l’occorrente respiro. Il Partito socialista è un fantasma che si aggira nello spazio vuoto. La Sinistra Democratica non trova ancoraggi. I neocomunisti si consumano nella difesa patetica di una bancarotta e si scindono in frammenti. Se le prestazioni dell’ultimo governo di centrosinistra avevano diffuso la persuasione che soltanto il Cavaliere potesse assicurare una salda governabilità del Paese, lo stato attuale delle opposizioni non fa che rafforzarla ulteriormente.

In questo quadro si è levata la denuncia di Moretti, il quale ha invocato il fantasma di una virtuosa "opinione pubblica", assente in Italia. Ma che cosa costituisce un’opinione pubblica? Essa per un verso è la somma empirica delle molteplici e varie opinioni. Per altro verso, ed è questa di cui si denuncia l’estrema debolezza o assenza nel nostro paese, è l’esistenza – e qui occorre richiamare l’originaria concezione dei D’Alembert e di Kant – di una piazza pubblica formata da cittadini pensosi del bene comune, stimolati da una libera informazione autonoma dal potere, sia questo quello del governo o quello dei partiti con i loro interessi particolari, in grado di esprimere giudizi e di assumere comportamenti tali da orientare scelte consapevoli e da influenzare mediante un controllo efficace l’agire dei governanti e dei soggetti politici in generale. Una simile opinione pubblica è un ideale, ma che in certi momenti e paesi ha avuto ed ha pur imperfette attuazioni. E il suo primo presupposto è la presenza di mezzi di informazione non sudditi del potere governativo, economico e partitico. Si guardi in proposito a ciò che accade in Italia. Berlusconi spadroneggia con le sue televisioni, i suoi giornali e periodici, le sue case editrici; la Rai, il cosiddetto servizio pubblico, è lottizzata dai partiti, di governo e no. E quanti sono gli organi di informazione che possono essere definiti davvero "indipendenti"? Le radici di una simile situazione affondano profondamente nella storia passata d’Italia, quando le correnti di opinione erano nella grandissima maggioranza pressoché interamente spartite e soggiogate dalla Dc, dal Pci e dalla Chiesa. Mutatis mutandis siamo ancora dentro questo sistema.

La mancanza in Italia della "opinione pubblica" invocata da Moretti è lo specchio del nostro modo di essere e delle nostre tare storiche. Chi si candida a combatterle con la necessaria energia e determinazione? I candidati a parole sono una folla, sono tutti. E questo non è un buon segno.

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